Come si dovrebbe assistere sempre ad un concerto: acustica superlativa (si sentiva persino il respiro delle corde delle chitarre) per la sontuosa ed emozionante esibizione di Suzanne Vega al Conservatorio di Milano in trio, con un magistrale Gerry Leonard alla chitarra elettrica e in alcuni brani la violoncellista Stephanie Winters a dare corpo e drammaticità alle composizioni della Vega.
La quale ha tenuto la scena con scioltezza ed eleganza, danzando su Tom’s Diner e portandoci in quella New York che è stata di Lou Reed con Luka, Marlena on the Wall, Small Blue Thing, 9.90F, Gypsy e la ripresa, nell encore, di Walk on the Wild Side.
Accompagnandosi con la chitarra acustica e con una voce espressiva come poche, in grado di trasmettere le speranze, le paure e i drammi di un vivere che è anche il nostro, Suzanne Vega ci ha portato a volare con gli angeli (questo il titolo del suo ultimo album, presentato con quattro brani), tra cui una Chambermaid costruita sulle note di I Want You di Dylan, con relativo aneddoto.
Un pubblico irretito dalla sua comunicazione spontanea, da una classe innata e dall’educazione di chi reputa il pubblico stesso, parte della sua arte. Un concerto magnifico tra folk, pop, spigolature elettriche rock, riflessi di poesia urbana in bianco e nero. D’altra parte lei è perennemente vestita in black e una delle canzoni presentate racconta che non gli è mai piaciuto il bianco.
Serata da ricordare, con la miglior cantautrice americana della sua generazione, quella venuta dopo Joni Mitchell e Rickie Lee Jones.


