
Ron Magril
Inspired
GleAM Records
***1/2
Che il jazz israeliano sia ormai una realtà congrua e di grande spessore lo andiamo sempre più scoprendo, con piacere. Figure come il contrabbassista Omer Avital, il pianista Yonathan Avishai, il batterista Asaf Sirkis, il trombettista Avishai Cohen e la di lui sorella clarinettista Anat Cohen, sono ormai astri che splendono luminosamente nel firmamento jazzistico internazionale.
In questo novero va certamente incluso il ventisettenne chitarrista di Tel Aviv Ron Magril. Con già un bel disco alle spalle, Until Now (2022), dove dava ampia prova delle sue indubbie doti, mostra un fraseggio che brilla per nitore e fluidità e una scrittura che si astiene sovente dal déjà entendu. Per (non) tacere della sua propensione a un sapida essenzialità espressiva piuttosto rara. Nel suo stile si rintracciano gli spiriti di Wes Montgomery, Grant Green e Kenny Burrell, ma il blending contiene altro ed è tra i più originali oggi in circolazione.
Il musicista israeliano ci presenta adesso un nuovo album, Inspired (titolo già di per sé indicativo), pubblicato dall’attenta GleAM e realizzato con il supporto di Yonatan Riklis all’organo Hammond e Ofri Nehemya alla batteria, già presente nel disco del 2022. È un guitar-organ trio, ma non quello classico/tipico. L’interplay viaggia parallelo al groove e lo swing, pur copioso, è al contempo solido e pieno di sottigliezze.
Lo si capisce subito ascoltando il primo degli otto brani, Playing For Wes, nel quale omaggiando Montgomery si va un po’ più in là del modello triadico Peter Bernstein-Larry Goldings-Bill Stewart, tenendolo comunque in conto: ritmo punzecchiante, soul jazz frizzante e fraseggi cristallini. A seguire v’è Twist and Turns, un walkin’ blues dalle forti tinte boppistiche che mette in rilievo l’intesa telepatica esistente tra il leader e Riklis sotto l’elegante pulsare di Nehemya. Relazione empatica che ritroviamo pure nelle tre sinuose ballad, ossia Neri, Cool Breeze e l’indolente e claudicante Friday, nelle quali ogni nota ha piena significazione.
Di altro mood sono invece lo sfrecciante e snello Minor Blue, il corposo e stratificato 12/8 di Africa (entrambi alquanto memori del quartetto storico di Trane) e l’ulteriore tributo montgomeryano di Another One for Wes, tutto guizzi e souplesse. In conclusione un ottimo esempio di jazz ricercato, denso e indubbiamente moderno. Ne risentiremo certamente parlare di questo chitarrista.