Prince, Timeless

Andrea Trevaini
4 minuti di lettura
Foto © Jeff Katz

PRINCE
Timeless
Sony/Legacy 
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Ho visto Prince, dal vivo, solo una volta, durante il Sign o’ the Times Tour, e ne ho ancora un ricordo indelebile: un artista a tutto tondo, sorprendente per abilità chitarristica, e con una band superlativa. Non per niente risale proprio a quel periodo l’interesse del mitico Miles Davis per la sua musica — i due poliedrici artisti incisero insieme anche qualche traccia. Ora esce questa atipica antologia, intitolata Timeless e comprendente 10 brani inediti, presentati in stretto ordine cronologico nonché incisi tra il 1977 e il 2016.

In occasione del decennale dalla scomparsa di Prince Rogers Nelson (deceduto il 21 aprile del 2016), era uscito, in forma di anticipazione, il singolo With This Tear, delicata ballad — già portata al successo da Céline Dion, nel 1992 — incisa a Paisley Park nel 1991, con una commovente prova vocale e nella quale l’artista (ricorderete il suo acronimo TAFKAP, the artist formerly known as Prince) suona tutti gli strumenti.

I prodromi della classe compositiva del nostro sono evidenti a partire dall’iniziale I Am You (1977), con i suoi caratteristici acuti vocali su una base di fiati; segue il rock’n’roll intriso di funk della selvaggia Tick Tick Bang (1981), che utilizza un campionamento da Little Miss Lover di Jimi Hendrix. Ma il Prince dei valori assoluti comincia ad emergere con Heaven del 1985, partenza travolgente a base di campionamenti ritmici e sonorità sperimentali. La ritmica funk avvolge subito I Wonder, che affascina anche per gli ironici richiami a certe sonorità country e per i coretti doo-wop. Stone —scritta da Sandra St. Victor, Tom Hammer e Jules Van Even — è un brano del 1995, altrimenti noto come Nothing Left 2 Give, dove la calda vocalità di Prince si srotola, accompagnata da cori femminili, su ritmiche scarne, mentre Calabama — un brano funk, quasi rap nel cantato — avrebbe dovuto essere la title-track di un album a cui il titolare lavorò nel 2003, prima d’incidere Musicology.

The Guilty Ones, come gran parte delle canzoni di Timeless, anch’essa incisa presso i Paisley Park Studios, risale al 2007 e presenta il lato rock di Prince, con bella chitarra elettrica e poderosa grinta esecutiva. Bestest Friends, d’altro canto, è una super-ballad guidata dal pianoforte e dai vocalizzi acuti di Prince, qui scortato da una sezione fiati. Il disco si chiude con un vero, toccante capolavoro, una versione live di How Come U Don’t Call Me Anymore —registrata nell’ultima esibizione pubblica, il 14 aprile 2016 al Fox Theatre di Atlanta, durante il Piano & a Microphone Tour — in cui Prince, solo al pianoforte, riesce a colpire nel profondo del cuore il suo pubblico, che risponde con applausi scroscianti al poetico incedere di questa heartbreaker song.

Speriamo che i «forzieri» di Paisley Park possano aprirsi di nuovo (come sta succedendo da anni agli archivi di Frank Zappa), per portare agli estimatori di Prince altre gemme della sua arte musicale che copre tutto l’arco della BAM (Black American Music).

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