Talk Show, Miss America

Ernesto D Angelo
3 minuti di lettura

Talk Show 
Miss America
We Jazz 
***1/2

Qual è, al momento, lo stato di salute dell’improvvisazione più o meno radicale altresì nota come «composizioneistantanea»? Ottimo, se ascoltiamo questo Miss America dei Talk Show, duo formato dalla quarantatreenne trombettista canadese Steph Richards e dal quarantottenne batterista americano-pakistano Qasim Naqvi, che la finlandese We Jazz ha fatto uscire da qualche settimana.

I due si conoscono e si frequentano da quasi vent’anni e hanno condiviso in questo lasso di tempo tante avventure artistiche. La Richards è una figura sempre più importante in quella scena musicale, ancora vitalissima oltreoceano, sospesa tra jazz e musica sperimentale, e prova ne sono le collaborazioni con musicisti di estrazioni e poetiche eterogenee quali Henry Threadgill, Anthony Braxton, Jason Moran e Laurie Anderson.

Naqvi, dal canto suo, da orientale trapiantato a Brooklyn, è da cinque lustri uno dei batteristi più attivi in quel vibrante panorama creativo della free improvisation newyorkese, sia in quanto membro dei Dawn of Midi — trio che riesce a operare una strepitosa sintesi tra le estetiche di Steve Reich e dei Can resi acustici — sia per i numerosi progetti di cui è stato partecipe e artefice (come i Two Centuries, triade creativa completata da due icone come Wadada Leo Smith e Andrew Cyrille).

Tornando al disco, si tratta di cinque tracce (dalla durata compresa tra i quattro e i dodici minuti circa) in cui la tromba, il flicorno e le occasionali percussioni della Richards da un lato, e la batteria, il sintetizzatore modulare e le campane alpine di Naqvi dall’altro, dialogano freneticamente in mezzo a una selva di stimoli reciproci, irridenti sberleffi, alienazioni urbane, melodismi dionisiaci e frattali ritmici.

Le nostre orecchie iniziano a viaggiare con Royalties, che sembra un’interazione fiammeggiante tra Dave Douglas e Paul Lovens; continuano il loro cammino con Mom’s Night Out, momento assai simile a un dialogo tra Bill Dixon e Milford Graves; proseguono per quel baluginio tra ascesi e sofferta ferinità della title-track; s’impaludano nelle melmose spire di Soft As A Rock e giungono all’agognata destinazione con la splenica malinconia diafana di Death Bed.

Una collaborazione già feconda, che promette futuri e proficui sviluppi nel sempre più fertile alveo della non-convenzionalità.

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