Storia di un emigrante di successo: intervista a Pippo Pollina

Andrea Trevaini
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Foto © Felix Glatzmann

Pippo Pollina ha di recente dato alle stampe l’ottimo Fra guerra e pace, uscito su etichetta Jazzhaus e recensito sul numero di febbraio del Buscadero (disco del mese della rubrica Italians Do It Better): un’opera matura, che oltre a riflettere sulle guerre e gli eccidi ancora in corso ovunque nel mondo, presenta il ritratto di un musicista senza dubbio da ascrivere al novero dei grandi cantautori italiani. Il passato di Pollina non si può non ripercorrere se non sotto il segno della Sicilia delle sue origini, dove nel 1979 mise in piedi quegli Agricantus precursori, con il loro intreccio di folk mediterraneo e sonorità dall’America latina, della world music dei decenni successivi.

Pionieristica anche l’esperienza del mensile I Siciliani, fondato a Catania, nel 1983, dal giornalista e drammaturgo Giuseppe Fava: dopo l’omicidio di quest’ultimo — il 5 gennaio del 1984 — da parte di una cosa nostra sempre più infastidita dalle coraggiose requisitorie e inchieste antimafia della rivista, assassinato quest’ultimo, uno sconvolto Pollina, nei mesi precedenti tra i collaboratori della testata, decideva allora di lasciare l’isola. L’artista se ne andò nel 1985, convinto che la propria sensibilità politica e i suoi ideali di giustizia sociale, in un territorio inquinenato dalla contaminazione con la criminalità organizzata e da politici e istituzioni a essa asserviti (quando non platealmente collusi), non avrebbero ai tempi potuto trovare alcuna forma di appagamento. «I governanti obbligano le masse alla necessità della guerra», scrive oggi nelle note introduttive al suo disco, «costringono milioni di persone a morire e a uccidere i loro presunti nemici in nome di bugie raccontate ad arte». Pollina, a diciott’anni, fu obiettore di coscienza e si rifiutò di assolvere all’obbligo di leva (sospeso dal 2005, ma non abolito). Proprio qui comincia la mia intervista

Perché te ne sei andato dall’Italia degli anni Ottanta?
Perché temevo il paese potesse diventare quello che è poi diventato. Inoltre, ritenevo che il ruolo di cantautore fosse quello di esprimere, attraverso le mie composizioni, il senso della lotta politica e sociale. Io nasco negli anni Cinquanta, negli Ottanta ho visto inaugurarsi un periodo — il cosiddetto decennio del «riflusso» — di ripiegamento e disimpegno. L’Italia, immaginavo, avrebbe rifiutato la cultura come espressione e la musica sarebbe stata uno degli agnelli sacrificali. Al di fuori dei nostri confini, l’approccio degli ascoltatori verso la musica era più meditato, appunto come se si trattasse di un fatto culturale accertato. Così, ho fatto un lungo viaggio in Europa, mantenendomi come busker per ben cinque anni. Poi ho deciso di restarmene altrove. 

Nel 1989 incidesti il tuo primo disco solista: da quel momento è partita una carriera entusiasmante.
Sì, ormai ho inciso 25 dischi, composto oltre 400 canzoni (di cui solo 250 registrate), con i miei tour nei teatri europei e italiani raggiungo ogni anno settanta, ottantamila spettatori. Torno ancora nel mio paese con regolarità, posso contare su una nicchia di ascoltatori affezionati. Finora ho tenuto più di quattromila concerti.

Parlami del nuovo Fra guerra e pace.
Come ti avevo detto, il ruolo del cantautore era, per me, soprattutto sociale e politico. È ancora così, e questa volta, per consolidare quel ruolo, mi sono addentrato nella memoria storica. La notte dei cristalli, per esempio, parla del tremendo, drammatico pogrom antisemita scatenatosi in Germania la notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938, un avvenimento che devastò la comunità ebraica dell’epoca e fu inconcepibile presagio dell’imminente Shoah. Alla canzone partecipano i miei figli, Julian detto Faber e Madlaina [cercate su YouTube il video del brano, molto evocativo e benissimo diretto dalla consorte di Pollina, la svizzera Christina Roos, ndr]. Altri brani importanti, anche loro in qualche modo legati al contesto attuale, sono Free Palestina («Non ci sono canzoni a riempire di suoni le sere di Gaza / Pietre, polvere e catrame, freddo, sere e fame») o Fra i petali del girasole, dove ho voluto esprimere il mio auspicio per la pace in Ucraina dando voce a un soldato in licenza, davanti alla sua donna («Ci sarà nel cammino / al risveglio d’ogni mattino / una luce, un orizzonte, un suono / una finestra aperta sul perdono»). Il disco è stato registrato in 6 studi diversi tra Germania, Svizzera e Italia, a Palermo. Diversi musicisti si alternano, o si accompagnano, nei vari brani.

Dove il percorso della memoria è sempre molto battuto…
Ti cito Hasta Siempre, non dedicata (come pensavi tu) a Ernesto “Che” Guevara bensì a “Pepe” Mujica, l’ex-presidente dell’Uruguay morto quest’anno, una figura per me importantissima. Anche in questa canzone, ho voluto proporre un chiaro esempio del ruolo di testimonianza rivestito, nella società, dagli artisti, dai cantautori. «Que nunca no vamos / por malo camino / por otra palabras / por otra razón»: parole di speranza. Vigolais è molto più personale, in quanto dedicata al mio figlioccio, mancato in un incidente di montagna: il testo è in realtà il suo commiato dal mondo, dedicato a chi rimane. Tengo molto anche a Il fiume, una metafora della vita e dell’amore che scorrono e mantengono i loro percorsi tortuosi, magari incomprensibili, ma inevitabili.

Programmi futuri?
Dopo Natale parto per un tour europeo. Promuoverò Fra guerra e pace con 139 concerti in 10 paesi, tra cui l’Italia. Verrò anche dalle tue parti, a Bollate: Teatro La Bolla, il 30 aprile.

Ultima, inevitabile domanda. Quali sono i cinque dischi che ti porteresti sull’isola deserta?
La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria di Ornella Vanoni, il disco realizzato con Vinícius de Moraes e Toquinho. Viva Chile! degli Inti Illimani, coi quali ho anche suonato, nel 1974. Led Zeppelin IV,perché contiene Black Dog e Stairway to Heaven. 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! degli Area e un’esecuzione della Corale di Beethoven.

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