Sir Joe Polito live a Lonate Ceppino (VA), 25/4/2026

Mauro Zambellini
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Foto © Carlo Carugo

Forte di un album alle spalle come Black & White, Sir Joe Polito si è presentato full band sul palco del Black Inside dando prova di quanto una riuscita prova discografica possa infondere energia e determinazione a un set dal vivo. È necessario riconoscere nel Black Inside (e nel suo pubblico ormai fidelizzato) uno dei club più caldi per quella musica indipendente che riesce a vivere e divertire grazie allo sforzo e alle visioni di chi ancora crede in questi appuntamenti “marginali” rispetto al chiassoso circuito mediatico. Recentemente tra quelle mura ho assistito alle esibizioni di Francesco Piu, Not Moving e, appunto, Polito e l’entusiasmo che ha investito i presenti è stato tangibile sotto ogni punto di vista, toccabile con mano, così da rendere una serata qualcosa da portarsi appresso per diverso tempo.

Nel caso di Sir Joe Polito la sorpresa è stata ancora più grande perché nella versione full band (con due chitarristi del calibro di Alberto Boscolo Agostini e Carlo De Bei e un sassofonista assatanato come Danilo “shining” Scaggiante) non si era mai visto, almeno da queste parti. Se poi aggiungete l’incalzante sezione ritmica di Gianni Spezzamonte (basso) e Marco Campignotto (batteria) capite che tale laguna army (un insieme di veneziani, chioggiotti e mestrini) non poteva che far ribollire il Black Inside grazie a un set ben congegnato, rovente, appassionato, ricco di tutte le componenti che necessitano al rock n’roll, dispiegato in versione da songwriter con diverse ballate, blues (per via dei tanti ripescaggi dal disco precedente di Polito dedicato a Ry Cooder) e R&B (quando le fiammate del sax di Scaggiante spostavano il baricentro dal bianco al nero).

Da parte sua Sir Joe Polito teneva la scena con padronanza, simpatia e se il look era più da grigliata in giardino che da performance rock, le presentazioni, la voce, la chitarra acustica e soprattutto le canzoni facevano pensare (anche per via del look casualissmo) a una versione nostrana di John Hiatt. Non a caso, nel finale la bella ripresa di Slow Turning faceva capire da quale universo è sbucato il rocker veneziano, il quale, con autorevolezza, dava il via al concerto con Vigilante Man per poi dare spazio alla sua ultima fatica discografica con la bella ballata rock Happy New Year e con la più confessionale Pacific Coast Highway, assieme alla jazzata (ancora il sax in gran spolvero) Last Night e alla lagunare (nel senso di swamp-blues) Run Against The Wind, i numeri forti estratti da Black & White.

In quest’ultima la slide di Alberto Boscolo Agostini impreziosiva come avrebbe fatto Sonny Landreth (e non solo in questo brano), mentre dall’altra parte del palco l’altro chitarrista, un Carlo De Bei in forma e ciarliero come mai, con la Telecaster dipingeva rossofuoco l’intero set, sciorinando assoli brucianti che ti facevano chiedere come mai un chitarrista del genere non possa suonare nei Black Crowes.

C’era poco da perdersi nei pensieri perché abilmente Polito traeva dal cilindro una divertente Smack Dab in The Middle, una adrenalinica versione di Little Sister, l’accorata Across The Borderline e una Crazy ‘bout an Automobile in salsa funky (un menù tutto Ry Cooder), elettrico come deve essere a parte il finale di Goodnight Irene, a dimostrazione che ciò che Sergio nutre per il grande musicista americano non è solo amore e rispetto, ma la ragione della sua avventura artistica.

Il tempo per 4+20 di Steve Stills, altro suo amore, un po’ di Chuck Berry, una rarissima Bronx Lullabye di Tom Waits (ribattezzata Casteo, in onore del quartiere veneziano in cui Polito è cresciuto) e la corale Jesus on the Mainline (con Veronica Sbergia alla voce e Max DeBernardi al mandolino sul palco) e lo show è alle stelle. Ciliegina sulla torta di una esibizione melodica e sanguigna al tempo stesso, il miglior modo per festeggiare il 25 aprile.


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