Squeeze live a Milano, 27/3/2026

Sofia Virginia Raccio
3 minuti di lettura

C’è pop e pop. C’è quello che scivola via dopo un ascolto e c’è quello “nobile”: fatto di incastri perfetti, contaminazioni rock e melodie che ti restano incollate addosso e una scrittura che non cerca la scorciatoia della banalità. È il pop che ha reso immortali i Beatles e che, dal 1974, vede negli Squeeze i suoi interpreti più raffinati.

L’unica tappa italiana del loro Tried, Tested, and Trixies Tour, in Santeria Toscana 31 di Milano, è stata una lezione di stile, nonostante un’affluenza di pubblico non proprio generosa. Sul palco sono in nove, con un look rétro che sembra arrivare dritto dagli anni ’70. La formazione è solida: tre chitarre, una pedal steel (Melvin Duffy) che vira sul mandolino, tastiere e sintetizzatori (Stephen Large) e una sezione ritmica affidata a Owen Biddle, Steve Smith e Simon Hanson che non perde un colpo.

Si parte fortissimo. I primi tre pezzi (Pulling Mussels, Another Nail in My Heart e Is That Love) sono un concentrato di energia pura: suoni brillanti, cori perfetti e quel dinamismo fresco che è il marchio di fabbrica della band. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una macchina ben oliata che sa esattamente come far muovere il piede al pubblico.

Il cuore del concerto è stato dedicato interamente a Trixies, il 17° album della loro carriera. Un disco a cui deve esser dedicato più di un ascolto, nato da vecchi demo registrati su cassetta da Chris Difford e Glenn Tilbrook quando erano poco più che adolescenti. Qui il concerto cambia marcia: i ritmi rallentano, ci si immerge nelle ballate e l’atmosfera diventa quella di un fumoso night club d’altri tempi. È una parte di show più irregolare. Se brani come Hell on Earth e The Jaguars colpiscono per intensità, altri momenti sembrano quasi degli abbozzi, pezzi di storia che faticano a tenere il passo con i grandi classici. Un set coraggioso, ma che ha inevitabilmente creato qualche alto e basso nel ritmo della serata.

Il finale, però, è stato un crescendo travolgente. Con l’attacco di Hourglass, il coinvolgimento è tornato a essere fisico. Gli Squeeze hanno pescato dal mazzo i loro assi: tra Beat e Rock’n’roll, esplode Goodbye Girl, dove mandolino e fisarmonica danno un tocco quasi country. Da Up the Junction a Tempted, la qualità della scrittura di Difford e Tilbrook è emersa in tutta la sua forza. Nota di merito alla versione infinita di Take Me I’m Yours, con ogni musicista impegnato in un assolo per la presentazione finale.

Un’ora e mezza di musica pulita, onesta e terribilmente divertente. Gli Squeeze hanno dimostrato che si può invecchiare con estrema dignità, mantenendo una freschezza esecutiva invidiabile. Peccato solo per i pochi intimi presenti: la qualità vista sul palco avrebbe meritato il tutto esaurito.

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