The Cowsills, The “Cocaine Drain” Album

Gianfranco Callieri
4 minuti di lettura

THE COWSILLS
The “Cocaine Drain” Album
Omnivore
***1/2

Popolarissimi nei Sessanta, allorché l’idea di sei fratelli alle prese con sgargianti bouquet di armonie vocali sembrava perfetta per irretire platee affascinate dal cosiddetto sunshine-pop, i Cowsills (rimasti in tre) sono tornati à la page oggi, quando gli utenti della rete hanno iniziato a vedere, nei loro richiami alle melodie floreali di un’altra epoca, una specie di prefigurazione del Paisley Underground. Languivano in un poco confortevole limbo, invece, nella seconda metà dei Settanta: dimenticati dai più, in crisi gli uni con gli altri, senza un’etichetta cui fare riferimento. Finché Jackson Browne (loro estimatore) non li presentò al produttore Chuck Plotkin (accompagnato da Toby Scott in qualità di ingegnere del suono), al tempo stesso convincendo la Elektra/Asylum a foraggiare qualche settimana di incisioni.

Benché sembrasse procedere tutto per il verso giusto, a un certo punto Plotkin venne richiamato da Bruce Springsteen per il missaggio di Darkness, e la label, reputandolo troppo «progressista» (come dire) per i potenziali ascoltatori dei Cowsills, preferì riporre in un cassetto quanto sin lì realizzato dai nostri. Pur continuando a esibirsi dal vivo, i fratelli sarebbero riemersi, discograficamente parlando, solo vent’anni più tardi, ma il fortunoso recupero di quest’album, per anni ritenuto disperso, conferma come quelli supervisionati da Plotkin fossero i migliori Cowsills di sempre.

The “Cocaine Drain” Album (dall’omonima e controversa canzone, scritta da John Hall degli Orleans, a inizio scaletta) sembra un gemellino meno lirico e più poppeggiante di Rumours (Fleetwood Mac) o Band On The Run (Paul McCartney & Wings) al quale le tastiere di Bill Payne e il sassofono di Ernie Watts donano, di tanto in tanto, una vena lisergica e rootsy in anticipo sul Paisley. Come il r’n’r glitterato di Gettin’ Ready, l’apocrifo byrdsiano di Say You Love Me (tra le bonus di questa edizione), il country-rock alla Eagles della title-track o l’appuntito power-pop della spettacolare That Particular Way abbiano potuto trovare ostacoli, allora, rispetto al far breccia fra gli ammiratori dei Badfinger (per esempio), è interrogativo che ancora oggi non trova risposta (se non nella demenzialità di certi discografici).

Non stupisce, al contrario, che a questo materiale — spumeggiante nella malinconia, nostalgico nelle fiammate — i Cowsills credessero a tal punto da andare incontro a un imprevisto (raccontato nel booklet di The “Cocaine Drain” Album) di quelli da ricordare a lungo: «Un giorno del 1978, i Cowsills erano in cartellone al Troubadour di Hollywood. Disponendo di nuovi brani su quali avevano lavorato duro e in cui credevano, non avevano alcuna intenzione di mettere in scena un greatest-hits sul passato. Come prevedibile, il loro set venne interrotto da un tizio che, alzatosi in piedi, continuava a richiedere a gran voce un vecchio successo. “Indian Lake! Suonate Indian Lake! [fortunato singolo del 1968, ndr]. Zittirono gentilmente il ragazzo, spiegandogli di non averne alcuna intenzione, e ripresero il concerto. Scoprendo solo più tardi che quel tizio era Brian Wilson».

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