Assenti dall’Italia da più di 10 anni – l’ultima volta, nel 2015, erano passati dal Carroponte di Sesto San Giovanni – e da un tempo più o meno analogo fermi anche discograficamente (se non per qualche sporadico brano pubblicato qui e là), i Primus non sono, nonostante questo, stati dimenticati dal loro pubblico. Nel caso ce ne fosse stato bisogno, l’ha dimostrato l’affluenza alle due date presso il Circolo Magnolia di Segrate (MI), le uniche nel nostro paese per il loro European Tour 2026, diventate due a seguito del repentino sold out della prima, una volta messi in vendita i biglietti.
A giudicare dagli accenti che si sentono in giro, sono in molti quelli che si sono sobbarcati un bel viaggetto per venire a vederli, forse approfittando del periodo estivo o del fatto che si tratta di un weekend. Parecchi anche gli stranieri, a riprova che Milano è sempre più una meta turistica (anche) per venire a vedere i concerti. Il sottoscritto era presente alla seconda delle due serate (tra l’altro quelle d’apertura dell’intero tour). Chi s’è fatto la doppietta, ha avuto modo di vedere due concerti completamente diversi, visto che Les Claypool, Larry LaLonde e il nuovo batterista John “Hoffer” Hoffman (in formazione da un annetto circa) hanno pensato bene di non ripetere lo stesso show, tenendo la sola The Ol’ Grizz (nuovo brano presente sul recentissimo, bisogna dire non proprio fondamentale, EP A Handful of Nuggs) quale brano in comune fra le due scalette.
Concerto diviso in due distinti set, più o meno di un’ora ciascuno, con in mezzo una pausa di una ventina di minuti. Il caldo è a dir poco asfissiante, si suda anche a stare immobili, figurarsi se ci si trova in mezzo a una folla veramente impressionante di persone pronta ad abbandonarsi al funambolismo musicale di una band che rimane tuttora originalissima. Claypool si presenta sul palco con uno dei suoi soliti abiti bizzarri, con giacca e cappello: ok il look, ma solo a guardarlo ho una botta di calore e sto male per lui. LaLonde, più astuto, ha di fronte un mega ventilatore che lo rinfresca e gli agita i lunghi capelli mentre svisa sulla chitarra. Di come fossero agli inizi, posso averne contezza giusto andando a cercare qualche video su YouTube; tutte le volte che li ho visti live io, l’impressione che ho avuto è che i Primus abbiano molti più contatti con l’universo delle jam band e della musica progressive, che non con quello del crossover e dell’hardcore punk e funk con il quale li si identificava, forse a torto, nella loro prima fase di carriera.
A parte la quantità spaventosa di riccardoni nel pubblico, ai cui commenti intercettati qui e là non si può che reagire che con un sorriso o (più probabilmente) con una manata sulla fronte, questa considerazione è corroborata dal fatto che quasi ogni pezzo diventa per i tre una scusa per lanciarsi in improvvisazioni strumentali e in dilatazioni che possono andare verso la psichedelia, come verso la jam (appunto) pura. Del resto (come vi direbbero gli estasiati riccardoni di cui sopra), i tre hanno la tecnica necessaria per sobbarcarsi questo tipo di esecuzione. Ecco che, a seconda del momento, ci si ritrova ad assistere a passaggi che tirano in ballo nomi quali Pink Floyd, King Crimson o Zappa, il tutto, però, fortunatamente passato al setaccio di un sound che mantiene intatta la sua originalità.
Hoffman, alla batteria, pare aver fatto completamente suo lo stile che era di Tim Alexander e in più, come spiegato da Claypool, essendo sempre stato una fan della band, ha portato gli altri a riprendere in mano canzoni che non suonavano più da un pezzo. A trionfare nelle scalette delle due serate, difatti, sono soprattutto brani vecchi, quelli in arrivo dagli album storici degli anni Novanta, soprattutto Frizzle Fry, Sailing the Seas of Cheese, Pork Soda, Tales from the Punchbowl e Brown Album, mentre pochissimo saccheggiati risultano essere i dischi usciti nel nuovo millennio.
Nella serata vista da me, più dilatata e dedita all’improvvisazione m’è parsa la prima parte, con una notevole versione di Dirty Drowning Man (ultra psichedelica), una cover di Hello Skinny dei Residents (altro nome chiaramente spendibile per inquadrarli) e gran pezzi quali Fisticuffs e Harold of the Rocks. Più pungente e, per i miei gusti, esaltante il secondo set, partito con la mitica Too Many Puppies e chiuso da una Jerry Was a Race Car Driver per la quale ha ancora senso gettarsi nel pogo scatenato, pur immersi in una temperatura che porterebbe al massimo a immergersi in una vasca d’acqua ghiacciata. In mezzo altre chicche come The Antipop, Over the Falls e una devastante Here Come The Bastards.
L’originalità d’approccio sia di Claypool che di LaLonde viene fuori in ogni passaggio e trova compimento nel bis, in un finale tutto ad appannaggio di una Tommy the Cat chiaramente richiesta a gran voce. Rispetto ad altre volte in cui li avevo visti, dove la tendenza alla jam aveva sempre preso nettamente il sopravvento, qui qualche sprazzo della vecchia potenza iconoclasta s’è visto. Ed è stato proprio nel bilanciamento fra le due parti che il concerto m’ha lasciato la sensazione di essere stato il migliore (fra quelli da me visti) della band.
Le foto nella gallery sono state scattate la sera del 31 luglio 2026.


