Quando la cultura era musica: intervista a Corrado Rustici

Andrea Trevaini
8 minuti di lettura

La recente uscita, gratificata di 4 stelle sul Buscadero di marzo, di Chaire + Live at Pomigliano d’Arco: 1973 (Sony) della band napoletana Cervello, seguita dalla ristampa del loro unico disco Melos (1973), rarità prog assurta negli anni allo status di puro culto, ci ha spinto ad intervistare il musicista e produttore Corrado Rustici. Fratello minore del compianto Danilo Rustici degli Osanna (altra formazione indimenticabile dell’area partenopea), Corrado ci fa accedere al suo studio di Berlino tramite un collegamento Zoom.

Partiamo da questo disco, praticamente nuovo, dei Cervello
Tutto nasce da un concerto — il primo dopo più di quarant’anni — che tenemmo a Tokyo, nel 2017. Il successo fu travolgente, tanto che proposi a Giulio D’Ambrosio e Antonio Spagnolo — gli altri due membri originari — di provare a recuperare una serie di provini del cantante Gianluigi Di Franco, purtroppo scomparso non molto tempo prima. Si trattava di brani che sarebbero dovuti finire sul secondo album ed erano rimasti su una serie di nastri più o meno danneggiati dal tempo. Fino ad allora non avevamo trovato i mezzi adeguati per valorizzarli, ma le nuove tecnologie ci hanno permesso di recuperarli. Non è stato un lavoro semplice, ci sono voluti quattro o cinque anni per cercare di fare risorgere Gianluigi e recuperare le sonorità dei Settanta. Devi sapere che non amo le reunion: i musicisti, dopo così tanti anni, cambiano, eravamo cambiati anche noi e non aveva senso cercare di ricopiarci da soli. Comunque, sentivamo il dovere di farlo, per rispetto ai nostri appassionati e al loro incondizionato amore per Melos. Non c’era alcuno scopo di lucro, volevamo fare un regalo agli estimatori e rendere omaggio a Gianluigi. Fortunatamente, con il mio know-how di produttore, alla fine ce l’abbiamo fatta!

Il disco e il concerto mostrano una band matura benché composta da adolescenti. Elevatissimo, poi, il livello dei testi, imbevuti di mitologia ellenica.
Sì, negli anni Settanta i gruppi prog italiani mostrarono sia profondità nei testi sia una ricerca musicale dalla sostanza paragonabile a quella delle omologhe realtà di lingua inglese. Gianluigi andava al liceo classico e usò storie e personaggi della cultura greca per parlare delle crisi esistenziali del tempo, dei fermenti che stavamo vivendo. Anche per quanto riguarda le musiche, i progster tricolori recuperarono stilemi di musica classica e sonorità derivanti dal folk italiano. Poi, avevo mio fratello maggiore negli Osanna, che erano già famosi. E noi volevamo a tutti i costi superarli. Tieni presente, a proposito di livelli qualitativi, che recenti statistiche mostrano come il QI dei giovani abbia subito, in anni recenti, un drastico abbassamento causato dalle condizioni ambientali. Al contrario, noi vivevamo in un periodo davvero stimolante.

I Cervello oggi

Chi o cosa pose la parola «fine» sull’avventura dei Cervello?
In realtà, nonostante i buoni riscontri, l’accoglienza positiva della critica e i numerosissimi concerti tenuti lungo tutto il 1973, soprattutto nel circuito dei festival alternativi, scontavamo la scarsa notorietà: il disco non andò bene. Poi devi considerare che noi facevamo prog, ma senza tastiere. E questo, evidentemente, rappresentava un’anomalia. Ci furono pressioni per introdurle, ma io ero fermamente convinto del contrario e così ognuno se ne andò per la propria strada.

Quali erano le vostre fonti d’ispirazione?
Tutto partì, come per chiunque in quegli anni!, dai Beatles. Poi arrivarono i Cream e Jimi Hendrix, mentre i nostri punti di riferimento in ambito prog furono i Jethro Tull (che ebbi modo di apprezzare in concerto da giovanissimo), i primi King Crimson (ovviamente), i Genesis per i loro intrecci chitarristici e soprattutto i Gentle Giant, da me ammirati per la singolarità antiretorica degli arrangiamenti. Senza dimenticare i grandiosi Van Der Graaf Generator, in modo particolare quelli di Pawn Hearts. Ma nella nostra musica c’erano anche riferimenti alla West Coast, molto amata da Gianluigi. Fu lui a farmi conoscere Joni Mitchell.

Poi tu sei andato all’estero e hai avuto successo nel Regno Unito, assieme a tuo fratello, con i Nova. Da lì, il tuo percorso da produttore e le collaborazioni con Aretha Franklin, Whitney Houston, Herbie Hancock, George Benson…
Guarda che il percorso fu molto duro e lungo. Io stavo in Inghilterra, dove facevo letteralmente la fame, e non potevo rientrare in Italia perché sarei stato dichiarato disertore. Non potevo restare negli Stati Uniti perché non avevo un permesso di lavoro. Però ho resistito, e alla fine ho incontrato molti musicisti coi quali non solo ho collaborato, ma che mi hanno mostrato la loro amicizia e stima facendomi entrare in ambiti ai quali mai mi sarei sognato di poter accedere. Negli USA, poi, conobbi il blues e imparai ad amarlo, anche se non sono certo un chitarrista blues. Mi aiutò a capire le dinamiche di quella tradizione, nutrita dal blues, che andava sviluppandosi in Italia, a Napoli ma anche al settentrione. I successi a cui tengo di più, infatti, sono quelli ottenuti in Italia: ho cominciato con Renato Zero, ma sono orgoglioso del lavoro fatto con Zucchero da Rispetto in poi — una decina di dischi, fino all’inizio del nuovo millennio, coi quali abbiamo sfidato noi stessi e il pubblico con la diffusione di una musica per il nostro paese nuova. Poi ho creato il sound di Elisa, ho lavorato con Francesco De Gregori e più recentemente con i Negramaro, con il rocker Luciano Ligabue e con Noemi. Ma la lista non finisce certo qui.

Quali sono stati i tuoi chitarristi di riferimento?
Jimi Hendrix ed Eric Clapton agli inizi. Poi “Phil” Keaggy di una band che spero tu conosca, i Glass Harp. Maestri assoluti sono stati Allan Holdsworth, John McLaughlin e Ralph Towner, purtroppo scomparso da poco.

A cosa stai lavorando ora?
Sto preparando un mio nuovo disco solista, con cui vorrei dare una svolta innovativa al modo di suonare la chitarra. Inoltre, sto lavorando ad una produzione importante, vincolata a un non-disclosure agreement.

Non puoi scappare all’ultima domanda! I tuoi cinque dischi preferiti?
Domanda improponibile per uno che vive di e nella musica, ma così sui due piedi ti dico Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, Birds of Fire della Mahavishnu Orchestra, Court & Spark di Joni Mitchell, Octopus dei Gentle Giant, In the Court of the Crimson King. Ma come faccio a lasciare fuori John Coltrane con My Favorite Things, Miles Davis… Cinque non bastano proprio!

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