Per gli appassionati di musica sperimentale, di ricerca e d’elettronica, l’ormai storica rassegna Inner_Spaces è sempre foriera di appuntamenti irrinunciabili, sia per ciò che concerne il livello delle proposte (tenete d’occhio sempre il sito), sia per quanto riguarda il luogo dove questi concerti si svolgono, ovvero il bellissimo Auditorium del Centro San Fedele a Milano (per chi non lo sapesse, l’unico luogo in Italia dotato di un acusmonium, ovvero una vera e propria «orchestra di cinquanta altoparlanti, che consente la spazializzazione del suono»).
A volte, però, capita che i concerti, anche per via della loro natura ibrida e/o sacrale, si svolgano tra le ampie volte della vicina chiesa di San Fedele. È stato il caso della «Sacra rappresentazione» che si è svolta lunedì 23 marzo, denominata Miserere mei, Deus e strutturata attraverso diverse performance musicali.
Il pezzo forte era la prima assoluta di una nuova composizione della musicista canadese Sarah Davachi, da pochissimo vincitrice del Leone d’Argento alla Biennale Musica 2026 di Venezia, per il suo essere «una delle voci più interessanti e coerenti della scena musicale contemporanea, incentrata sull’ibridazione innovativa di linguaggi elettronici e acustici», anche se la serata aveva anche altri motivi d’interesse, come vedremo.
Intanto il titolo: «miserere mei, Deus» è una citazione del Salmo n.50, perfetta per quella che voleva essere «una grande e accorata preghiera per ottenere da Dio misericordia». Due le sezioni della performance, una ovviamente incentrata sul Miserere mei, Deus di Michel Richard Delalande (1657-1726), la seconda sullo Stabat Mater dolorosa di Giovanni Felice Sances (1600-1679). In apertura alle due sezioni, delle brevi partiture strumentali elettroniche (Introitus I e II) composte e suonate dal giovane musicista Ars Discantica, collocate a mo’ d’introduzione. In mezzo, l’opera della Davachi, ispirata al Miserere.
Come potete immaginare, di musica sacra non è che ne sappia molto e non posso far altro che riportarvi brevemente ciò che c’era indicato nel libretto: ovvero che l’opera di Deladande «è uno dei vertici della musica sacra barocca: ogni parola del Salmo 50 trova una corrispondenza musicale scolpita con straordinaria forza drammatica»; mentre quella di Sances «appartiene alla stagione in cui la monodia italiana, uscita dalla rivoluzione monteverdiana, trova nel lamento la sua forma più intensa e riconoscibile». Su entrambe (dirette da Lorenzo Ghielmi – anche all’organo – cantate dall’eccelso soprano Monica Piccinini, con Noelia Reverte Reche alla viola da gamba e il coro formato dalle giovani ma bravissime Sofia Paoli, Irene Petrali e Angela Sfolcini) posso al più dare qualche dilettantesca impressione personale: la prima l’ho trovata particolarmente intensa nella sua prima parte (al limite del commovente), ma nel suo continuo alternarsi di strofa e coro su tempi non proprio concisi, alla fine non facilissima; più breve la seconda, con una coda più “sperimentale” in cui all’ensemble si sono uniti anche la Davachi e Ars Discantica, due cose che me l’hanno resa più facile da penetrare e apprezzare pienamente.
Tengo per la fine il commento sulla composizione (per organo ed electronics) di Sarah Davachi, intitolata Miserere Omnium e, come detto, ispirata al Miserere stesso. Chi già conosce i dischi della compositrice – consiglio vivamente album quali The Head as Form’d in the Crier’s Choir o Two Sisters – sa quanto le sue opere minimaliste siano fortemente basate sulle microvariazioni e sulle stratificazioni, messe sovente in rapporto con la dilatazione del tempo e su come questo agisce sulle percezioni d’ascolto. Suonata su un organo positivo Tamburini, giostrata su tempi lunghissimi dove sembra non accada nulla, la composizione s’è articolata lungo 40’ circa, da un lato fornendo una sorta di controcanto fantasmatico e memoriale a quanto s’era appena sentito (anche attraverso il ricorso a piccoli campionamenti immessi con discrezione nel flusso), dall’altro giocando con le risonanze provocate dal luogo stesso, dall’interazione di acustico ed elettronico e dai volumi, approdando infine a un magnetico drone estatico e spirituale, capace di portarci veramente su un altro piano sensoriale.
Un’esperienza notevole, alla quale spero di aver reso almeno un minimo di giustizia con le mie parole, con le quali conto di avervi almeno incuriosito.


