Rome As You Are: i Nirvana nella città eterna

Fabio Ruta
14 minuti di lettura

Diverse sono le grandi band internazionali, emerse dagli anni Novanta a oggi, che hanno sfornato ottimi dischi e show indimenticabili. Pochissime, però, sono diventate iconiche come i Nirvana. Oltre alla loro indubitabile verve creativa ed espressiva, ad alimentare il mito e a renderlo eterno fu anche, purtroppo, la fine tragica di Kurt Cobain, che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa nella propria casa, in un giorno di aprile del 1994, entrando così a fare parte del «club dei 27» insieme ad altre rockstar morte alla sua stessa età in circostanze drammatiche. Poche settimane prima, a febbraio, i Nirvana suonarono al Palatrussardi, nel loro ultimo show italiano. Rome As You Are — un recente film documentario ricco di testimonianze — ci riporta invece alle prime esibizioni italiane della band: ai Nirvana giovanissimi, che di lì a poco sarebbero stati travolti, letteralmente, da un successo planetario, non esente (come sappiamo) da conseguenze. Ne parliamo con Daniela Giombini, regista del film, nonché tour-manager dei Nirvana per i loro primi due tour italiani. 

Daniela ti chiedo di presentarti brevemente e raccontarci come comincia il tuo viaggio nel mondo della musica rock.
All’inizio degli anni Ottanta producevo, insieme ad altri amici, una fanzine musicale chiamata Tribal Cabaret. Grazie a questa esperienza, Rockerilla ci chiamò a collaborare. Un gruppo che avevamo intervistato a Londra, gli australiani Celibate Rifles, ci chiese di organizzare un tour in Italia: lo feci e lo trovai molto divertente perché, oltre alla fase organizzativa, giravo con la band come tour-manager. C’era una tipologia di gruppi medio-piccoli e indipendenti che desideravo vedere dal vivo, e se non li avessi organizzati personalmente, non sarebbero mai arrivati in Italia, perché considerati economicamente poco convenienti dagli altri promoter. È così che ho iniziato a occuparmi di booking, per pura passione. All’inizio ero da sola; poi, con un socio, formammo la Subway Productions e divenne una vera e propria professione.

Parlaci di Rome As You Are, il docufilm di cui sei regista. 
Cinque anni fa mi è venuta l’idea di realizzare un documentario sul gruppo più famoso che abbia mai seguito e con cui mi sia confrontata come tour-manager, ossia i Nirvana. È stata una gestazione molto lenta, durata quattro anni. In una prima fase abbiamo raccolto il materiale: foto d’epoca, documenti, nastri e altro. Successivamente ho contattato le persone da intervistare, che ricordavo avessero partecipato o lavorato a quei concerti come giornalisti, addetti ai lavori, fotografi o semplici spettatori.
Dopo mesi abbiamo iniziato le riprese, prima in studio con gli intervistati e poi, nell’autunno del 2021, con Bruce Pavitt, cofondatore della Sub Pop, arrivato direttamente da Seattle per prendere parte al progetto. È stato un lavoro di équipe, con Tino Franco come produttore e regista, insieme a me e al canadese Marco Porsia. Ci sono stati numerosi montaggi, di cui non ero mai completamente soddisfatta. Purtroppo, durante la lavorazione, Tino si è ammalato ed è morto, e per questo motivo il progetto si è arenato. Grazie a Dario Calfapietra, ultimo montatore del documentario, siamo riusciti a completare Rome As You Are, anche grazie a una colonna sonora composta interamente da gruppi italiani contemporanei. Abbiamo ricevuto due nomination al Seattle Film Festival: una per la regia e una come documentario, e abbiamo vinto il premio come miglior documentario internazionale lo scorso settembre a Seattle. Dalla prima proiezione — il 1° gennaio 2025 a Roma, al Nuovo Cinema Aquila — a oggi, abbiamo realizzato circa sessanta date in tutta Italia, tutte accompagnate da incontri col pubblico, ricevendo un riscontro significativo sia dagli spettatori sia dalla critica. Tengo a precisare che la nostra è un’autoproduzione, interamente autodistribuita e autopromossa.

I Nirvana del 1989 sono una band emergente, ancora lontana dal diventare mainstream. Come e a chi venne l’idea di proporli in Italia, e quale fu l’accoglienza?
Ci vennero proposti da un’agenzia olandese che stava organizzando il tour europeo. Ci offrirono più date, ma noi riuscimmo a garantirne solo due: una venne subito piazzata al Bloom di Mezzago(MI), mentre per la seconda, a Roma, dovemmo aspettare alcuni mesi, fino all’uscita di Bleach. All’epoca i Nirvana erano praticamente sconosciuti e viaggiavano in tour insieme ai Tad, inizialmente più noti di loro. Tuttavia, grazie al successo di Bleach in Inghilterra, la situazione si ribaltò rapidamente e i Nirvana divennero il top billing. L’accoglienza ai due concerti fu buona: non ci fu il tutto esaurito, ma entrambe le serate andarono bene, anche se non mancarono momenti di grande suspense.

Il concerto romano al Piper fu molto breve e si concluse con chitarra e microfono sfasciati sul palco da Kurt Cobain. Fu una trovata teatrale, un’imitazione sfacciata degli Who, oppure un atto impulsivo?
All’epoca, la band non poteva permettersi di ricomprare un’altra chitarra o di rompere un microfono. Quella sera, per fortuna, c’erano i boss della Sub Pop, Jonathan Poneman e Bruce Pavitt, che ripagarono i danni. Altrimenti sarebbe stato un vero problema. Per certi aspetti, noi addetti ai lavori e giornalisti pensammo si trattasse di un cliché, ma la realtà era diversa: Kurt era seriamente sull’orlo di un esaurimento nervoso e voleva sciogliere la band proprio a Roma. Tutto questo, e molto altro, viene raccontato nel documentario dal testimone numero uno, Bruce Pavitt.

Raccontaci se puoi qualche aneddoto di quei giorni, dei rapporti nella band e del loro soggiorno romano. Quali sono i primi ricordi che affiorano?
Prima di esibirsi al Bloom, la band fu fermata alla dogana di Chiasso e arrivò giusto in tempo per suonare, senza fare il soundcheck. Kurt Cobain cantò alcune canzoni al posto di Tad, che a causa di un’otite perforante fu trasportato al pronto soccorso di Vimercate. I Nirvana erano tre ragazzini conviviali e alla mano: bevvero vino rosso e animarono la serata. Il giorno dopo, a Roma, grazie a massicce dosi di antibiotici Tad stava benissimo, e apparentemente anche Kurt Cobain. Erano felici di rivedere gli amici della Sub Pop, ma in un nanosecondo, durante il concerto dei Nirvana, la situazione cambiò drasticamente. Non mancarono i «devi morire» cantati in coro da alcune persone del pubblico, mentre Kurt era arrampicato sugli amplificatori, pronto a gettarsi come Tarzan sulla palla stroboscopica del Piper Club.

Si potevano già cogliere allora le prime avvisaglie di disagio esistenziale ed emotivo nei comportamenti di Kurt?
Forse sì, una certa fragilità si poteva intuire, ma era un ragazzo di soli 22 anni: timido, gentile, introverso, che sul palco si trasformava completamente, dando vita a performance scatenate, come se uscisse fuori da se stesso.

L’album Bleach, spesso ritenuto un episodio minore, fu una delle pietre fondative del movimento grunge e del suo tentativo di riportare il rock a una dimensione ruvida e rabbiosa, a tratti disperata. Erano gli anni del passaggio da Reagan a George H. W.  Bush, della stagnazione economica e dell’AIDS. Ma anche quelli della caduta del muro di Berlino, della creazione del world wide web e dell’avvio della prima Guerra del Golfo. Cosa aveva da dire quel movimento, tutto americano, all’Italia e in particolare a Roma? Quali connessioni rintracciare?
In Italia, all’inizio, il grunge era uno stile non ben definito: una miscela di hard rock, psichedelia e punk. Esteticamente, tra capelli lunghi e vestiti trasandati, potevano sembrare degli hippie. Erano persone alla mano, semplici e cordiali, con l’entusiasmo tipico degli americani. In breve tempo il grunge divenne lo stile musicale più seguito e fece breccia nei cuori di tutti gli amanti della musica underground, dai metallari ai punk, agli amanti della psichedelia. Forse proprio per via di quelle performance scatenate e di quei temperamenti genuini, senza sovrastrutture.

Oltre ai suicidi di Kurt Cobain (a 27 anni) e quello più recente di Chris Cornell (alla età di 52 anni), numerose sono state le morti tragiche di artisti legati al grunge, molte di esse legate al consumo di droghe pesanti. Alienazione e uso di sostanze sono stati temi sovente al centro delle canzoni dei Nirvana. Nei giorni di frequentazione, nelle conversazioni con i membri del gruppo, hai colto questi aspetti esistenziali?
Per quanto mi riguarda, li ho visti consumare soltanto droghe leggere, spesso offerte. Credo il dilagare delle droghe pesanti sia stato strettamente legato al business, ai soldi, al successo improvviso e all’industria discografica: quello che poteva essere un uso sporadico, diventava abitudine con l’arrivo dei contratti con le major. E comunque erano ragazzi molto giovani, incapaci di gestirsi, in un meccanismo più grande di loro. La depressione è stata spesso una conseguenza dall’abuso di droghe e alcol. Inoltre, le regole spietate del music biz e la competizione sono estremamente corrosive, soprattutto per persone sensibili.

Quando tornarono, li trovammo spinti dal successo planetario di Nevermind. Hai colto cambiamenti nel gruppo e nel loro modo di fare musica, nei rapporti con l’industria discografica e dello spettacolo?
Nel tour successivo erano diventati musicisti molto più solidi, dei veri professionisti. Dentro, però, erano gli stessi ragazzi di prima, solo un po’ più maturi e meravigliati dal successo improvviso. Kurt era sempre gentile ed empatico, forse più silenzioso. Sul tour bus c’erano un giornalista inglese, la moglie di Krist Novoselic, il tour manager europeo che teneva tutti allegri, insieme alla new entry Dave Grohl. Mentre Kurt scriveva sui suoi diari.

Quale delle due esperienze ricordi con maggior piacere?
Sicuramente la seconda, quella del tour di Nevermind, perché viaggiando con loro ho potuto conoscerli meglio. Nel primo tour non ero riuscita a entrare nel pulmino perché loro erano in nove, Tad occupava due posti e lo spazio era troppo ridotto, così dovetti viaggiare in treno da Milano a Roma.

La colonna sonora di Rome As You Are non contempla, come sarebbe stato prevedibile, gruppi americani, ma band italiane contemporanee: cos’ha guidato questa scelta e che ruolo ha la selezione dei brani nell’economia complessiva del film?
Dopo vari tentativi, abbiamo deciso di utilizzare i gruppi presenti nelle compilation allegate alla fanzine Tribal Cabaret, che io e Dario Calfapietra produciamo da alcuni anni. Abbiamo scelto solo band italiane per promuovere meglio la scena contemporanea anche se nelle compilation sono presenti anche gruppi internazionali. Non tutte le canzoni funzionavano bene con le immagini: i brani hardcore, per esempio, non si adattavano alla dimensione narrativa e ai ricordi del documentario.

Oggi, con l’avvento della musica liquida e l’affermazione incontrastata delle piattaforme digitali, sarebbe secondo te ancora possibile la nascita di un fermento come quello del grunge, e in esso l’emergere di band-culto come i Nirvana?
Uno dei motivi per cui realizziamo compilation su cassetta allegate alla fanzine — old school e cartacea — Tribal Cabaret è proprio quello di dare visibilità ai gruppi che riteniamo più meritevoli con tanto di booklet informativo. Dovremmo ricostruire una rete indipendente fatta di band, etichette, locali, radio e fanzine, come esisteva prima di Nevermind. Solo il tempo può decretare quali band diventeranno di culto. Oggi nei negozi di dischi trovi LP di gruppi che per me erano fondamentali a 10 euro, e altri che non significavano nulla a 300. Alla fine, sono il tempo e le generazioni future a decidere cosa è stato davvero importante, anche quando questo non coincide con la vera storia.

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