SULLIVAN FORTNER
Leave That in There
Artwork
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L’anno scorso, un po’ in ritardo, mi sono infatuato di Southern Nights del pianista Sullivan Fortner, sorprendente celebrazione in trio dei suoni di New Orleans, sua città natale. Quell’album entusiasmava per la limpida tecnica del titolare e il raro feeling delle tracce; il suo nome, tuttavia, non mi era ignoto. Innanzitutto, come membro del gruppo del compianto trombettista Roy Hargrove (senza mai incidere) e per dischi a suo nome come Moments Preserved (2018), appunto con Hargrove, e Solo Game (2023), sentita alternanza del suo lato acustico con quello elettrico/elettronico.
Adesso mi trovo tra le mani Leave That In There, prodotto da un’autorità come Derrick Hodge: tredici tracce che continuano, migliorandolo, il discorso iniziato con l’album del 2023 e, a detta dell’autore, lo rappresentano meglio (quindi con l’utilizzo di altri tipi di tastiera!). Ad aiutarlo in quest’opera che flirta con altre musiche troviamo il bassista Tyrone Allen II e il batterista Kayvon Gordon.
Il primo brano, Sugarcane, è un’ode alle radici africane attraverso una vitale danza di percussioni, marimba e sintetizzatore, a cui segue Que Diablos, pennellata afro-latina quasi neo-bachiana, dai tocchetti J Dilla che rendono il tutto più avvincente. Sapiente l’innesto dell’organo nella breve e volteggiante mutevolezza di A Poignant Time, così come omaggio alle sonorità di Bernie Worrell e dell’Herbie Hancock elettrico è il bozzetto Aerobatics Pt. 1., anticamera di Aerobatics Pt. 2, dove il Rhodes conduce un interplay fitto e groovy allo stesso tempo. Ma sorprendono pure Sorcerer’s Stick, dove sembra che Jason Moran incontri Thelonious Monk e Barry Harris; Swirl, per l’agilità dell’Hammond su un ritmo elviniano; T295, lamentazione contrabbassistica condita da suoni elettronici.
Caso a sé la cover della Number 3 del compianto batterista Lawrence Williams, che da waltz viene mutato in un misto di cu-bop pianistico e time changes. Il tempo di un altro bozzetto di Africa psicodelica, 12 Gallons, ed ecco Aria II, tacito omaggio ai tipici voicing e all’approccio ritmico di Chick Corea, con piano, Rhodes e organo in perfetta convivenza. A seguire, una sorta di fastoso tributo al sound dello Stevie Wonder dei Seventies, Hymn for Lynda, e l’articolato goodbye di Another Poignant Time, caleidoscopio che sviluppa quanto abbozzato nel terzo brano.
Il titolo dell’album proviene da una frase contenuta in When the Levees Broke (2006) di Spike Lee, fedele reportage sulla devastazione subita dalla Big Easy a causa dell’uragano Katrina, e significa accogliere le imperfezioni insite in ogni atto creativo. Bellezza che si scorge amando i limiti.



