The Crying Nudes, DJ

Raffaele M. Petrino
4 minuti di lettura

THE CRYING NUDES
DJ
World Music
*** 

Strana creatura questo DJ, nuovo disco dei Crying Nudes, misteriosa band pubblicata (ma solo in digitale) dalla World Music di Dean Blunt. Misteriosa perché non si conosce con precisione l’identità dei musicisti del gruppo, anche se pare risultino coinvolti, oltre allo stesso Blunt, anche la cantante danese Fine Glindvad Jensen.

Giunti al secondo disco, dopo il lavoro omonimo del 2024, i Crying Nudes continuano con una formula che, a seconda della sensibilità di ognuno di noi, può suonare fascinosa così come decisamente fastidiosa. Mi spiego subito: il gruppo suona una sorta di rock psichedelico e rallentato à la Mazzy Star, però con la particolarità che i brani sono tutti brevissimi e si concludono prima di aver davvero preso forma. E così, se l’esordio presentava la durata complessiva di quindici minuti (per un totale di nove brani), il nuovo lavoro si ferma a tredici minuti, nei quali si susseguono otto canzoni della durata media di circa un minuto e mezzo.

L’ascoltatore, mentre si ritrova avvolto in voluttuose trame elettro-acustiche, minimali, notturne e di indubbio fascino, vede il proprio piacere interrotto prima di poter godere appieno della caratteristica più importante nella fruizione e nella soddisfazione libidica della canzone pop, ovvero la ripetizione. Tuttavia, il fascino dell’opera sta proprio nel suo lavorare dentro l’ascoltatore, inducendolo a vari riascolti per disvelare infine l’effetto quasi subliminale dell’operazione.

Le canzoni, infatti, sembrano voler saltare la fase della fruizione, puntando direttamente a quella della suggestione, dell’impressione e infine del ricordo. Quasi come se, da subito, i brani volessero rimembrare un vecchio disco di cui si è persa la memoria, ma di cui si è conservato qualche scampolo nei ricordi. Ed ecco che, più che canzoni, quelle che mettono in fila i Crying Nudes sono ipotesi di canzoni, che avviluppano con battute lente, organi minimali, arpeggi acustici ed elettriche liquide. Su tutto, la voce della cantante, la quale si presenta dolce e indolente come certe pagine svogliate di Hope Sandoval (one), intenta a concedersi i toni noir del trip-hop più cinematografico (two) o giocando la carta del rock oscuro che potrebbe esplodere sinuoso e sensuale, ma che invece si nega prima che tu abbia trovato il coraggio di farti avanti (when I dance I raise the dead). Un sussurro che, altrove, si adagia su delicatezze di cristallo (four), sa farsi dinoccolato come certo indie-pop scozzese (five) o imprigiona l’ascoltatore nel rammarico di non vedere sviluppata la bellissima melodia del brano (six).

Il disco è davvero un gioco sulla memoria e, forse, la scelta di fermarsi un attimo prima che tutto diventi rigido e definitivo rappresenta l’unica maniera per riuscire a cristallizzare quel particolare momento in cui tutto può essere e ancora non è. I Crying Nudes colgono perfettamente quel momento e ti lasciano con una manciata di note incomplete che scivolano via come sabbia e si depositano direttamente tra i nostri ricordi.

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