Tanita Tikaram, The WEA/EastWest Albums 1988-1995

Marco Verdi
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Tra le varie mode musicali degli anni 80 una delle più gradite fu l’affermarsi, nella seconda metà della decade, di una serie di bravissime cantautrici di stampo classico, una vera e propria Girl Power Revolution che ebbe le sue punte di diamante nelle americane Tracy Chapman e Suzanne Vega e nella britannica Tanita Tikaram.

The WEA/EastWest Albums 1988-1995 è un box set di 5CD, uscito sotto l’egida della Cherry Red, che mette insieme i primi cinque dischi della songwriter di origini esotiche (padre delle Isole Figi e madre malese), la quale ha curato personalmente il cofanetto offrendo i suoi commenti canzone per canzone ed aggiungendo diverse bonus tracks tra b-sides, demos e single versions (nessuna delle quali, va detto, risulta indispensabile). Riscopriamo quindi con piacere la parabola iniziale della carriera di una musicista di indubbio talento la cui popolarità è andata calando con gli anni, ma che con il suo primo album, Ancient Heart, ha avuto un successo formidabile e per certi versi inatteso, grazie alla bontà delle canzoni e al suo particolare stile canoro, un range vocale piuttosto limitato nell’estensione ma non privo di sfumature affascinanti.

Ed il box inizia proprio con Ancient Heart, disco del 1988 prodotto dall’ex Zombies Rod Argent e dal batterista Peter Van Hooke (già collaboratore di lungo corso di Van Morrison), con musicisti del calibro di Paul Brady, David Lindley, Marc Ribot, Marc Isham e Helen O’Hara (violinista dei Dexys Midnight Runners), che ancora oggi si conferma un signor album. Un mix di pop, rock e folk irlandese che si riscontra soprattutto nelle deliziose ed orecchiabili Good Tradition e World Outside Your Window, ma con anche ballate intense e ricche d’atmosfera come Cathedral Song e la struggente Valentine Heart per voce, piano e quartetto d’archi, il godibile errebi Sighing Innocents e l’intrigante e bluesata He Likes The Sun. Ma l’highlight assoluto è, oggi come allora, l’affascinante Twist In My Sobriety, un brano sinuoso e coinvolgente dalla melodia superba e con un arrangiamento geniale che prevede l’oboe come strumento solista.

Il successo esagerato del disco prende un po’ alla sprovvista Tanita che, a confermare il vecchio adagio che afferma che un cantautore ha tutta la vita per scrivere il primo album e pochi mesi per il secondo, con il seguente The Sweet Keeper (1990) non riesce a fare il bis né dal punto di vista delle vendite (che comunque restano più che soddisfacenti) né della critica. Un LP troppo simile al suo predecessore, con gli stessi produttori e più o meno anche i sessionmen, ma senza lo stesso livello compositivo nonostante molti pezzi siano influenzati dagli ascolti che in quel periodo la Tikaram rivolge a Van Morrison. Mancano sia l’effetto sorpresa che almeno una grande canzone come poteva essere Twist In My Sobriety, anche se i brani positivi non mancano di certo: il discreto e folkeggiante singolo Thursday’s Child, influenzato dallo stile canoro di Van The Man, il delicato acquerello acustico It All Came Back Today, la pop song radiofonica ma non esecrabile We Almost Got It Together, la pimpante e solare Sunset’s Arrived, anch’essa decisamente morrisoniana come d’altronde la ballatona Little Sister Leaving Town, orchestrata con grande maestria da Argent.

Passa un anno e nel ’91 Tanita torna con il riuscito Everybody’s Angel, ancora con il team di produttori Argent-Van Hooke ma con un suono più caldo e diretto, da live band, ed una ballata, Only The Ones We Love, che da sola è meglio di tutto il materiale apparso su The Sweet Keeper. L’album stesso è il migliore della Tikaram dopo Ancient Heart, con brani di prima qualità come le soulful Deliver Me e This Stranger, il pop-errebi di This Story In Me e Swear By Me, entrambe ancora con Morrison in mente, lo squisito uptempo pianistico To Wish This, l’insolitamente roccata Mud In Any Water, la bella Sunface, dal caldo arrangiamento sudista che non è opera di Robbie Robertson ma è come se lo fosse, e l’orecchiabile Me In Mind.

Da qui in poi la carriera di Tanita imbocca un’irreversibile fase discendente visto che il seguente Eleven Kinds Of Loneliness del 1995, prodotto da lei stessa per la prima volta, non entra neppure in classifica. Un deciso passo indietro, un lavoro involuto e per di più con qualche brano inadatto allo stile vocale della giovane songwriter, fatta eccezione per la coinvolgente You Make The Whole World Cry, con il suo wall of sound spectoriano e tra le sue canzoni migliori in assoluto, la vintage-sounding Trouble, con tanto di surf guitar, il delizioso folk-rock Out On The Town e la chitarristica e funky Love Don’t Need No Tyranny.

Il quinto CD del box è riservato a Lovers In The City (1995), ultimo album per Tanita prima di lasciare la EastWest, un disco in cui la cantautrice decide di andare ad incidere a Los Angeles con il noto produttore Thomas Newman, mossa che si rivelerà poco felice in quanto Tanita stessa rimarrà poco soddisfatta del risultato e rimetterà mano a circa metà dei brani una volta tornata in Inghilterra. Lovers In The City è un lavoro un po’ tetro, decisamente troppo lungo e di certo poco commerciale, e non stupisce che dopo di esso la Tikaram abbia dovuto cercarsi una nuova etichetta. Ci sono brani che risentiti oggi guadagnano punti come I Might Be Crying, con fiati e voci a creare un tappeto suggestivo, le percussioni alla Tom Waits di Bloodlines, la toccante Feeding The Witches, orchestrata alla grande da Gavyn Wright, la vivace e mossa Yodelling Song, tra i pochi momenti allegri di un album piuttosto cupo e con la leggenda del country Don Edwards ad occuparsi dei vocalizzi yodel. Piccola curiosità: tra le bonus tracks del quinto dischetto c’è And I Think Of You, rilettura in inglese invero abbastanza blanda del classico di Lucio Battisti E Penso A Te.

The WEA/EastWest Albums 1988-1995 è un cofanetto forse non imperdibile, ma che ci dà la tutto sommato piacevole opportunità di riscoprire un’artista la cui stella ha brillato per poco tempo ma, almeno nel caso di Ancient Heart, di una luce abbagliante.

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