RENEÉ FLEMING w/ Béla Fleck
The Fiddle and the Drum
RFR / Thirty Tigers
**½
Sono stato indeciso circa il recensire o meno questo disco. Ho sempre guardato con sospetto le contaminazioni e gli esperimenti tra musica rock, leggera o folk e musica classica o lirica, non mi hanno mai convinto: ho spesso pensato che si trattasse di un palliativo per rockettari (o musicisti tradizionali, nel caso del disco in questione), frustrati perché convinti di suonare cose «minori» e quindi convinti di come l’accompagnamento sinfoniche (qui, quello d’una soprano di fama internazionale) potesse nobilitarne il lavoro. Mi vengono in mente i Deep Purple, che già nel 1969 si accompagnarono alla Royal Philarmonic Orchestra, o in tempi più recenti, i lavori in cui la stessa ha fatto da background per le voci dei già defunti Elvis Presley e Roy Orbison.
Fatta la premessa, veniamo al disco, in cui la voce di Renée Fleming — rinomata star globale della lirica — si unisce al banjo di Béla Fleck: conosciamo il secondo sin dai suoi esordi in qualità di membro dei mai dimenticati New Grass Revival (per tutti gli Ottanta), e sicuramente i suoi lavori, fino a un dato momento (ricordate i Flecktones, pur non poco sconfinanti nel jazz, e certe produzioni da titolare?), sono stati di livello e spessore. Bisogna però anche ammettere come, col passare degli anni, il nostro abbia battuto sentieri d’ogni genere, dalle collaborazioni con Chick Corea a quelle in salsa world del quartetto con Zakir Hussain, Edgar Meyer e Rakesh Chaurasia, non sempre spiccando per efficacia e senso della misura.
The Fiddle and the Drum suona parecchio soporifero, così come altri lavori in cui Fleck è coinvolto: leggendo i nomi di comprimari quali Sierra Hull, Vince Gill, Jerry Douglas, Sarah Jarosz, d’istinto viene da pensare a un menù potenzialmente succulento, invece gli arrangiamenti sono tutti impalpabili e spesso tediosi. Certo, sulla bravura della cantante e degli accompagnatori non si discute, ma ascoltare il disco fino in fondo è una faticaccia.Persino canzoni come In the Pines e The Cuckoo, che abbiamo ascoltato all’infinito in decine di versioni dalla diversa configurazione, inducono alla noia. Ci sono altri titoli notevoli, per esempio una My Epitaph, in duetto con Olla Belle Reed, la cui seria impronta bluegrass fa momentaneamente risvegliare dal sonno, ma francamente risulta difficile capire a quale pubblico gli artisti si vogliano rivolgere. Probabilmente, però, venderà molto e magari frutterà a Fleck e a Fleming l’ennesimo Grammy-farsa.



