Strawberry Alarm Clock, Where’s One?

Raffaele Galli
3 minuti di lettura

STRAWBERRY ALARM CLOCK
Where’s One?
Big Stir
***1/2

Gli Strawberry Alarm Clock non hanno mai trovato troppo spazio nelle nostre pagine. Due sole recensioni nel corso del loro mezzo secolo (e oltre) di carriera, riguardanti un’antologia Big Beat sugli esordi e la ristampa Sundazed del celebre Incense & Peppermints, la cui title-track andò in vetta alle classifiche USA. Dopo quell’exploit, però, pur non avendo abbandonato le scene i SAC non hanno lasciato, dietro di sé, tracce significative, in parte a causa dei numerosi cambi di formazione, in parte per la poco convinta ricerca di strade alternative (volte a recuperare attenzione e consensi).

Oggi, gli ormai stagionatissimi protagonisti di allora si ripresentano con questo Where’s One?, celebrando una rinnovata vena psichedelica e sperimentale nonché manifestando una salda, quanto inaspettata, coesione alchemica. Il parere del sottoscritto è positivo: il disco è di buona qualità, ha una sua coerenza, non indugia in scivoloni nostalgici, fa sentire il suo spirito Sixties ma si tiene al passo coi tempi. È, in sostanza, un prototipo di rock psichedelico con chitarre in evidenza, vorticosi interventi d’organo, comparsate del flauto, spettacolari ritmi percussivi. È vero, in studio ci sono i cinque membri originali della formazione, ma solo tre di essi — il tastierista Mark Weitz, il batterista Randy Seol e il bassista George Bunnell — hanno davvero partecipato alle registrazioni di Incense & Peppermints. Gli ultimi due — il polistrumentista Steve Bartek e il chitarrista Howie Anderson — si sono aggiunti successivamente.

Dopo la piacevole introduzione a cappella di Feel the Love, ecco il primo macigno psych — la sinistra Monsters — cui fa seguito un’originalissima Day Tripper (Beatles), quasi interamente strumentale e integralmente ricostruita. White Light è un altro affondo lisergico, tendente al metal, in contrasto con I’m Not the One, lenta ballatona beatlesiana infusa di joie-de-vivre, con tastiere sugli scudi e un finale tintinnante. Ci sono dolcezza e romanticismo in Since You Have Gone Away e nel suo intermezzo, per quartetto d’archi, dove l’autore immagina di vedere la madre in sogno. Live Water è un’intensa, delicata canzone d’amore con il piano in evidenza e ambiziose parti strumentali; The Sky Isn’t Falling un riuscito tentativo di descrivere l’ampiezza dell’universo con la melodia che sembra stendersi per abbracciare l’orizzonte. Tahitian Gardens, dal sapore R&B, vuole rappresentare, con la sua sofisticata atmosfera, un paradiso tropicale «di plastica», mentre Galactic Symphony batte il terreno della psichedelia elettronica declamando una poesia di Stephen John Kalinich (paroliere, tra l’altro, dei Beach Boys). Da non dimenticare, infine, un’altra e decisamente buona parafrasi dei Beatles: Within You Without You, dove si fa sentire il sitar.

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