“T” for Texas: intervista ad Amanda Pascali

Francesco Caltagirone
21 minuti di lettura
Foto © KB from Tennessee

Da tempo immemorabile, la nostra rivista ripone nel buscar una finalità, più che un metodo, non solo musicale: è una maniera di stringere il mondo e di valorizzarne le bellezze. Sulla pista, sulla traccia affermata dal nostro Paolo Carù. Le risposte di Amanda Pascali, che consideriamo una scoperta di notevole valore e umanità, confermano il nuovo e prezioso apporto di una musicista completa, il cui entusiasmo, unito a competenza e qualità sia vocale sia strumentale, arreca nuova linfa al mondo del folk.

Sulle pagine del cartaceo troverete la recensione del suo ultimo, prezioso album. Amanda ha risposto con generosità, tratto che rileviamo già tipico della sua ispirazione, di un’interiorità debordante. Il Texas è il territorio dove la ragazza è cresciuta, vive e compone, studia, filtra, arricchisce con personalità una cultura musicale che promette moltissimo. Ma fra lo stato del Sud e altri Sud si ha la sensazione di un abbattimento di frontiere, di un volo super partes, per una comunità ideale che prosegue a testa alta, nonostante tutto. Le sue parole sono un ulteriore stimolo per la ricerca e la tutela di un privilegio che le nostre pagine testimoniano sempre.

Foto © Kat Ambrose

Come sei venuta a conoscenza di Rosa Balistreri e della sua opera? 
Ho scoperto la voce di Rosa Balistreri quando avevo 17 anni. Come molti della Gen Z, sono cresciuta con Internet. Da bambina, ero una nerd incallita. Suonavo, da adolescente; suonavo in una band punk-rock. Quando ho scoperto Rosa su Internet, sono rimasta sbalordita dalla sua voce e dalla sua storia. Era molto più ribelle e punk di tutti gli artisti che emulavo e ammiravo. Era impossibile imitarla. Era diversa da tutto quello che avessi sentito prima. Inoltre, ascoltando la voce di Rosa, ho iniziato a scorgere un riflesso delle storie della mia famiglia. Sono figlia di due immigrati, e ho avuto il privilegio di sentire raccontare la storia di ciascuno dei miei genitori proprio attraverso quella voce unica e potente. Nella voce di Rosa ho sentito il coraggio e la sofferenza di mio padre, un rifugiato che ha vissuto la guerra e la fame, arrivando poi a lavorare in una fabbrica di frigoriferi a New York City. Allo stesso tempo, ho sentito la determinazione di mia madre, un’immigrata che ha sfidato le convenzioni di genere e ha creato la sua attività, da zero, nella stessa città. Rosa mi ha insegnato che il dolore può trasformarsi in forza. Che l’autenticità non ha compromessi. Questa connessione personale mi ha spinta a esplorare più a fondo la sua vita e la sua arte.

Quella di tradurre la musica tradizionale italiana, alternando i versi nelle due lingue (inglese e siciliano), è un’idea originale. Come hanno accolto, da te, questa iniziativa? 
Quando ho scoperto Rosa e la sua musica online, è stata per me la porta d’ingresso al vasto mondo della tradizione popolare del sud Italia. Mi sono resa conto, però, che in inglese non c’era quasi nulla da leggere su questi canti. Brani antichi, a volte di secoli, ma ancora oggi incredibilmente attuali. Canzoni di questo valore meritano di essere conosciute e apprezzate in tutto il mondo. Per questo ho iniziato a riscriverle in inglese. Non perché creda che suonino meglio in inglese (anzi, è proprio il contrario), ma perché l’inglese è la lingua più diffusa al mondo. La maggior parte di chi lo parla non è madrelingua; si tratta di persone che lo hanno imparato come seconda o terza lingua. Persone come i miei genitori, immigrati che hanno usato l’inglese come ponte verso il resto del mondo. In questo modo, temi universali come ingiustizia, corruzione, guerra, povertà, carestia, amore, tradimento, dolore e vita quotidiana possono arrivare a chiunque. In India, in Marocco, in Brasile, nel Regno Unito: ovunque ci siano anglofoni. Alterno i versi nelle due lingue, invece di cantare tutto in inglese, per mantenere vive le radici originali di questi canti e per invitare chi ascolta a scoprire la fonte, che altrimenti potrebbe non venire a galla. E poi il siciliano, che canto spesso, è riconosciuto dall’UNESCO come lingua a rischio. Portarlo in scena e intrecciarlo con l’inglese significa renderlo accessibile a nuove comunità e creare connessioni inaspettate fra tradizioni diverse.

Hai attinto ad altre perle del patrimonio tradizionale. Santa Lucia, per esempio, esce dagli schemi della cartolina e si afferma nella sua universale poesia.
Santa Lucia è una canzone napoletana e, sì, descrive proprio uno scenario da cartolina. Io l’ho tradotta durante il periodo del COVID, quando ero bloccata negli Stati Uniti e sognavo di viaggiare all’estero. Avevo una tournée europea che era stata cancellata. Per me quella melodia rappresenta l’eredità duratura della canzone napoletana, una vera colonna portante del patrimonio musicale italiano. Nata come serenata, Santa Lucia ha anche un valore storico particolare. È stata una delle prime canzoni tradotte dal napoletano all’italiano standard. I suoi versi dipingono con immagini vivide il fascino di una città sul mare — onde, stelle e barche che oscillano dolcemente. Nella mia versione, oltre al ritornello e alla strofa originale, ho aggiunto una terza parte con musica e testo, nuovi, in italiano. Questo è stato il mio personale contributo a una melodia che considero senza tempo. Altri brani tradizionali a cui ho dato un mio tocco e che ho riproposto in inglese sono E Vui Durmiti Ancora (Wake Up, Baby!), La Siminzina (Roses And Basil) e Amuri.

Foto © KB for Tennessee

Sei in un territorio di frontiera. Si sente che la musica messicana ha influito sulla tua scrittura. Pensi di approfondire questo gusto? 
Anche se sono nata a New York, ho passato la maggior parte della mia infanzia in Texas, dove le stazioni radio in spagnolo dominavano l’etere. Sono cresciuta con tanti amici messicani, alcuni dei quali sono anche musicisti mariachi, e ho suonato spesso con musicisti latini. Tutto questo ha avuto grande influenza sulla mia scrittura. Queste influenze si sentono particolarmente nella canzone Cleopatra. Ho cercato di darle un senso cinematografico aggiungendo, per esempio, il rumore del vento all’inizio. Nel disco, Cleopatra arriva subito prima di Santa Lucia, così passiamo rapidamente dal deserto al mare. In più, da bambina guardavo sempre i film western all’italiana perché mia nonna li adorava. Le musiche di Ennio Morricone, che accompagnavano i film di Sergio Leone, sono state una presenza costante. I fischi, la chitarra elettrica, le percussioni, la sezione di ottoni e le campane hanno fatto parte del mio immaginario sonoro e inevitabilmente riaffiorano nelle canzoni.

Amuri è il pezzo che preferisco. Dolce, passionale, struggente e nello stesso tempo delicato. Arriva direttamente al cuore…
Grazie. Amuri è il primo brano di Roses And Basil e apre l’album con una chitarra in stile Leonard Cohen e una strofa in siciliano antico: Amuri, amuri, chi m’hai fattu fari? M’hai fattu fari ‘na granni pazzia. Questi versi secolari raccontano una storia d’amore così intensa da far perdere la strada verso la chiesa, e nella mia interpretazione diventano una metafora di come ci si possa allontanare dalla verità assoluta per amore. Dopo l’apertura delicata, la canzone si anima con un ritmo di cumbia ispirato ai suoni latini con cui sono cresciuta in Texas. Chitarra in stile spaghetti western, piano e vibrafono all’italiana (anni ’60 e ’70), e la figura del sacerdote reinterpretata come predicatore del sud degli Stati Uniti, uniscono Sicilia e meridione americano. Pur partendo dalla tradizione, Amuri è interamente mia e definisce il tono dell’album: radicato nella storia, ma reinterpretato per l’oggi. Registrata al Niles City Sound di Fort Worth, Texas, è nata in un momento di pura ispirazione, con la luce del tramonto e una chitarra appena comprata dal mio produttore.

Pensi di continuare a interpretare le ballate della Balistreri con altre letture?
Sì, Rosa Balistreri ha rappresentato, per me, l’accesso a tutto il patrimonio della musica popolare siciliana e del sud Italia. Le sue interpretazioni mi hanno fatto scoprire canzoni antiche e tradizioni della classe lavoratrice, e voglio continuare a esplorare questo mondo. Nei miei prossimi progetti intendo approfondire altre tradizioni e altri canti popolari del sud, mettendo in luce la ricchezza e la varietà di queste musiche. Allo stesso tempo scrivo canzoni mie e prendo ispirazione dai canti popolari sia del sud Italia sia del sud degli Stati Uniti, due estremi che, pur lontani geograficamente, sono molto simili artisticamente.

Foto © Davide Casciolo

La tua tecnica chitarristica, come l’hai conquistata?
Sono per lo più autodidatta. Sono cresciuta con dei mentori, piuttosto che con insegnanti tradizionali. Uomini di mezz’età, rock’n’roller o leggende locali del folk che mi hanno insegnato non solo come suonare le note, ma soprattutto come essere musicista. Ho imparato molto da loro, ma la maggior parte di ciò che so fare con la chitarra l’ho imparato imitandoli. Guardavo e ascoltavo i miei artisti e gruppi preferiti e cercavo di riprodurre ciò che facevano. Molte delle parti di chitarra del disco le abbiamo scritte e suonate insieme a Robert Ellis. Che si trattasse dello stile spaghetti western, del fingerpicking ispirato a Leonard Cohen o dei lenti valzer minori della tradizione siciliana, lui capiva subito cosa stessi cercando. Abbiamo raggiunto il risultato finale insieme.

Quante e quali chitarre suoni? Vai anche sull’elettrico?
Suono diverse chitarre, sia acustiche sia elettriche. La chitarra principale con cui ho registrato questo disco è un’acustica Carmelo Catania degli anni ’50, da cantastorie. Mi è stata regalata a Palermo da un liutaio di nome Gianni Garofalo, un vero miracolo del destino, perché lui non sapeva che il mio venticinquesimo compleanno sarebbe stato solo pochi giorni dopo. Da allora suono con questa chitarra, mentre in tournée uso una Taylor acústica, più resistente, che non è antica e quindi può sopportare viaggi e concerti senza problemi. Suono anche la chitarra elettrica e, in realtà, sono cresciuta suonandola nelle band rock’n’roll. Ho iniziato con una Stratocaster messicana e poi una Gibson Les Paul Jr. Negli Stati Uniti, molti adolescenti lavorano nei come fast-food, o rispondono al telefono in ufficio. Il mio lavoro da adolescente era suonare musica con uomini di mezza età, nei bar per motociclisti del Texas, locali per adulti dove tecnicamente i ragazzi non potevano entrare. Non erano posti facili, erano ambienti intensi e pieni di personaggi duri, eppure io, invece di fare i compiti, ero sul palco a suonare. Così guadagnavo qualche soldo per comprarmi dischi e CD. Ho iniziato a esibirmi che avevo 12 anni, e da allora non ho mai smesso.

Questa è una domanda che rivolgo a quasi tutti, utile per comprendere più a fondo. Qual era il lavoro di tuo padre? 
È curioso che mi tu chieda quale lavoro fa mio padre… in realtà, lavora per mia madre. Prima di fondare la sua azienda di calcestruzzo, lei è arrivata in America da sola, con niente, e ha costruito una carriera dal nulla. Imparando una terza lingua, quando nessuna donna della sua famiglia aveva mai lavorato fuori casa. Oggi mio padre lavora nella loro ditta e sostiene la sua attività. Tutto questo è il culmine di un percorso incredibile: quando è arrivato in America, mio padre era praticamente senza soldi, senza cibo e senza amici, eppure è riuscito a diventare professore. E ora tutto questo lo ha portato a lavorare per mia madre. Prima, il suo lavoro di docente non finiva mai. Continuava a insegnare anche a casa, e io e le mie sorelline lo guardavamo studiare fino a tarda notte, con la lampada accesa. Ho imparato da lui cosa significa avere disciplina e dedizione. I miei genitori dormivano pochissimo. Sono venuti in America senza una prospettiva e hanno costruito tutto da soli. È sempre stata una sfida col mondo: loro due contro tutto il resto.

Quanto ha influito la famiglia sulla tua musica
Enormemente. Crescendo con i miei genitori e le mie sorelle, ho assorbito non solo il loro rigore, ma anche lo spirito di ribellione e il «pepe» che ti spinge a mettere in discussione tutto. Un tratto, secondo me, molto tipico del sud Italia. Mio padre, ex-professore, e mia madre, che ha costruito un’azienda da zero, mi hanno insegnato a lavorare sodo, a osservare il mondo con attenzione e a non dare mai le cose per scontate. Tutti questi elementi si riflettono nella mia musica, sia quando interpreto canti tradizionali sia quando scrivo canzoni mie.

Foto © KB from Tennessee

Quali programmi hai per il futuro?
Diversi progetti entusiasmanti. Una volta uscito, l’album inizierò ad andare in tournée e per la prima volta pubblicherò il disco anche in formato 33 giri: ci sarà un’edizione limitata e autografata, in vinile rosso. Nel 2026 uscirà nuova musica legata a un progetto che sto sviluppando con l’American Folklife Center della Library of Congress, dove sono appena stata nominata artista in residenza e dove una mia traduzione (Mamma Mia Dammi Cento Lire) è già entrata a far parte degli archivi. Inoltre, a gennaio sarò artista ufficiale allo showcase del Folk Alliance International a New Orleans.

Il Texas è la patria di grandi artisti e songwriter. Qual è la tua relazione con i musicisti locali? 
Il Texas è una parte fondamentale di chi sono, sia musicalmente sia personalmente. È lì che ho incontrato mio marito, durante un evento di musica folk ad Austin, quando suonava il violino in una band country. Ho avuto anche il privilegio di essere affiancata e guidata da straordinari musicisti texani. Come Ken Gaines, che mi ha aiutata a muovere i primi passi in storici locali folk. L’Anderson Fair, per esempio, lo stesso palco dove si sono esibiti grandi nomi come Townes Van Zandt. Questa eredità musicale mi accompagna sempre, dentro e fuori dal Texas. Mi sono appena trasferita ad Austin e passo molte serate negli honky-tonk storici, come il Broken Spoke e il White Horse, ballando il two-step, ascoltando musica dal vivo e respirando quell’atmosfera unica. È un privilegio far parte di un patrimonio culturale così ricco, che qui è ancora vivo e vitale.

Quali musicisti hanno influito sulla tua formazione?
Sono cresciuta con il rock’n’roll: i Beatles, i Queen, Billy Joel, gli Everly Brothers. Ma anche con il country classico, vedi Johnny Cash. Poi la chanson francese, con Édith Piaf e Charles Aznavour. E naturalmente il folk revival: Bob Dylan, Joan Baez, Donovan. I miei genitori erano fissati con la country music degli anni ’90 — Alan Jackson, Randy Travis, tutto quel mondo lì. Per degli immigrati a New York, era quasi comico. Mentre i nostri vicini ascoltavano salsa o hip hop, noi eravamo la famiglia strana che metteva country a tutto volume, come una specie di avamposto texano trapiantato nel cuore del Queens. Da cantautrice, ammiro molto Paul Simon, Janis Ian e Harry Nilsson. E quando mi sento giù, Simon & Garfunkel sono quasi sempre la cura. In generale, tutta la musica folk degli anni Sessanta e Settanta è stata fondamentale per me — anche se gli artisti che potrei nominare sono davvero troppi. Poi ci sono gli italiani: Fabrizio De André, Giovanna Marini, Sergio Endrigo, Matteo Salvatore, Roberto Murolo… e più recentemente La Niña di Napoli. Ho appena finito due mesi di concerti in Giappone, e lì ho avuto l’opportunità di scoprire la loro tradizione cantautorale e la city pop, ispirata ai suoni occidentali ma resa ancora più complessa e raffinata. Gruppi come Off Course, Mariya Takeuchi, Pink Lady. Infine, amo i grandi del jazz classico americano e del primo rock’n’roll, come Sister Rosetta Tharpe. Per quanto riguarda la musica delle radici, Odetta è stata fondamentale. E poi le registrazioni di Alan Lomax: canzoni senza autore, senza interpreti famosi. Alcune delle mie melodie preferite di sempre sono state cantate da persone comuni, senza nome.

Grazie anche al contributo di Robert Ellis, il tuo album brilla di profumi e sfumature.
A qualcuno sembrerà strano, ma Robert e io eravamo molto allineati. Spesso eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, e lui ha colto subito i riferimenti chiave che volevo portare nel disco, aggiungendo allo stesso tempo la sua energia da Texas piano man. In questo disco c’è qualcosa per tutti: per chi ama il jazz, per chi ama la musica classica, per chi vuole sentirsi trasportato nel Mediterraneo, per chi ama ballare, per le anime antiche e i romantici incalliti, per chi è legato alla tradizione ma ha idee e visioni moderne.

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