Punk bluegrass: intervista a Nate Hilts dei Death South

Sofia Virginia Raccio
11 minuti di lettura
© The Death South

C’è un’idea romantica e un po’ polverosa che circonda i Dead South. Li immagini come un manipolo di fuorilegge del secolo scorso, pronti a sfoderare un banjo invece di una Colt, tra i ghiacci del Canada. In realtà, questi quattro ragazzi arrivano da Regina, Saskatchewan — il cuore geografico e agricolo del Canada più profondo — e hanno compiuto un miracolo moderno: hanno preso il bluegrass, lo hanno spogliato della sua sacralità da chiesa rurale e lo hanno iniettato di un’energia punk che farebbe tremare i polsi a un purista del Kentucky.

Il mio appuntamento era fissato con Scott Pringle, ma sapete come va in questo mestiere: i tour sono macchine complesse e i contrattempi sono dietro l’angolo. Al posto di Scott, con la naturalezza di chi ha appena saltato un fosso, si presenta Nate Hilts. Poco male: Nate è la voce baritonale e il volto iconico della band, un narratore nato che sa trasformare anche un’intervista veloce in un racconto davanti a un falò. Lo abbiamo intercettato poco prima dell’imbarco per Londra, nel bel mezzo di un tour che li porterà all’Alcatraz di Milano il prossimo 19 marzo per l’unica, attesissima data italiana. Ecco cosa ci ha raccontato tra una valigia da chiudere e un volo che lo aspettava.

Nate, grazie per il tuo tempo. So che siete nel pieno del tour e la stanchezza magari inizia a farsi sentire…
Oh, nessun problema! Grazie a te, è un piacere.

Partiamo dalle basi. Il nome “The Dead South” suona come un verdetto. C’è sotto una storia epica o è stato il classico colpo di genio da sala prove? All’inizio avevate anche un batterista, giusto?
Sì, è vero. All’inizio avevamo batteria, basso e chitarra elettrica, oltre a Colton al banjo e me all’acustica. Vorrei davvero avere una storia epica pronta, ma la verità è che il nostro batterista dell’epoca se ne uscì con questo nome a metà di una jam, perché avevamo il primo show in arrivo. Si fermò, ci guardò e disse: «Che ne dite di The Dead Souths, con la S». Ci sembrò forte, ma abbiamo dovuto togliere la S finale perché con il nostro accento suonava come «Dead Sauce» (salsa morta). Non era proprio l’immagine che volevamo dare, così siamo rimasti The Dead South.

Raccontami di più sul vostro background. Com’è nata la scintilla tra voi? So che sei stato tu a dare il via a tutto.
Ho conosciuto Colton all’università tramite il mio coinquilino, che era nella squadra di wrestling. Quando la formazione originale si sciolse, ho chiamato Danny, il nostro violoncellista: lo conosco da quando avevamo cinque anni. Scott, invece, frequentava le lezioni con Colton e girava già come cantautore. L’universo ci ha messi insieme ed è diventata una famiglia a tutti gli effetti: pensa che oggi la sorella di Scott è sposata con Colton. Il cerchio si chiude.

Facciamo un salto indietro a Good Company, il vostro primo album. Cosa ricordi di quel periodo e dell’esplosione incredibile di In Hell I’ll Be in Good Company? Miliardi di visualizzazioni. Senti la pressione o la vedi come un dono?
La seconda che hai detto. Non è stata una cosa studiata a tavolino per diventare popolari. Il video fu un’idea dell’ultimo minuto, girato con gli amici quando stavamo già registrando il secondo disco. È esploso tardi, ma è stato fantastico. Certo, c’è la pressione di dover tenere alto l’interesse, ma non è così tanta da bloccarci: noi facciamo sempre e solo quello che ci sentiamo di fare. Collaborare con le dinamiche classiche dell’industria musicale? Diciamo che non ci riesce molto bene [ride NdA].

Parliamo del vostro sound. Non avete una batteria tradizionale, ma usate il violoncello e lo stomping dei piedi. È un limite o uno stimolo creativo?
Ormai ci viene naturale. Abbiamo una grancassa e Scott a volte usa un tamburello a pedale: questo ci permette di giocare con le sincopi e i ritmi in modo divertente. E poi, ammettiamolo, è molto più facile con l’attrezzatura: non dobbiamo trascinarci dietro un intero drum kit!

Molti vi etichettano come bluegrass, ma io ci sento molto punk. In quale genere ti senti più a casa?
Probabilmente il bluegrass è la cosa da cui siamo più lontani, o almeno non lo facciamo in modo “puro”. Prendiamo un po’ di tutto: folk, punk, metal. Cerchiamo un equilibrio, ma se devo scegliere, mi sento più vicino al folk e al punk.

A proposito di influenze: chi ti ha segnato davvero?
Tanti. Jim Morrison è stato un idolo assoluto per me crescendo. Ma nella mia collezione trovi Meat Loaf, Neil Diamond, il punk, il classic rock e persino la musica classica. È tutto mescolato lì dentro.

I vostri testi sembrano vecchie fiabe popolate da amanti, perdenti e assassini. Cosa pensi che serva per costruire una buona storia?
Ottima domanda. Penso che a volte non sia nemmeno il contenuto, ma il narratore a fare la differenza. Da piccolo, i miei mi portavano a feste con persone più grandi e io passavo ore ad ascoltarli raccontare storie. Volevo farlo anche io, ma ho scoperto che mi riesce meglio con la musica. Se mi vedi sul palco, tra una canzone e l’altra, non so mai cosa dire. Sono pessimo nei discorsi, spero solo che la gente colga la storia attraverso il brano.

Pensi che le vostre storie siano metafore della vita? Dai vostri brani sembra che la vita sia sempre una sfumatura di grigio, senza necessariamente eroi o cattivi “assoluti”.
Penso sia esattamente così. Ci sono decisioni che vengono prese e conseguenze che ne derivano, ma non significa che chi le compie sia intrinsecamente buono o cattivo. Dipende da dove ti porta il sentiero che hai scelto. E dipende da quale lato della storia stai guardando.

Il nuovo album, Chains & Stakes, ha un titolo forte. Qual è il suo significato e quale canzone pensi lo rappresenti meglio?
Il titolo viene da un verso di Yours to Keep, una canzone scritta da Danny. Di solito scegliamo il titolo dell’album spulciando tra i testi per vedere cosa calza meglio. Chains and Stakes (Catene e Paletti) evocava bene quel senso di pesantezza, di essere legati o bloccati dalle proprie decisioni. Anche se la musica suona felice, c’è molta oscurità nelle parole.

Avete anche rilasciato una bellissima cover di Joy dei Concrete Blonde. Perché quella scelta? Chi ti ha ferito?
Ho iniziato ad ascoltare quel pezzo alle superiori, quando è mancata una persona della mia famiglia. Mi è sempre rimasto dentro. Durante il COVID ho iniziato a lavorarci per farne una nostra versione e ai ragazzi è piaciuta. Significava molto per me poterla registrare con loro.

Mantenere creatività oggi è difficile. Come nasce una vostra canzone? C’è un luogo sacro o una routine specifica? 
Per i testi devo essere solo. C’è una grande vulnerabilità nel comporre e davanti agli altri mi sentirei timido. Ma per la musica adoro quando siamo tutti e quattro insieme: io porto un accenno e gli altri si agganciano subito. C’è una connessione magica, succede tutto velocissimamente.

Cosa provi sul palco oggi rispetto ai primi concerti? Hai dei rituali?
All’inizio, eravamo così nervosi che bevevamo molto, cercavamo il “coraggio liquido”. Ora, dopo anni di ripetizioni, va meglio, anche se certi eventi mettono ancora ansia. L’anno scorso, per suonare al Jools Holland, abbiamo sudato per ore, e per suonare solo un brano e mezzo! Ho persino rotto una corda durante l’esibizione! Come rituale, iniziamo a scaldarci un’ora e mezza prima, suoniamo insieme nel backstage per entrare in sintonia e scaldare le voci. Dobbiamo farlo, stiamo invecchiando [ride NdA].

Le vostre armonie sono incredibili, mi ricordano molto i Beach Boys.
Grazie! Merito degli altri ragazzi: Scott è un genio, sa trovare un’armonia su qualunque cosa io faccia, istantaneamente.

Il 19 marzo sarete all’Alcatraz di Milano. Vi piace suonare qui?
Ci piace moltissimo! Ci siamo stati nel 2022 e il pubblico è stato fenomenale. Ricordo che non riuscivamo a raggiungere il tour bus perché c’era tantissima gente fuori che voleva parlarci. Finora abbiamo visto solo Milano, ci piacerebbe molto esplorare il resto dell’Italia prima o poi.

So che ora devi correre a prendere un volo per Londra. Cosa andrete a fare? Magari un nuovo album?
Sì, volo a Londra proprio per iniziare a registrare il nuovo album! Abbiamo un grosso progetto in ballo. Ma non posso dirti di più.

Se dovessi consigliare un solo vostro album a chi non vi conosce, quale sceglieresti? E di quale brano sei più orgoglioso?
Direi l’ultimo, Chains & Stakes. Ogni disco nuovo diventa il mio preferito perché vedo i nostri progressi. In particolare sono orgoglioso di Completely Sweetly: è così diversa dal nostro standard, è stata una sfida scriverla e cantarla, ma ora la adoro.

C’è una domanda che avresti sempre voluto ricevere e che nessuno ti ha mai fatto?
Questa sì che è una domanda interessante… Mi hai messo un tarlo in testa, ci penserò per tutto il volo. Spero di trovare una risposta entro il 19 marzo!

Condividi questo articolo