Popol Vuh, Affenstunde/Einsjäger & Siebenjäger

Andrea Trevaini
3 minuti di lettura

POPOL VUH
Affenstunde
Einsjäger & Siebenjäger
LP, Esoteric / Cherry Red
***1/2

Dopo le recenti ristampe in vinile già recensite, Esoteric torna a occuparsi dei Popol Vuh ripubblicando altri due album fondamentali della loro discografia: Affenstunde (1971), esordio assoluto del gruppo, ed Einsjäger und Siebenjäger (1974), quinto capitolo della loro avventura artistica.

Partiamo da Affenstunde, titolo che significa «l’ora della scimmia». La scelta non è casuale e riflette il profondo interesse di Florian Fricke per la cultura maya, al punto da battezzare la propria creatura musicale Popol Vuh, come il libro sacro dei Maya K’iche’, dedicato ai miti della creazione. In queste antiche narrazioni ricorre anche il tema della trasformazione di esseri viventi in scimmie, un’immagine che richiama inevitabilmente le celebri sequenze iniziali di 2001: Odissea nello spazio e sembra anticipare, almeno idealmente, quella kosmische musik di cui Fricke e i suoi compagni sarebbero diventati tra i più autorevoli pionieri. Affenstunde è soprattutto il disco del Moog di Fricke, uno dei pochissimi allora presenti in Germania. Privo persino del manuale d’istruzioni, il musicista affrontò lo strumento affidandosi esclusivamente all’intuizione e alla fantasia, esplorandone possibilità sonore fino ad allora quasi sconosciute. Il risultato è un album che conserva ancora oggi una sorprendente capacità di suggestione: una musica libera, visionaria e profondamente cosmica, che sembra proiettare l’ascoltatore verso spazi siderali e dimensioni inesplorate. Accanto a Fricke figurano Bettina Fricke, Frank Fiedler, impegnato al Moog e alle tastiere, e Holger Trülzsch alle percussioni.

Completamente diverso è il clima di Einsjäger & Siebenjäger («un cacciatore e sette cacciatori»), titolo anch’esso derivato dalla mitologia contenuta nel Popol Vuh. Nel frattempo, il percorso artistico della band si è spostato verso territori più spirituali e contemplativi, vicini alle atmosfere di Hosianna Mantra. Fricke ha abbandonato il Moog per concentrarsi sul pianoforte, affiancato da Daniel Fichelscher alle chitarre e alle percussioni e dalla voce eterea della soprano sudcoreana Djong Yun. Il primo lato del disco è dominato da atmosfere pastorali e impressionistiche, impreziosite dal pianoforte di Fricke e, in Würfelspiel («gioco dei dadi»), dal flauto di Olaf Kübler. Nel secondo lato emergono invece elementi più marcatamente progressive, sostenuti dalle chitarre sognanti di Fichelscher e dai vocalizzi di Djong Yun, capaci ancora oggi di affascinare e coinvolgere emotivamente l’ascoltatore. Due album molto diversi tra loro, ma ugualmente indispensabili per comprendere l’evoluzione di uno dei gruppi più originali e spiritualmente ispirati dell’intera stagione kraut e cosmica tedesca.

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