Se avete un occhio di riguardo per tutto ciò che odora di rock e pop profondamente Sixties, non potete non esservi imbattutti negli Sharp Pins, ennesimo progetto dell’irrefrenabile Kai Slater, musicista già visto all’opera con Lifeguard, Dwaal Troupe e qualche altra sigla più o meno estemporanea. Il ragazzo ha appena 21 anni – è nato nell’ottobre 2005 in quel di Chicago – ma, fin dalla prima adolescenza, ha buttato fuori musica a getto continuo, preso da una furia creativa che non accenna a dare l’impressione stia per chetarsi.
Solo nel 2025, per dire, sono almeno cinque gli album pubblicati in cui appare, dei quali ben tre con il nome delle sue band maggiori in copertina, Lifeguard e Sharp Pins, ovviamente. Se i primi sono devoti a un noise rock che guarda ai gruppi della SST e all’hardcore evoluto di una band grandiosa quale gli Unwound, i secondi affondano le loro radici nel power pop chitarristico anni Sessanta e Settanta, chiaramente rigirato in salsa lo-fi, con il santino di gruppi come Big Star, Guided by Voices, Byrds, Teenage Fanclub e tutti gli eroi del Merseybeat sul comodino.
Al momento, proprio gli Sharp Pins paiono essere, fra le due, la band che ha maggiormente colpito la fantasia di critica e ascoltatori, tanto che l’ultimo Ballon Balloon Balloon (K Records) è stato glorificato da numerose testate, da Pitchfork in giù (ma anche dal Busca, se è per quello). Le sue canzoni, Kai e compagni le hanno portate in giro attraverso un intenso tour, facendo ben cinque date persino in Italia, l’ultima delle quali all’Arci Bellezza di Milano (serata finale dell’intera tournée europea).
A ulteriore dimostrazione di quanto il loro sia un nome «caldo», lo spostamento dalla piccola Palestra Visconti alla decisamente più capiente sala al piano di sopra. Ottima affluenza di pubblico, devo dire un po’ più âgé di quello che era lecito aspettarsi, vista la giovane età dei musicisti e la freschezza della proposta, sia pur profondamente legata a musiche super storicizzate. Come mi faceva notare un amico, si è assistiti a una sorta di cortocircuito alla Back to the Future al contrario, in cui sul palco c’erano dei ragazzi che suonavano una musica databile in un periodo nel quale persino il pubblico, composto in larga parte di cinquantenni, a malapena era nato.
Come che sia, per un’oretta abbondante, i tre ragazzotti – con Slater, a voce e chitarra, c’erano Joe Glass a basso e cori e Peter Cimbalo a batteria e cori – hanno dato vita a un centrifugato di chitarre jangle appena distorte, melodie ultra pop, bassi sinuosi e ritmi incalzanti, per un tuffo indietro nel tempo fatto di atmosfere che definire vintage è poco. L’impressione è che i brani, dal vivo, accelerino rispetto alle loro versioni in studio, assumendo una dimensione più punkettosa. Kai si scatena con tutta una serie di clichè rock’n’roll – dalle pose à la Pete Townshend agli urletti che puntellano i pezzi – ma questo fa parte del gioco e del divertimento, non è certo un difetto. Magari qualche armonia vocale, nella foga, viene fuori un po’ traballante, ma alla fine è l’energia del tutto che conta o le good vibrations che si spandono per la sala, aiutate da qualche ulteriore rimando al passato, vedi la cover di Step Inside degli Hollies, ad esempio.
Bella serata, partita tra l’altro assai bene anche con il gruppo spalla, i Fuzz Pony, nuovo progetto di Claudia Cesana (la ricorderete bassista nella band noise-punk psichedelica The Gluts), qui a voce e chitarra e a capo di un quartetto sempre devoto alla psichedelia e al garage rock, servito però in una forma meno urticante e più sognante e lisergica. Teniamoli d’occhio!


