Foto: Rodolfo Sassano

In Concert

Television live a Trezzo sull’Adda, 31/3/2016

Come è ovvio che sia, non si può certo dire che i quattro che salgono sul palco alle 21.45 in punto abbiano il fascino ribelle e naif che (almeno tre di loro) avevano sulla copertina iconica (Robert Mapplethorpe) dell’immortale Marquee Moon, né che il Live Club di Trezzo sull’Adda abbia lo stile fetido, oscuro ed underground che doveva avere il CBGB’s di New York a metà anni settanta (forse in questo caso è meglio), però bastano le prime note di Prove It per ripiombare nel mood di una musica che era e rimane visionaria e viva ancora oggi, praticamente a quarant’anni di distanza dalla sua prima apparizione (ancor di più se consideriamo che erano in realtà attivi fin dai primi 70s).

In piena era punk, i Television rispolveravano i Velvet Underground e l’attitudine stradaiola di mille garage band, inserendoli in strutture musicali che prevedevano ampie dosi d’improvvisazione, complesse parti chitarristiche, la febbrile creatività del jazz, così come il nervosismo urbano della loro città e un’estasi immaginifica ai confini con la psichedelia. Un sound intimamente newyorchese il loro, capace di riverberarsi però sulla New Wave a venire, di cui furono senza dubbio tra i maggiori ispiratori.

Negli ultimi due anni erano già passati un paio di volte dalle nostre parti, in un tour che prevedeva la riproposizione integrale del loro esordio e capolavoro. Quest’anno, però, Verlaine e soci stanno realizzando anche alcuni show dalle scalette più variegate, costruite attorno ad una scelta di pezzi più ampia, e proprio ad uno di questi concerti abbiamo assistito (anche se poi, su undici brani suonati, ben sette proprio da Marquee Moon arrivavano).

La formazione è quella classica degli ultimi anni: accanto agli storici Tom Verlaine (voce e chitarra), Fred Smith (basso e cori) e Billy Ficca (batteria), troviamo alla seconda chitarra elettrica e ai cori l’ottimo Jimmy Rip, sostituto del dimissionario Richard Lloyd, e comunque collaboratore di Verlaine fin dai primi anni ’80.

Consumata la performance di Lùisa, giovane cantautrice di Amburgo dalla bella voce e dal repertorio eclettico tra folk, pop ed elettronica, i quattro salgono sul palco senza proclami e con un’atteggiamento totalmente da anti-star. Verlaine, ormai con le incanutite fattezze di un timido gentleman, s’attarda addirittura qualche minuto ad accordare la chitarra, prima che tutti partano, come dicevamo sopra, con Prove It. Il sound è fascinoso ed avvolgente: Ficca e Smith formano una sezione ritmica pulsante, precisa, capace di muoversi elastica tra potenza e momenti in cui è necessaria una maggiore raffinatezza; le due chitarre s’intrecciano magistralmente, più lirica e visionaria quella di Verlaine, decisamente più classic rock (specie negli assoli) quella di Rip. La voce di Tom è oggi più fragile di quella di un tempo, ma quello stile trasognato, che segue andamenti e fraseggi tutti peculiarmente suoi, è intatto e ancora affascinante.

Pallido ed esangue, col fisique du role dell’emaciato intellettuale, ma sorridente ed evidentemente soddisfatto dalla reazione entusiastica del pubblico, Verlaine contrasta col piglio più sangigno di Jimmy Rip, senza dubbio il più scatenato tra i quattro. Il concerto s’infiamma con una bellissima versione dell’acida 1880 Or So (stava sull’omonimo album uscito negli anni ’90), dove le due chitarre duellano energiche su una base concitata, ed è poi un susseguirsi d’emozioni sia attraverso pezzi rari, non presenti su nessun album – vedi una The Sea oniricamente liquida e morriconiana – e anthem immortali come See No Evil, Elevation, Venus, tutti passaggi che esplicitano in modo quanto mai vivido la grande forza di questa musica ancora oggi, non faccenda per soli nostalgici e reduci.

Il top dello show è arrivato però nei due momenti in cui maggiormente si sono lasciati andare alla più pura e cristallina improvvisazione: ovviamente in una lunga e sempre fenomenale Marquee Moon, ma soprattutto in una Persia dalla durata estenuante, andata indubbiamente oltre i venti minuti di durata, tra rifrazioni arabeggianti, verticalizzazioni armoniche al confine col free-jazz, ripartenze, ripetizioni ed autentico trionfo di tutto ciò che si può fare con una chitarra elettrica.

Quasi due ore di show, in cui, chissà mai perché, il secondo album Adventure non è stato sfiorato, ed il cui solo rammarico sta nel fatto che non abbiano eseguito due pezzi amatissimi quali Friction e Little Johnny Jewel, quest’ultimo loro primo singolo pubblicato su Ork e oggi traccia d’apertura di quella consigliatissima antologia, pubblicata da Numero Group, proprio alla Ork Records dedicata. Ad ogni modo, grandissima serata!

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