Sprints live a Milano, 25/3/2026

Lino Brunetti
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Ovviamente m’era già piaciuto parecchio il loro disco d’esordio (Letter to Self), ma il momento in cui mi sono letteralmente innamorato di loro è stato quando li ho visti dal vivo. Ecco, come primissima cosa questo direi: gli Sprints sono una live band pazzesca e sfido chiunque assista a un loro concerto rimanere indifferenti e non diventare poi loro fan. E poi sì, ovviamente ci sono i dischi, col secondo All That is Over capace di compiere un bel balzo in avanti rispetto al già ottimo primo disco, tanto che davvero non ci si capacita della sua sostanziale assenza nella maggior parte delle liste di fine anno del 2025. A mio parere, la più vistosa delle mancanze.

In realtà, credo che la consacrazione per loro sia solo rimandata. Per il momento sono diventati a tutti gli effetti musicisti professionisti (ovvero vivono facendo questo lavoro), ma che abbiano tutte le potenzialità per sfondare presso un pubblico più ampio mi pare innegabile. Facciamo così: quando e se questo avverrà, ricordatevi del vostro umile cronista come uno dei supporter della prima ora e non come uno saltato sul carro dei vincitori all’ultimo minuto.

Detto ciò, il concerto all’Arci Bellezza – l’abbiamo detto e lo ripetiamo, the best club in Milan – è stato chiaramente una bomba totale, magari non al pari degli show che avevo visto in UK, ma comunque di livello assoluto. Del resto la serata (chiaramente sold out) era già iniziata bene con la performance degli olandesi Marathon, autori di un album uscito credo l’anno scorso, nell’insieme piuttosto interessante. Magari sono ancora un filo acerbi per ciò che concerne la scrittura dei pezzi, ma il sound (chitarristico e turbinoso) ce l’hanno e per trovare una loro strada precisa avranno tutto il tempo. Intanto, la mezz’ora a loro disposizione è filata via fin troppo veloce.

Una mezz’oretta di pausa ed è la volta del quartetto di Dublino. L’inizio è leggermente in sordina: le chitarre sono inspiegabilmente basse, la reazione del pubblico è statica e un po’ trattenuta (del resto, chissà come mai, è nell’insieme meno giovane di quello che era lecito attendersi) e la band è una di quelle che reagisce empaticamente a ciò che si trova di fronte. Nonostante suonino pezzi potenti come Descartes, Feast e Beg la botta stenta ad arrivare. Karla Chubb (senza mezzi termini una delle front woman più carismatiche e straordinarie in circolazione) se ne rende conto subito e provvede pertanto a dare la carica a chi si trova di fronte. La cosa funziona fortunatamente, il torpore evapora e s’inizia a interagire veramente con quello che arriva dal palco (che di brano in brano diventa sempre più affilato, rumoroso e selvaggio), pogando, ballando e saltando. In una parola divertendosi di brutto.

Il terzetto di musicisti che sta attorno a Karla – il bassista Sam McCann, il chitarrista Zac Stephenson, il batterista Jack Callan – sa il fatto suo: gestisce al meglio le dinamiche, ritmicamente picchia propulsivamente, dà ad ogni pezzo una sua identità suonando magistralmente. Eppure, stasera è sicuramente lei, Karla, l’anima del concerto. Lo è quando si cala in mezzo al pubblico sfrontatamente durante Need, quando sulla conclusiva Little Fix fa stage diving sopra un pubblico a quel punto ormai adorante e sudatissimo, quando lancia le sua urla deflagranti senza avere un cedimento nella voce. Soprattutto lo è nel lungo discorso che fa prima di una devastante Desire, riassumendo un richiamo a un senso comunitario contro tutta la merda che ci circonda, fatto prima dell’unico pezzo definibile come ballata della serata e invece tra i più lancinanti e devastanti nel suo crescendo catartico.

Ciascuno dei loro pezzi è potenzialmente un singolo killer, senza necessariamente essere qualcosa di facile e immediato. Ma anche in questo sta la loro forza, nel riuscire a fare la loro cosa, seguendo unicamente quello che si sentono dentro. E che alla fine arriva pure a chi ascolta. Eccome se arriva! Grandissimi a dir poco.

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