La routine di Andrea Fabrizii è invidiabile: il curatore dello sterminato, immenso archivio di CAM Sugar – l’etichetta ha oltre 20.000 brani in catalogo – si alterna tra apprezzati dj set e diversi impegni professionali. Casistica che contempla incontri per parlare di cinema e di grandi compositori di colonne sonore di un’Italia che non c’è più. Momenti che si alternano al ‘core-business’, le fasi di progettazione, ideazione, recupero, restauro o scoperta ex-novo di un disco. Quella della label – e in parte la sua – è una splendida dicotomia. Grazie a lui, e al lavoro condiviso con il suo team, tanti giovani, passati in precedenza dallo schermo di uno smartphone, scoprono il piacere di scartare un vinile. Vinili che vanno spesso sold out (ad esempio la selezione Tropicale, poi ristampata), anche con il contributo di musicofili di lungo corso.
Racconta, via social, le varie uscite discografiche. Ambasciatore di un’etichetta che rappresenta un unicum nel panorama nazionale (e non solo), parla di cinema, musica, contaminazioni, suoni, con la stessa passione di quando, era un altro mondo, le informazioni, le connessioni te le dovevi sudare. Scartabellando in biblioteca, passando palmo a palmo le pagine gialle in cerca di quel musicista che aveva suonato con Morricone in quel disco, sperando in una conversazione, in uno scambio di battute. Surfatore tra l’oceano sonico della label, anima, volto – dietro gli occhiali scuri d’ordinanza con cui suona nei dj set – in un’intervista a Buscadero racconta filosofia, estetica e sensibilità di un progetto che nasce dall’intreccio di più arti.
Siamo a ridosso del Festival Slam Sounds Like a Movie, promosso da CAM Sugar e Triennale, in programma dal 14 al 16 novembre. Come è nata questa sinergia e qual è la visione dietro a questo progetto che unisce cinema, cultura, arte, musica con un taglio così interessante?
Dal mio punto di vista, si tratta di una connessione naturale. Il suono non è mai solo udito, è immagine, spazio, oggetto, estetica. Anche il cinema stesso nasce da questa fusione, immagine e suono che si intrecciano. Il design dell’oggetto, il vinile, la copertina, il booklet, tutto fa parte di questo universo. La Triennale è uno spazio dove convivono arte, architettura, moda e musica: rappresenta il luogo perfetto per questa interdisciplinarità. Quindi per noi portare CAM lì significa affermare che il suono è parte della narrazione visiva e culturale. Il nostro progetto vuole proprio questo: mostrare che sono tutti elementi di uno stesso linguaggio.

Le vostre edizioni sono curatissime. Quanto è importante la grafica, l’attenzione al dettaglio e l’immagine? Credo sia un tratto distintivo, uno dei tanti, della vostra label…
C’è un grande impegno scaturito dalla passione che condividiamo. Lavoro con un team giovanissimo, quindi è molto bello che ci sia questo tipo di approccio a un repertorio del passato. E poi il disco è tornato sicuramente a essere un oggetto che va proprio al di fuori solo del discorso sonoro. È un oggetto bello da avere in casa, tra le mani e comunque contiene delle informazioni. Creiamo un percorso di connessione diretta tra passato e contemporaneità. Questo è un po’ quello che facciamo anche con l’audio, con il restauro. Applichiamo lo stesso concetto anche quando realizziamo i nostri prodotti fisici: creare un percorso di approfondimento che mantenga inalterate le caratteristiche originali di quella creatività così geniale dell’epoca, ma cercando uno scambio con gli elementi della contemporaneità. Agiamo riattualizzando quelle grafiche e, in qualche modo, reinterpretandole, ma senza che si perda l’anima, l’essenza originale. Abbiamo un archivio profondissimo. È bello anche il mio ruolo, che consiste nel surfare tra le pieghe di questo archivio, cercando sempre elementi che creino una sorta di narrazione che accompagni l’ascolto. Spesso vengono fuori immagini dal set. Ad esempio, lavorando all’edizione di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, abbiamo trovato degli scatti inediti sul set che ritraevano Lina Wertmüller, insieme a Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. Abbiamo voluto inserirle come il coinvolgimento di alcuni curatori, come è stato per Eli Roth’s Red Light Disco, in cui un colosso di Hollywood come Eli Roth ha voluto raccontare in prima persona la sua passione per quel cinema. In questa cornice, la musica è il punto di partenza per un racconto e una divulgazione culturale molto più estesa.
Quanto è importante per CAM Sugar promuoversi in contesti consoni anche dal punto di vista dell’estetica? I tuoi DJ set, sia in Italia che all’estero, sono sempre molto apprezzati, in location giuste, precise, quasi in un contesto “sartoriale”, passami il termine. Spesso proponi brani vecchi di decenni, sepolti sotto migliaia di uscite sopraggiunte nel tempo, ma suonano ancora come se fossero inediti. Credo che sia un cortocircuito interessante. Quanto ti diverti a portare in giro un po’ della storia di CAM, che poi è la storia del cinema italiano e non solo?
Grazie per questa domanda, perché mi coglie proprio nel profondo dell’anima. Non si è mai spenta questa passione che è nata più o meno quando ero ragazzino, prima ancora che avessi la coscienza di conoscere la musica. Guardavo certi film e mi colpivano quelle musiche, ma poi essere arrivati a farne una professione, quindi ad approfondire sempre di più questo studio, è davvero, credimi, una soddisfazione incredibile e un entusiasmo incontenibile. Quella musica ha già una forza evocativa che ha superato i confini del tempo. Questo è fuori discussione, lo sappiamo, altrimenti non sarebbe poi così richiesta. Magari da registi che cercano un’identità forte, culturale, ma anche da produttori, DJ, rapper che ricercano appunto dei caratteri specifici. Era una musica che era già composta con una visione verso il futuro, dal mio punto di vista, perché in parte sicuramente non aveva o non doveva seguire quelle che erano le regole di mercato. Quindi non era musica per i negozi di dischi o per le hit. E d’altra parte perché figlia di un tempo e di un momento di grande creatività, legato sia al contesto storico sia alla nascita di nuovi strumenti. Il lavoro che facciamo oggi è quello di mantenere viva la curiosità. Rendiamo accessibile il catalogo in ogni formato: vinile, CD, digitale. In questo modo la musica può essere scoperta sia dai collezionisti, dai cosiddetti ‘nerd’ come me, che dai giovani. E poi ci sono i live, i festival, le listening session, i DJ set, dove queste colonne sonore tornano a vivere. Quindi è fondamentale farle uscire dall’ascolto domestico portandole tra le persone. Esiste, dal mio punto di vista, anche una dimensione educativa molto importante. E quella la raccontiamo con workshop, talk, laboratori che raccontano appunto il dietro le quinte del suono e del cinema. E naturalmente incoraggiamo quella che è la contaminazione, chiamiamola così, contemporanea: nuovi artisti che campionano, reinterpretano, riscrivono, digeriscono in maniera diversa quella musica. In questo modo la cultura non rimane fossilizzata, ma si rinnova di generazione in generazione. L’attività “in tour” è molto divertente, ma ci deve essere un’attenzione e una conoscenza di fondo, proprio perché bisogna rimanere filologicamente fedeli – concedimi questa massima – all’opera. Allo stesso tempo bisogna guardare a quello che è oggi il mondo della musica, alla sua fruizione, ad esempio sulle piattaforme digitali.
Il mio primo acquisto vinilico del suo repertorio è avvenuto in maniera non “lineare”, partendo da Morricone Segreto, prima dell’approdo – naturale – alle pagine più note della sua produzione. Sono partito proprio da lì, dal “vostro” Morricone Segreto, catturato dal titolo della vostra release. In realtà c’è un Morricone ancora più segreto. La presentazione del Song Book targato CAM Sugar è imminente. Come si è sviluppato il lavoro precedente alla pubblicazione?
Faccio un passo indietro. Sicuramente va sottolineato il fatto che Morricone Segreto è un progetto di passione profonda. Abbiamo in archivio circa 60 colonne sonore del Maestro che testimoniano una produzione diversa da quelle più note, le produzioni degli Oscar. Non abbiamo The Mission, non abbiamo C’era una volta… ecc. Abbiamo però questo Morricone Segreto, che è la sua produzione, dal mio punto di vista, non più interessante ma sicuramente più affascinante, che è quella che va dalla fine degli anni ’60 ai primissimi anni ’70, quando, insieme al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, sperimentò un sound tutto suo, vocato alla grande sperimentazione. Perché segreto? Perché va appunto al di là di quelli che sono i canoni riconoscibili di Morricone, per creare dei nuovi caratteri a cui abbiamo dato un valore, facendo in modo che arrivassero ai grandi ascolti. Effetti fuzz, chitarre western, la voce di Edda Dell’Orso come strumento per sottolineare delle situazioni, magari di giallo/thrilling, ritmiche, sovraincisioni. Il tutto, naturalmente, mantenendo la sua cifra stilistica enorme, che tiene insieme quelle composizioni. Per il progetto che presenteremo dovrete aspettare ancora qualche giorno. Succederà il 14, 15, 16 novembre presso gli spazi di Triennale. Posso dire che c’è stato un ritrovamento molto, molto importante. C’è ovviamente una colonna sonora molto nota che era stata pubblicata già in passato, ma frugando appunto nelle pieghe di questo archivio è venuta fuori una bobina inedita che conteneva brani mai pubblicati prima in nessun formato, quindi davvero segreti, quasi sepolti (Il Clan dei Siciliani; ndr). E lì abbiamo fatto un lavoro incredibile di restauro dal nastro di prima generazione. È un’emozione unica quando pigi il play e senti per la prima volta qualcosa che nessuno ha mai ascoltato prima di te negli ultimi cinquant’anni. Quindi ci sarà sicuramente una bella sorpresa a brevissimo su Morricone Segreto. E in più aggiungiamo un altro capitolo, ovviamente alla nostra serie, che è fatta ovviamente di recupero di colonne sonore del Maestro. In vista del prossimo Record Store Day annunceremo anche un’altra pubblicazione micidiale del Maestro.

Parlando del lavoro di recupero delle musiche incise su nastri, bobine e supporti d’archivio: c’è stata una pubblicazione che, per tornare allo splendore di un tempo, ha richiesto più sforzi dal punto di vista, ad esempio, della rimasterizzazione e di un restauro vero e proprio?
Sicuramente La Dolce Vita è stata un’operazione molto importante in questo senso. Tutto dipende sempre dallo stato di conservazione della sorgente e quindi del nastro. Ma la cosa molto bella è lavorare con uno studio incredibile come il Velvet Room Mastering. Hanno la capacità, davvero incredibile, di restituire l’anima a queste opere senza snaturarle, anche quando ci sono dei gravi problemi che possono derivare, ovviamente, dallo stato di conservazione in tutti questi anni. Se mancano delle parti, magari bisogna ricostruire, ricercare e riassemblare. Questa è, secondo me, una delle parti più forti del nostro lavoro, della nostra mission e per me è un’esperienza davvero forte. Per me il restauro è un gesto dell’anima, e in seconda battuta un gesto culturale a tutti gli effetti. Non riguarda solo il discorso del sound, perché ovviamente lì andiamo a ripulire, togliere i click eccetera, però è un modo per restituire una sorta di dignità a delle opere spesso dimenticate o comunque sconosciute. Per riportarle in vita bisogna farle dialogare con il presente. Insisto con questa cosa. Non come oggetti museali: devono essere parte viva della cultura contemporanea. Per me il restauro è sia memoria, ma è anche estetica, rigenerazione. E il dialogo con la contemporaneità avviene proprio con le attenzioni che noi abbiamo nel comunicare anche questo tipo di repertorio e sound. Molto del lavoro questa musica la fa da sé. A volte mi chiedo anche come sia possibile che generazioni davvero così lontane da quel mondo trovino in questo sound una grande freschezza. E il segreto secondo me è solo nella musica e nei grandi maestri.
Dietro a ogni vostra release c’è un’indagine, una ricerca incredibile, perché è un catalogo sconfinato, oltre 20.000 titoli da cui attingere. Prima hai detto che ti trovi a surfare tra il vostro catalogo. I vostri prodotti hanno una grande coerenza e sono fotografie precise di determinati momenti. Quanto è complessa la fase di ricerca dietro a ogni singola pubblicazione? Ovviamente ogni caso è a sé stante, però immagino che ci sia un percorso di recupero, restauro e pianificazione che può durare anche dei mesi.
Sì, assolutamente. Il mio lavoro quotidiano è quello di vivere in maniera intensa all’interno di questo archivio. Naturalmente, ripeto, ci vuole della conoscenza: questa non è presunzione perché bisogna conoscere i titoli, bisogna conoscere i maestri, bisogna conoscere anche quei film e andare a ricercare. Ma poi? Secondo me la cosa davvero più bella è quando ti capita sottomano qualcosa che tu non ti aspetti e magari ti capita una pellicola che non è mai uscita. Ci è capitato per film che erano andati in pre-produzione, e che, per varie circostanze, non sono riusciti a passare il discorso della censura o hanno avuto problemi di distribuzione. La colonna sonora era stata già realizzata e magari conteneva grandissima musica. Spesso si seguono percorsi più lineari, come quelli di Nino Rota, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Armando Trovaioli, Morricone, dei grandi nomi di cui si conosce la produzione, però poi è molto, molto bello andare a scoprire autori minori, ad esempio Aldo Piga, che ha composto delle cose incredibili nel mondo del jazz, o Daniele Patucchi, che come session man è bassista, è stato anche compositore e ha definito una sorta di sound funk con un pizzico di synth quasi carpenteriano, quindi ha un suo carattere. O altri compositori come Stelvio Cipriani, capace con il suo eclettismo di affrontare tutti i generi. Andiamo proprio nelle pieghe di questo archivio per cercare sempre più a fondo. Questa è un po’ una piccola perversione, magari che abbiamo noi archivisti. Però è proprio lì che a volte si insinuano le grandi sorprese che poi ti fanno dire: “Wow, ma cos’è sta roba?” E poi lì bisogna reinventare tutto, perché quando non hai una narrazione legata magari a un grande nome o a un grande film, sei tu che devi costruire o ricostruire una storia su qualcosa che non si conosce, che è ignoto anche a te. Quindi c’è tutto un percorso di ricerca. Un lavoro con il team per arrivare a quello che è il prodotto fisico o digitale perfetto.
Recentemente su YouTube hai dichiarato che, agli inizi, consultavi le Pagine Gialle cercando personaggi, parenti, collaboratori, comunque persone che conoscessero autori, musicisti, addetti ai lavori. Il tuo è stato un approccio old school ante litteram…
La cosa è legata a una questione anagrafica. Io sono nato nel 1977, quindi nel periodo in cui ho cominciato a ricercare queste storie, perché non cercavo solo il suono, ma le storie che c’erano dietro. Non c’era ancora la diffusione capillare di Internet. Si andava ancora in biblioteca, le informazioni erano un po’ frammentarie, quindi di conseguenza il metodo migliore di approccio era proprio quello di andare a rompere le scatole ai protagonisti. Quindi davvero cercavo sulle Pagine Gialle, mi presentavo come un giovane studente di cinema. Ho chiamato Edda Dell’Orso ed altri session man. La cosa molto, molto bella che mi emoziona è la disponibilità e l’incredibile passione e umiltà che mi hanno sempre dimostrato queste persone. Probabilmente non si aspettavano che a un certo punto quella musica che loro avevano composto, interpretato decenni prima, potesse andare oltre quel periodo. Era un’industria frenetica di iper-produzione di tanti film, tanta musica, ma poi perché non c’era un atterraggio commerciale vero e proprio all’epoca. Un session man che ha suonato in 400 colonne sonore faceva il suo turno in studio e poi magari dopo cinquant’anni ritrova il suo nome, si ritrova ad essere raccontato. Ed è una cosa molto, molto bella.

Che ruolo hanno avuto i session man nella musica per colonne sonore in Italia?
Sono stati fondamentali per i nostri maestri, ma soprattutto per il nostro sound, perché hanno avuto una capacità unica di interpretare, di sperimentare. E non era facile, ovviamente, lavorare con dei maestri come Ennio Morricone, come Piero Piccioni. Ovviamente alla loro grande caratura corrispondevano grandi esigenze. Potevano comunque spaziare, divertirsi con i loro strumenti, dando anche un contributo personale alla produzione. È molto emozionante, ripeto, raccontare questa cosa perché loro sono dei personaggi incredibili. Appartengono a un mondo precedente, molti purtroppo non ci sono più e con tanti si è creato anche un rapporto di amicizia, di continuità, di grande affetto. Dalla cartolina natalizia allo scambio di dischi e informazioni, al trovarsi per scambiare quattro chiacchiere davanti a un caffè.
Tropicale, uno degli ultimi successi in ordine di tempo di CAM, ha una “gemella” in Tropicale French Riviera. Una selezione della playlist su Spotify dedicata a quel filone della musica transalpina potrà essere fruibile fisicamente in futuro? Arriverà in vinile?
È uno dei nostri progetti, perché come sai con CAM noi abbiamo in archivio più di 2.500 colonne sonore italiane e una parte molto, molto importante del repertorio francese. La selezione è stata curata dal nostro consulente francese Stéphane Lerouge, che tra l’altro sarà ospite in Triennale, prossimo venerdì e sabato, quindi con un panel e una listening session dedicata proprio a quel sound. E penso che sia un progetto che andremo a sviluppare. Per il momento è ancora in cantiere. Il repertorio francese è incredibile: ad esempio Tropicale ha un sound completamente diverso rispetto a quello italiano. Il sound italiano andava verso il Cha Cha Cha, il mambo, ritmi di begin. I compositori francesi avevano un approccio molto, molto legato, fedele a quello che era il seme del tropicalismo. Erano molto fedeli nelle ritmiche. Anche loro avevano questo tocco di eleganza che poi portava verso il mare, verso una loro dolce vita, verso la brezza marina di Cannes o di Nizza.
Parlando di colonne sonore in generale, quale sarebbe una tua top five?
Sicuramente non potrei vivere senza L’Assassino di Piero Piccioni, senza I tre giorni del Condor, nemmeno senza 1997: Fuga da New York e senza The Warriors. Infine, parlando di Morricone, doveroso citare Senza sapere niente di lei, a mio avviso una colonna sonora davvero meravigliosa. Amo moltissimo ascoltarla.