Leone, Minà e Morricone. Siamo a Roma. I tre sono riuniti per registrare un’intervista, per parlare di C’era una volta in America. Poche note al pianoforte: il tema di quella colonna sonora così potente, così necessario, così assoluto nel raccontare l’arrendersi ai bivi della vita, nel descrivere le sue incertezze, lo scorrere del tempo. Poche note. Il giornalista e il regista si scambiano uno sguardo d’intesa. Una complicità quasi estatica per quella musica, battito di un film larger than life. Istanti irripetibili. «Che hai fatto in tutti questi anni?»: la domanda rivolta a Noodles, antieroe dell’ultimo film del regista romano, magistralmente interpretato da Robert De Niro, è uno degli interrogativi più forti che riecheggiano in tutta la trilogia del tempo. Ed è il titolo del primo libro (Einaudi) di Piero Negri Scaglione. In quelle pagine, il racconto dell’Odissea che ha portato Leone da Giù la testa al suo ultimo film. Anni di avventure, ricordi, aneddoti, vicissitudini puntualmente descritte e raccontate dall’autore. Oggi il giornalista ha allargato il campo sulla vita e sul cinema del regista con Sergio Leone. Il romanzo di una vita, libro edito da Sperling & Kupfer. In un’intervista concessa a Buscadero, lo scrittore ci parla del suo ultimo libro, di cinema e musica.
Dopo Che hai fatto in tutti questi anni, ora hai allargato il campo alla vita del grande regista con Sergio Leone. Il Romanzo di una vita: possiamo dire che, per te, si tratta di una magnifica ossessione? Da tuo lettore e appassionato dell’arte del regista, questo è il mio auspicio… Quando è scattata la tua passione per il suo cinema?
All’uscita di C’era una volta in America avevo 18 anni, mentre, quando venne distribuito Giù la Testa, 13 anni prima, ero troppo piccolo per apprezzarlo. Il primo film di Leone che ho visto in sala è C’era una volta in America. Per me, e credo per tanti della mia generazione, lui è il regista di C’era una volta in America, mentre, per quelli più grandi, il suo nome è legato indiscutibilmente ai western all’italiana. Questo cambia le cose, perché l’ossessione, se c’è da parte mia, è scattata per C’era una volta in America, in principio per un motivo principalmente anagrafico e non perché lo consideri superiore agli altri. Credo abbia realizzato almeno tre capolavori assoluti, film che rientrano nell’empireo del grande Cinema: C’era una volta in America, C’era una volta il West e Il Buono, il Brutto e il Cattivo. Non faccio una graduatoria tra queste pellicole, ma, avendo visto C’era una volta in America a 18 anni, è quello che, come dire, ha rappresentato una sorta di “educazione sentimentale”. Ci sono tutti i grandi temi della vita su cui ti interroghi quando sei un ragazzo: l’amicizia, l’amore, il successo, il riconoscimento sociale, la ricchezza. Sono domande che, da ragazzo, ti fai in maniera pressante. In qualche modo, C’era una volta in America ti dà le risposte, anche se possono essere difficili da accettare.
Leggere il tuo ultimo libro è un’esperienza. Tra le pagine, una miniera di aneddoti, curiosità. Penso, per fare un esempio, all’idea (poi scartata) per l’inizio di C’era una volta il West, con il Buono, il Brutto e il Cattivo in questa stazione sperduta nel nulla, ad attendere il treno e “seccati” da Armonica. La fine di un’epoca. Immagino, anche da autore, quale possa essere stato il piacere per te nell’assemblare tutti questi tasselli che raccontano, sullo sfondo della stazione di Flagstone e della metafora che rappresenta, la fine di un mondo…
C’era una volta il West è fantastico. Di recente, leggendo un articolo sui migliori film di sempre, mi sono imbattuto in una dichiarazione di Martin Scorsese: tra i film imperdibili di Leone scelse C’era una volta il West. Lo capisco: è un grandissimo film. La scintilla iniziale è quella di Leone che, dal punto di vista personale, si era stufato di essere un regista di western e ne fa il grande funerale, un’ultima celebrazione decretandone la fine. Lui aveva l’idea di far morire i tre de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, anche per dire: «È la fine del genere». Non so quanto sia andato avanti con quell’idea, ma devo notare che i tre attori che poi ha preso e uccisi da Armonica avevano già recitato in importanti pellicole western. In qualche modo, quell’idea è rimasta. Charles Bronson fa fuori il vecchio West e forse muore anche lui. Qui si apre un’altra parentesi, che mi piace tantissimo, interessantissima: quella della lettura soprannaturale e un po’ dark, per cui, in realtà, il personaggio di Bronson sarebbe un fantasma. È una bella interpretazione, una bella teoria, sostanziata dal film stesso e dalle immagini.
Hai mai letto Mano armata, il romanzo, l’innesco per la meravigliosa odissea che, molti anni dopo, avrebbe portato a C’era una volta in America? Se sì, cosa ne pensi?
L’ho letto in inglese e in italiano. Non mi ha colpito particolarmente, devo dire la verità. Però Leone lo ha considerato da regista, non valutando la bellezza del romanzo, ma le scene che quella storia gli ispirava. La cosa fantastica, che fa capire come “vedeva” le cose, è questa: partendo da Mano armata, si pone una domanda — che fine ha fatto quel personaggio quando è andato via da New York? «E se io lo facessi tornare, molti anni dopo?» Da questo interrogativo nasce tutto: i 18 anni di tentativi, problemi e soluzioni che portano a C’era una volta in America. Questa era la domanda che si poneva e che poneva a grandi scrittori e sceneggiatori: trovare una risposta e costruire la storia.
Robert De Niro, a proposito di Noodles, protagonista di C’era una volta in America, aveva dichiarato: «Non ho mai pensato a Noodles come vincente o come perdente. Oggi usiamo spesso, troppo spesso, questi termini. Il film è tutta un’altra cosa, è un sogno? Oppure no? È questo il punto. E io mi sono buttato, ho seguito il disegno di Sergio». Pensi che il film, larger than life, sia stato un sogno di Noodles? Credi a quella teoria? Qual è la tua posizione in merito?
Leone ha dato diverse risposte a questa domanda. Una volta, a New York, disse: «Non lo so…» Può darsi che quella fosse la risposta più sincera, in realtà. Forse nemmeno lui sapeva davvero cosa significasse quell’immagine, se era tutto un sogno dovuto all’oppio o se siamo tornati indietro nel tempo in maniera circolare. Quello che so, perché ho parlato con persone coinvolte nel progetto e perché mi sono documentato, è che, fin dall’inizio, quando parlava con gli sceneggiatori, diceva che aveva in mente una struttura circolare. Voleva che la storia si chiudesse come è iniziata. Con quel film aveva in mente di tracciare un bilancio di vita. Per quanto riguarda me, ricordo benissimo quando vidi quel lungometraggio per la prima volta. Mi sono sentito bene con quel finale. È come se lui capisse che sarebbe andato tutto bene alla fine, con un finale positivo. Poi, non lo so, ho cambiato molte idee. Se tu vedi C’era una volta in America in diversi momenti della tua vita, cogli diversi aspetti e sfumature rispetto alla volta precedente. Ti dice sempre qualcosa di diverso, mano a mano che diventi grande. Questa è la qualità dei classici. Se rileggessi adesso l’Odissea sarebbe una cosa diversa, ad esempio, rispetto a quando la lessi a scuola. Per questa caratteristica, C’era una volta in America rientra tra i classici.
Torno al tuo ultimo libro, ho particolarmente apprezzato quel passaggio in cui dici: «Con il tempo, metterà a punto una frase delle sue: ‘Se io sono il padre del western all’italiana’, dirà, ‘allora il nostro film è pieno di figli di putta…’ Urlo di coyote, musica, il pistolero si allontana a cavallo fino a diventare un puntino invisibile nella prateria».
Mi è venuta in mente la scena del film. Ha detto questa cosa in diverse interviste. Odiava quando lo collocavano nello Spaghetti Western. Sentiva di essere qualcos’altro. Qui si apre un discorso interessantissimo su quello che è stato il western italiano, che certamente deve molto del proprio successo alla sua figura. Ci sono però moltissimi film meritevoli. Lo Spaghetti Western è il r’n’r italiano: fu un genere di grandissimo successo in tutto il mondo. È un’invenzione totalmente nostra. Un punto di vista, un’intuizione su quel mito, su quelle storie.
Hai in mente di proseguire con una tua “trilogia” dedicata al cinema e all’arte di Sergio Leone per il tuo prossimo libro, o hai deciso di smarcarti dall’argomento nella tua prossima pubblicazione?
Sto lavorando a un libro biografico sullo scrittore e giornalista Giorgio Bocca. Mi piacerebbe tornare sul cinema italiano. Mi piacerebbe raccontare lo spaghetti western: una storia bellissima, con grandi personaggi e grandi film. Poi sarebbe bello fare un libro come quest’ultimo, ma incentrato su Ennio Morricone.
Parlando di Morricone, quali sono le sue colonne sonore che per te sono più importanti?
Difficile rispondere. Ne ha fatte tantissime. Forse C’era una volta in America, Il Buono, il Brutto e il Cattivo. Non riesco a scegliere. Alla fine della Trilogia del Dollaro è nel suo periodo r’n’r. È al massimo. La chitarra elettrica e tutte le altre sonorità che proponeva. Tra i suoi lavori in generi totalmente diversi, certamente va citata Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Mission è un’altra grandissima colonna sonora. In Vamos a matar compañeros c’era un Morricone in grande spolvero. Poi, a casa mia, c’era il 45 giri di Here’s To You, quel pezzo cantato da Joan Baez per il film Sacco e Vanzetti: lo ascoltavo in loop da bambino.
Cosa stai ascoltando e leggendo adesso?
Ho consegnato il libro tra marzo e aprile, e, sullo slancio di questa cosa, per diversi mesi ho ascoltato solo Morricone. Lavorando al libro su Bocca, sto leggendo molto sulla storia d’Italia. Ho riscoperto, grazie al lavoro su Leone, un libro di Mark Twain ambientato nel West: In cerca di guai (Adelphi). Qualcuno sostiene che Twain fosse una delle ispirazioni del regista.






