È il più famoso, il più atteso, il più frequentato in assoluto, ma anche il più criticato: è il CMA FEST, il più grande festival di musica country che si tiene ogni anno, dal 1972, a Nashville. Agli esordi, questa piccola manifestazione al Municipal Auditorium aveva un’affluenza di pubblico limitata, circa 5000 appassionati che avevano la possibilità di conoscere (e fotografarsi con) George Jones, Loretta Lynn, Bill Monroe, Dolly Parton, Marty Robbins, Roy Acuff. Poi, pian piano, il festival si espanse e quello che in origine era conosciuto come Fan Fair, dopo essere passato sotto il dominio della schiacciasassi Country Music Association, nel 2004 assunse il nome di CMA FEST.
I dati degli ultimi anni parlano chiaro: 300 cantanti disponibili (nessun compenso previsto), quasi 100.000 fan provenienti da tutti gli stati d’America e da più di 40 stati del mondo. L’edizione di quest’anno è andata in scena dal 5 all’8 giugno e, come al solito, ha visto una presenza massiccia dei cantanti ai vertici delle classifiche, ma colpisce come, da qualche anno a questa parte, la CMA si stia impegnando (seppur in modo ancora un po’ debole) nel promuovere artisti emergenti.
Megan Moroney — la star del momento tra il pubblico dei più giovani — ha dato il via alla manifestazione al Riverfront Stage, lungo il Cumberland River, seguita da una serie di nuovi volti: Josh Ross, Dasha, Gavin Adcock e un collaudato Randall King. Ma in città si possono trovare anche altri palchi, per accontentare tutti i gusti. Da qualche anno, infatti, c’è la possibilità di tuffarsi negli anni ‘90 dirigendosi verso il Walk Of Fame Park dove si sono esibiti Pam Tillis, Mark Wills, Craig Campbell, Lorrie Morgan, David Nail, i Thompson Square. Se si vuole ascoltare musica dal vivo, in cerca di qualcosa di autentico e ruspante, bisogna assolutamente entrare in uno dei tanti locali della Broadway, la strada della musica dal vivo dove negli ultimi anni sono sorti nuovi bar di proprietà di cantanti come Jason Aldean, Luke Bryan, Lainey Wilson, Luke Combs, Alan Jackson, Kid Rock e Bon Jovi. Il più famoso rimane l’Ole Red di Blake Shelton che durante il festival diventa la Spotify House e accoglie una serie di concerti al pari di quelli allo stadio.
A mio parere, comunque, per immergersi in una vera atmosfera country bisogna entrare al Legends Corner o da Tootsie, che conservano tutta l’autenticità di una città sempre pronta ad offrire una possibilità a chi arriva dal nulla, con le tasche piene di sogni e grinta da vendere. Naturalmente, l’attenzione è rivolta tutta ai concerti serali che si svolgono al Nissan Stadium, luogo intimidente poiché carico di aspettative. Sorprende vedere l’agitazione che pervade gli artisti: anche i più gettonati si sentono emozionati dalla marea umana presente, e diventano piccoli e insicuri, tanto da dover ricordare al pubblico, al termine dell’esibizione, il loro nome (nel dubbio non lo sapessero).
La scaletta della prima sera ha accontentato un po’ tutti: dopo l’apertura di Charles Esten, star della serie televisiva Nashville, è stata la volta di Ella Langley e Riley Green famosi per l’avvenenza e per la presunta love story anziché per le loro qualità canore. A riportare l’atmosfera sul classico ci ha pensato Scotty McCreery,con un’esibizione lampo dei suoi successi Five More Minutes e la bellissima Damn Strait. La voce baritonale, svelta nel raggiungere profondità a cui eravamo abituati solo con Josh Turner, e la sua eleganza lo rendono assai piacevole da ascoltare. Dopo Darius Rucker e la sua intramontabile Wagon Wheel (scritta a quattro mani da Bob Dylan e Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show),è stato il turno del duo Brooks & Dunn, che ha aperto a tutta birra con Play Something Country, invitando a sorpresa Lainey Wilson, protagonista proprio di quella cover sul loro ultimo Reboot II (album alquanto discutibile di ingloriosi duetti, molti dei quali da dimenticare). L’inossidabile duo, nonostante il passare del tempo, ha dato sfoggio della sua padronanza della scena e della sempreverde abilità canora (in particolare Ronnie Dunn sembra conservare, magicamente, la verve di 30 anni fa). Chiusura affidata a Jason Aldean, occupato a passare in rassegna il primo successo Hicktown, seguito da Dirt Road Anthem, My Kinda Party, la nuova Whiskey Drink; apparizione a sorpresa, sul palco, di Travis Tritt, con il quale Aldean ha duettato nel brano It’s A Great Day To Be Alive, uno dei momenti più belli del festival per la sottoscritta (grande appassionata del repertorio del musicista di Marietta).
La seconda giornata, malgrado i ritardi e le cancellazioni causate dalla pioggia, ha comunque regalato le esibizioni di Sam Barber, del promettente Waylon Wyatte di Gabby Barrett. Gli amanti del country classico avrebbero potuto comodamente saltare la seconda serata allo stadio, che prevedeva una scaletta da urlo (di dolore, per chi non ama le modernità): Shaboozey, Jelly Roll, Parker McCollum, Kelsea Ballerini. Per fortuna, le cose si sono un po’ aggiustate con l’entrata in scena di Cody Johnson e con il gran finale appaltato a Keith Urban, presente per il nono anno consecutivo. La sua performance rimane sempre una delle più coinvolgenti, perché oltre ad essere un bravo chitarrista, è uno dei pochi che vive con i 60.000 del Nissan il vero spirito del festival: circa 40’ di concerto con il sorriso stampato in faccia e il desiderio di buttarsi, letteralmente, tra le braccia del pubblico, cosa che avviene regolarmente con grande apprensione della sicurezza. Impossibile non apprezzare i suoi successi Long Hot Summer, Straight Line, Somewhere in My Car, Love Somebody Like You e Blue Ain’t Your Color: l’abilità di Urban consiste nel dar vita a un country rock vibrante, infarcito da assoli di chitarra, giri di banjo, cavalcate impazzite di mandolino. Musica per le nostre orecchie.
Nei concerti diurni della terza giornata, si sono alternati vecchi conoscenti come Lorrie Morgan, David Nail, Rita Wilson, Frankie Ballard (tra i più virtuosi e piacevoli da ascoltare, ingiustamente poco apprezzato), e facce nuove — il duo The War & Treaty, Tayler Holder e Walker Montgomery, figlio di John Michael Montgomery. Deana Carter ha aperto la terza serata con una nostalgica carrellata dei suoi brani più celebri, tra i quali non poteva mancare Strawberry Wine, per poi fare posto al potente rock sudista dei Red Clay Strays guidati dal carismatico Brandon Coleman, che con il suo fascino anni ‘60 e una splendida voce ha incantato il pubblico (soprattutto con il brano di chiusura, No One Else Like Me). Personalmente, posso ascrivere la loro performance al rango delle migliori andate in scena quest’anno: per il coinvolgimento, per la novità, per l’impercettibile brivido che attraversa la schiena dei cantanti quando salgono per la prima volta su quel palco e riescono a rendere indimenticabile la mezz’ora trascorsa lì sopra. Lo spettacolo è proseguito con uno dei padroni di casa: Blake Shelton ha reso omaggio alla sua carriera proponendo la popolare Austin (vecchia ormai di 24 anni), ma il clou è stato l’ingresso sul palco del gigante Trace Adkins, con il quale ha duettato nel brano — un po’ tamarro ma sempre apprezzato — Honkytonk Badonkadonk. Attesissima Megan Moroney, paragonabile per fama (non per voce) a Carrie Underwood: una hit dietro l’altra, da Man On The Moon a Indifferent e all’acclamata Tennessee Orange, per poi chiudere con Am I Okay? (brano che l’ha portata alla fama). La chiusura è toccata ai Rascal Flatts, tornati a calcare le scene dopo 4 anni di separazione. Hanno presentato l’ultimo Life Is A Highway: Refueled Duets, serie di duetti con vecchi amici come Blake Shelton, Kelly Clarkson, Jason Aldean e Carly Pearce (arrivata sul palco per My Wish). La voce di Gary LeVox è sempre quella, ma le idee non sono nuove; l’affiatamento non è più quello di una volta e tutto sembra studiato per tenere in piedi un fantasma degli anni ’90. Anche l’idea dell’album di featuring, diventato un must per chi vuole risalire a galla sgomitando tra le star del momento (cercando di guadagnarsi un po’ di attenzione), non è stata delle migliori.
Durante la quarta e ultima giornata, il palco del Riverfront ha visto protagonisti Chris Lane, Dylan Marlowe, Ella Langley, George Birge e Redferrin, tutti ambasciatori di varie forme di country, alcune più controverse di altre ma sempre apprezzate. Mi ha fatto riflettere, in questi giorni, un’affermazione di Zach Top: il country è un genere musicale molto vasto, ed è un bene, ce n’è per tutti i gusti, le stesse persone che vanno a un concerto di Morgan Wallen vanno a vedere anche Top, perché per queste persone è tutta musica country e l’adorano senza distinzione. Ecco perché per 4 giorni, a Nashville, si può passare dal classico vecchio stile di Bryce Leatherwood, Zach John King e Ian Munsick fino alle audaci sperimentazioni di Redferrin. Rodney Atkins è un po’ invecchiato ma resta un trascinatore, dopo aver scaldato il pubblico con i vecchi classici (primo fra tutti If You’re Going Through Hell), ha chiamato a sé il figlio Elijah affinché duettasse con lui su Watching You, la canzone che, 20 anni fa, l’aveva fatto conoscere. Subito dopo, è stato il turno dell’attesissimo Zach Top, l’erede di Alan Jackson, sinceramente più country di quel furbacchione di Cody Johnson. Dopo l’inaugurale Sounds Like The Radio ha proseguito con Bad Luck, nuovo singolo in forma di antipasto per un lavoro imminente (l’uscita di Ain’t In It For My Health è prevista per il 29 agosto), e Good Times And Tan Lines, per concludere con I Never Lie e Cold Beer And Country Music. A stravolgere l’atmosfera e ribaltare il vecchio Nissan Stadium (pronto ad andare in pensione nel 2027, così da far posto al nuovo progetto che l’amministrazione di Nashville si augura possa portare in città una finale del Superbowl), ci ha pensato la mina vagante Bailey Zimmerman. Questo ragazzo va interpretato: è giovane, ha 25 anni, ha coraggio e energia a profusione, ha pure la voce. Certo, visto dopo Zach Top è uno shock, ma proprio in virtù del fatto che il country è bello perché è vario, è interessante mettere a confronto 2 giovani e il loro modo di pensare la musica. Zach con Stetson, camicia western e jeans, Bailey in canotta, pantaloncini, nike ai piedi e cappellino con visiera girata: due mondi opposti che però alimentano il mercato musicale, tengono in vita Nashville, dialogano con i giovani a modo loro, nella loro lingua. E piacciono, tutti e due allo stesso modo. Tucker Wetmore ha raggiunto il centro dello stadio sulla piattaforma satellite — dove le sere precedenti si erano esibiti, tra gli altri, l’applauditissimo Max McNown (potrebbe diventare la nuova stella di Nashville), Kameron Marlowe, Carter Faith e Avery Anna — per conquistare il pubblico con il successo Wine Into Whiskey e Wind Up Missing You. Una delle cose più spesso riferite da questi ragazzini, quando si esibiscono per la prima volta su uno dei palchi più importanti, è come sia imprevedibile la vita: solo l’anno precedente erano seduti da spettatori, con la famiglia, sugli spalti, e ora si ritrovano catapultati nel mondo che hanno sempre sognato, con una grande chance a portata di mano. Spetta a loro, poi, coltivare il talento, compiere le scelte giuste, azzardare, crederci e costruirsi una carriera che li possa far ritornare lì da numeri uno. L’arrivo di Dierks Bentley è sempre una sicurezza e un momento di grande coinvolgimento. L’attacco, con Burning Man, ha subito scaldato gli animi, movimentati anche da Gone e She Hates Me, per arrivare poi alla più bella, la perfetta canzone da stadio: Free And Easy (Down The Road I Go). Finale concesso alle rodatissime What Was I Thinking e Drunk On A Plane. La chiusura del festival è stata affidata all’esuberante Luke Bryan, che deve il proprio riscontro ad alcune delle canzoni più brutte (ma decisamente amate dal pubblico femminile) della storia della musica country, prima fra tutte Country Girl (Shake It For Me). Di lui si può dire qualunque cosa, in particolare quanto il suo repertorio sia superficiale; potremmo chiamarlo il fast food della musica country, cibo per le orecchie a basso costo, molto standard, ma ricercato dalla massa. La sua entrata d’effetto con I Don’t Want This Night To End ha subito interpretato i sentimenti della folla, e così pure la ritmata Kick The Dust Up e la melodica Strip It Down, eseguita seduto al pianoforte.
Non c’è che dire, il CMA FEST è l’unica manifestazione che riesce a riunire, per un week end, quasi tutta la top 20 delle classifiche. Grazie a questi nomi, decine di migliaia d’appassionati giungono da ogni dove, ed è grazie a loro se gli emergenti, i non ancora famosi, i semi sconosciuti, quelli in procinto di fare ritorno a piccole tournée di provincia, possono godere della migliore vetrina dal punto di vista pubblicitario. Un’ottima occasione è di sicuro la sessione di meet and greet organizzata presso il Music City Center. Anni addietro era possibile ottenere gli autografi delle grandi star, negli ultimi anni purtroppo questa consuetudine è andata spegnendosi a vantaggio dei volti nuovi.
Ci sarebbe da dire molto su questo festival e sulle sue edizioni indimenticabili, da quella in cui Garth Brooks firmò autografi per oltre 23 ore a quella in cui Kenny Chesney arrivò a sorpresa, facendo esplodere lo stadio; da quella in cui una sconosciuta Taylor Swift aspettava nel suo stand, in compagnia della madre, che qualcuno chiedesse di fare una foto con lei, a quella in cui un’elegantissima Martina McBride duettò con il rude sbruffone Kid Rock. Tra le scelte meno azzeccate, ricordo soprattutto l’esibizione di Lenny Kravitz o di Avril Lavigne, molto distanti dallo spirito del vecchio Fan Fair. Non nascondo che la mia paura più grande, quest’anno, è stata quella di veder comparire Beyoncé, ma gli organizzatori, per fortuna, sembrano essersi accorti di questo «nuovo» filone intento a guadagnare terreno. Sembra piacere: si chiama country classico.


