C’è un momento, durante questo nuovo tour dei Radiohead — il primo dopo sette anni di silenzio vero, e non il solito periodo di pausa fisiologica tra un disco e l’altro — in cui ti rendi conto che qualcosa si è mosso. Qualcosa è cambiato. Un equilibrio si è rotto e poi ricomposto in una forma nuova. Dentro quella scatola di cemento e metallo che è l’Unipol Arena di Bologna, accade qualcosa di inatteso. Lo spazio sembra trasformarsi in tutt’altro: una stanza minuscola con ventimila persone stipate dentro, tutte rivolte verso un piccolo cerchio luminoso al centro. Un palco che palco non è; piuttosto un laboratorio, una sorta di sala prove iper-tecnologica dove però la temperatura emotiva supera di gran lunga quella abituale di un live dei Radiohead. Perché qui la novità non era né estetica né tecnologica, né tanto meno c’era un nuovo album da presentare o un nuovo capitolo da forzare nel loro percorso. La novità erano loro cinque, di nuovo insieme, sul serio, come se si fossero ricordati all’improvviso di cosa significa stare nello stesso spazio e suonare gli uni accanto agli altri per il piacere di farlo.
Era questo che non vedevamo da sette anni, ed è questo che, fino all’annuncio del tour, molti di noi pensavano non si sarebbe più verificato. Il punto è che, dopo il 2018 (in Italia mancavano dal 2017, quando suonarono a Firenze e Milano), il gruppo aveva preso davvero rotte divergenti (più che parallele, dei veri e propri meridiani personali). Thom Yorke impegnato negli Smile, Jonny Greenwood nelle colonne sonore e nelle collaborazioni orchestrali, Philip Selway nei suoi percorsi solisti, Ed O’Brien in un mondo più legato alla scrittura cantautorale, Colin Greenwood nella sua discrezione laboriosa e nascosta, affiancando anche il tour solista di Nick Cave. Era quasi naturale ipotizzare che i Radiohead si fossero sciolti senza volerlo ammettere nemmeno a se stessi. Invece eccoli qui, di nuovo, davanti a noi, sullo stesso palcoscenico, e la cosa incredibile è la naturalezza del loro ritorno.

Non sembrano una band ritrovatasi dopo anni, ma una band che ha suonato ieri sera e stasera ricomincia. Eppure, guardandoli bene, si capisce che il tempo è passato — Yorke ha 57 anni anche se continua a muoversi come un folletto elettrico e tarantolato, scatta, danza, si contorce, gioca con il falsetto come fosse un elastico. Gli altri non sono da meno: Jonny Greenwood, quando entra in stato di trance, pare più giovane di quanto non fosse nel 2017; Ed O’Brien sembra avere la capacità di illuminare lo spazio attorno a sé; Colin è un metronomo umano; Phil Selway picchia e accarezza la batteria con quell’equilibrio unico che pochi gli riconoscono sul serio. E poi, da questo tour come in quelli precedenti, c’è sul palco anche un sesto elemento: Chris Vatalaro, alla batteria e alle percussioni.
Il palco centrale, piccolo, circolare, stretto, chiuso all’inizio da una gabbia di LED ad altissima risoluzione che si aprono come tende teatrali, è il colpo di genio di questo tour. Un ribaltamento totale del rapporto tra performer e pubblico: vengono azzerate le distanze e la prossimità alla band è quasi imbarazzante. Non è marketing: l’idea, per quanto all’avanguardia, è più artigianale e antica che mai. La band suona al centro dello scenario, con il pubblico a 360 gradi che li osserva da ogni lato. E la luce, le angolazioni, le ombre, tutto cambia a seconda di dove ti trovi. Non c’è un punto privilegiato, non c’è la solita gerarchia: il fuoco è la musica. Eppure, l’effetto è stranissimo e offre la possibilità di cogliere anche quei momenti che, in un’altra esibizione, sarebbero privati: come assistere a una prova segreta, aperta però a un numero impossibile di persone.
E qui arriva il punto che rende questo tour diverso da ogni altro affrontato dai Radiohead. Per la prima volta, non c’è niente da promuovere. Nessun album nuovo. Nessuna virata estetica da anticipare. Nessun esperimento da testare. Yorke ha selezionato 75 brani e finora (alla quarta e ultima data dei concerti bolognesi) ne sono stati suonati 43, alternati attraverso due scalette principali: una per le date dispari e una per quelle pari, che poi cambiano comunque di sera in sera (con pezzi aggiunti in corsa e piccole revisioni interne dell’ultimo minuto) o durante la serata stessa, momenti di libertà che dimostrano quanto questo tour sia il più libero degli ultimi vent’anni.
I Radiohead, con questo impianto, si spogliano persino della loro caratteristica principale: l’ossessione per l’innovazione. Anziché guardare avanti, tornano indietro nella propria storia. E il risultato è paradossalmente rivoluzionario. La scaletta del 18 novembre lo conferma con una chiarezza disarmante. Si parte con 2 + 2 = 5, da Hail to the Thief (2003), un’apertura che dopo più di vent’anni conserva ancora la violenza di un pugno nell’aria: riff sghembi, crescendo paranoidi, finale esplosivo. La band resta nascosta dietro i maxischermi, mentre le immagini scorrono a una velocità quasi stordente, come se l’apocalisse descritta nel brano fosse già iniziata. Poi arriva Airbag: cavallo di battaglia del loro repertorio, sospeso tra batterie spezzate e chitarre fluttuanti. Phil Selway dirige il traffico sonoro con una precisione impressionante, e quando gli schermi si sollevano verso l’alto, i Radiohead compaiono finalmente sul palco, disposti come nel loro studio, uno accanto all’altro, immersi tra gli strumenti, concentrati e intensi.
La fama di «freddezza» dei nostri, per chi li ha ascoltati solo di sfuggita, potrebbe persino sembrare giustificata: musica geometrica, controllata, ragionata al millimetro. Dal vivo, però, e soprattutto in questo tour, quella precisione è solo l’involucro che custodisce un’energia calda, umana, quasi imprevedibile. La prova arriva con Jigsaw Falling Into Place: Thom Yorke scherza con Jonny Greenwood dopo un falso attacco, dovuto a un errore di tonalità. Ritrovato l’equilibrio, l’arpeggio iconico decolla e il brano — una riflessione sul caos delle notti londinesi — vibra come un cuore accelerato. All I Need, invece, è pura magia: un bagno di luce arancio che avvolge tutti, con quel basso di Colin Greenwood somigliante a una sirena subacquea e gli archi sintetici a dissolversi nell’aria.
In quinta posizione arriva il pulsare magnetico di Ful Stop dall’ultimo album A Moon Shaped Pool (2016), con quelle linee di synth che sembrano espandersi e contrarsi come un organismo vivente, a tenere sospesa l’atmosfera prima del tuffo emotivo. Perché subito dopo si rientra nel territorio sacro di In Rainbows (2007). Nude — brano tormentato e riscritto per oltre dieci anni prima di trovare la forma definitiva — è presentata con un’intensità da pelle d’oca: Yorke al pianoforte improvvisa un intro inedita, poi la canzone esplode in un fragile equilibrio di falsetto e minimalismo. Le progressioni irregolari di Reckoner, costruite su piatti a pioggia e chitarre alla John Frusciante che sembrano galleggiare, completano una prima parte di concerto già all’apoteosi.
Si torna indietro al 1995 con The Bends, ritorno all’urgenza chitarristica degli esordi: un brano che dal vivo acquista quel sapore quasi garage, tirato e diretto. Yorke lo presenta in italiano, ridendo: «Adesso un brano più vecchio». Inutile dire che si sente veramente il distacco a livello di sound e nella serata questo è davvero il brano più datato. Come ormai tradizione, il concerto ignora completamente l’era di Pablo Honey (1993): niente Creep, niente pezzi del primo album. Segue il flusso mesmerico di Separator, da The King of Limbs (2011): Yorke balla seguendo quel loop sottile fatto di armonie eteree mentre la sua voce sembra librarsi fuori dal corpo. E poi Pyramid Song: una delle più grandi canzoni del secolo, punto. Bastano i primi accordi di piano a catalizzare l’arena in un silenzio religioso. La melodia per l’appunto arabeggiante è capace di stregare chiunque e mentre Greenwood accarezza le corde della chitarra con l’arco la tensione si eleva. Quel tempo irregolare (in realtà regolarissimo) porta il pubblico in una dimensione parallela ed è uno dei momenti più alti.
La tensione teatrale di You and Whose Army?, con la telecamera puntata sul volto di Yorke come in un cabaret fantasma, sfocia nelle pulsazioni irrequiete del finale. È uno di quei momenti in cui capisci perché i Radiohead non possono più essere confinati a un’etichetta, né alternative né qualsiasi altro sottogenere. Non perché abbiano perso qualcosa, ma perché hanno superato ogni definizione. Sono ormai nel campo dei gruppi che hanno definito un linguaggio proprio, un lessico musicale appartenente solo a loro. Un livello in cui trovi i Beatles per la composizione, i Pink Floyd per la costruzione degli ambienti sonori, e poi un mondo a parte che è solo Radiohead.
Arriva poi Sit Down. Stand Up., dove le ripetizioni di the raindrops esplodono letteralmente in un muro di elettronica e poi ancora Myxomatosis, con il suo synth distorto, acido e marcio. È una delle incursioni più violente della serata, un colpo di martello che ricorda quanto Hail to the Thief sappia essere ancora oggi un disco politico, rabbioso, lucido. E soprattutto dimostra quanto il brano abbia ancora un senso profondo in scaletta. Si entra infine nella zona dei classici, quelli con cui è letteralmente impossibile rimanere immobili. No Surprises, carillon-song solo in apparenza innocua, diventa un coro da brividi: le campanelle che rintoccano, il battito placido della batteria, Yorke intento a cantare della stanchezza esistenziale con una calma disarmante. Dal vivo il pezzo si trasforma in un abbraccio malinconico, un momento in cui tutto il pubblico sembra respirare allo stesso ritmo.
Optimistic — una delle gemme di Kid A (2000) — è puro movimento: chitarre dinamiche, groove nervoso, ritmica da vertigini. È uno di quei brani che dal vivo tornano a essere rock senza perdere l’aura aliena acquisita in studio: la frase «you can try the best you can» rimbomba nell’arena come un’esortazione a sopravvivere. Arriva There There, uno dei capolavori percussivi della band: le chitarre intrecciate come radici sotterranee, il ritmo tribale che avanza con una calma feroce, la costruzione lenta e inevitabile fino all’esplosione finale. Dal vivo sembra una marcia primordiale, un rito pagano. È quel momento in cui i Radiohead diventano un organismo unico, perfettamente accordato su una stessa pulsazione. La capacità dei Radiohead di creare equilibri fragili e potentissimi nelle atmosfere si manifesta anche nella scelta dei brani successivi: non è facile trovare subito lo spazio emotivo per una disarmante e stupefacente Exit Music (For A Film). E quando arriva, finalmente, il concerto scivola in un attimo verso il sacro. Parte come un sussurro appena accennato, poi cresce, si dilata, diventa una tensione che stringe il petto e non ti molla più. Le chitarre sembrano piegarsi come rami nel vento, fragili e minacciose allo stesso tempo; la voce di Yorke si incrina, si apre, si innalza fino a trasformarsi in un unico mantra. Negli schermi il volto di Thom appare e scompare, lentamente inghiottito da fasci di luce sempre più intensi, che lo attraversano da ogni lato come se volessero dissolverlo. Rimane solo la musica, quella melodia spezzata, quel sussurro feroce: «We hope that you choke, that you choke». E qua si può dire forte: non serve davvero nessun nuovo album al momento.

Senza un attimo di tregua, parte l’arpeggio impossibile di Jonny Greenwood: Street Spirit (Fade Out). Una spirale discendente che ti prende e ti porta giù, centimetro dopo centimetro, uno dei finali più devastanti e definitivi della storia del rock. È un vortice emotivo che inghiotte tutto, non lascia riparo. A quel punto il concerto potrebbe anche finire, e sarebbe già più che sufficiente. Sarebbe perfetto così. E invece manca ancora una manciata generosa di pezzi.
Il rientro sul palco è affidato a Let Down e non potrebbe davvero esserci brano migliore: illumina la sala come poche altre canzoni sanno fare, con quelle chitarre «a cristalli liquidi» e la struttura ritmica che sembra oscillare. Weird Fishes/Arpeggi è pura catarsi: la band è un organismo unico, perfetto, che corre in avanti senza mai perdere l’equilibrio in quel ritmo serrato e al tempo stesso delicato, sopraffino. Idioteque, davvero inaspettata, incenerisce ogni cosa, come sempre: Yorke balla come un reietto ai margini della città su quel loop glaciale, come se il mondo fosse sul punto di crollare. Modifica completamente la linea vocale e sembra in preda a un delirio. Gli altri si divertono. Colin Greenwood addirittura si mette a battere con le mani sopra un amplificatore. Intanto suo fratello Jonny è ai modulatori e sprigiona tutta l’acidità dei campionamenti.
Present Tense è fragile e luminosissima, e forse rappresenta un momento di respiro dopo la tempesta appena terminata e rivela tutto il suo potenziale. The Daily Mail — rarità molto amata dai fan — dal vivo funziona ancora meglio che in studio grazie al crescendo finale, quasi orchestrale. Yorke saluta, «Grazie Bologna. È stato un piacere essere qui». E poi Paranoid Android: un organismo vivente cucito insieme come una creatura prog, che cambia forma a ogni battito, sorretto dalle acrobazie chirurgiche di Jonny Greenwood. Dal vivo è una specie di possessione in cui ogni sezione diventa un passaggio obbligato, un’apnea perfettamente sincronizzata tra band e pubblico. A chiudere davvero il percorso arriva Everything in Its Right Place: una spirale digitale ipnotica che si avvolge e si riavvolge su se stessa fino a inghiottire tutto. Le voci si moltiplicano, si deformano, si rincorrono come sogni che svaniscono appena provi ad afferrarli. Rimette davvero tutto al suo posto, ogni emozione, ogni frammento, ogni vibrazione, e poi lascia che tutto, inevitabilmente, scivoli via come un’epifania che dura un istante e poi scompare.
Quello che resta, uscendo dall’Unipol Arena, è una sensazione davvero strana. Forse è una sorta di gratitudine. Non per la nostalgia: i Radiohead non sono una band nostalgica e può darsi non lo saranno mai. È gratitudine per aver assistito a qualcosa che suona come una consacrazione definitiva. Un passaggio che ancora mancava nella loro storia e non intendo in senso retorico ma musicale. Sono arrivati in quel punto della loro esistenza in cui non hanno più bisogno di spingere l’innovazione per essere innovativi. Bastano le canzoni, l’equilibrio perfetto tra bpm e atmosfere, rigore e dolore, matematica e carne, gelo apparente e calore interiore. E quel palco circolare, con la band al centro e il pubblico tutt’intorno, è l’immagine più fedele della loro essenza: cinque persone che vivono di musica per la musica. Sono semplicemente i Radiohead. E questa volta, più di ogni altra, lo hanno dimostrato.