Foto © Lino Brunetti

In Concert

SANAM live a Milano, 21/11/2025

Riprende anche quest’anno, sempre presso lo Spazio Teatro 89 di Milano, la rassegna di concerti denominata Sempre più vicini, organizzata dal locale in collaborazione con Marco Monaci del negozio di dischi/libreria VolumeBK e Nina Terlizzi, che magari conoscerete quale una delle conduttrici del programma Battiti, su Rai Radio Tre. In attesa di sapere cos’altro avranno da proporre – per ora hanno anticipato solo che ci sarà un concerto degli Al Doum & The Faryds – ci siamo potuti godere una data del primo tour italiano dei libanesi SANAM, band che ha fatto non poco parlare di sé, soprattutto dopo l’uscita del loro secondo album, Sametou Sawtan, pubblicato da Constellation.

Il sestetto originario di Beirut – Sandy Chamoun (voce) Antonio Haij (basso), Anthony Sahyoun (chitarra, synth, electronics), Marwan Tohme (chitarra), Pascal Semerdjian (batteria) e Farah Kaddour (buzuq), in quest’occasione orfano di quest’ultima, assente perché (pare) doveva ritirare un premio da qualche parte – ha negli ultimi anni suonato in lungo e in largo (compresi festival come Le Guess Who? ed End of the Road, dove m’era già capitato d’intercettarli), creandosi una discreta fama, alimentata da dischi eccelsi nei quali mescolare tradizione araba (anche letteraria, per via di alcune poesie musicate, a far da testo ai loro pezzi), post-punk, psichedelia, pure un po’ d’ipnosi krautrock.

Le sonorità mediorientali diventano, quindi, parte integrante di un sound moderno, tagliente, che attinge al rock underground occidentale. Dal vivo come su disco, al centro di tutto ci sono le melodie e la bellissima voce di Sandy e la solidità di una sezione ritmica che, soprattutto per ciò che concerne il batterista, si pone in bilico tra indubbia sostanza e qualche raffinatezza jazzata. Su queste basi, le due chitarre (e il synth) giocano piuttosto come elemento di disturbo rumorista o per realizzare ipnotici bordoni sonori. 

L’azzenza del buzuq suonato da Kaddour (qui preso in mano in qualche occasione da Tohme), rispetto alle altre volte in cui li ho visti, ha inevitabilmente un po’ attenuato la componente mediorientale, lasciata in dote quasi unicamente al canto di Chamoun. Poco male, perché l’insinuante forza ammaliatrice dei loro pezzi non è venuta meno, palesandosi soprattutto attraverso canzoni avvolgenti e oniriche, solo a tratti intenzionate a giocarsi la carta della potenza e del graffio dissonante.

La reazione del pubblico accorso – moderatamente numeroso, vista la proposta e il fatto che era comunque il primo passaggio in terra italiana – è stata entusiasta e anche la band è parsa recepire il mood positivo che s’è creato nella sala. Curiosamente, vista la loro provenienenza, nessun accenno politico è stato fatto; non che servisse a qualcosa, vista la spiritualità insita nella loro proposta, veicolata attraverso le liriche scritte dalla cantante e, come si diceva, attinte anche dalla poesia iraniana del Dodicesimo Secolo di Omar Khayyam, dalla tradizione egiziana, dagli scritti dell’autore contemporaneo libanese Paul Shaoul (per stare ai brani dell’ultimo album che, ovviamente, hanno fatto da ossatura portante alla setlist della serata – menzione particolare per la conturbante Habibon).

Ottima band, che tra l’altro punta un faro sulla rigogliosa scena underground libanese, tutta da esplorare.

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