Diciamocelo chiaramente: se vai a un concerto dei Dead South, non ti aspetti dei raffinati polistrumentisti in frac, ma una banda di rissosi gentiluomini canadesi che sembrano usciti da un saloon dopo aver vinto a poker la licenza di suonare. Giovedì scorso all’Alcatraz, i nostri “baroni del bluegrass” non hanno deluso, trasformando via Valtellina in una succursale polverosa del Saskatchewan.
L’estetica è tutto, e i Dead South lo sanno. Salgono sul palco con quell’uniforme da predicatori dell’Apocalisse o da fuorilegge del XIX secolo — cappelli a tesa larga, bretelle e camicie bianche. Il palco dell’Alcatraz, per un attimo, smette di sembrare un club milanese e assume i contorni sfuocati di Pioneertown. Per chi non la conoscesse, Pioneertown è una città fantasma a venti minuti dal Joshua Tree National Park (California), dove l’aria profuma di Far West. Costruita nel 1946 da Hollywood, è un vero set cinematografico che rievoca quell’atmosfera desertica dove ci si sente protagonisti di un film di Clint Eastwood. Se mai doveste passare da quelle parti con una fame da lupi, il Pappy and Harriet’s è una tappa obbligata.
Eppure, giovedì sera, quel miraggio era lì. L’allestimento sul palco ha richiamato fedelmente l’estetica dell’ultimo album della band, Chains & Stakes. Il concerto è iniziato alle 21:15 spaccate con l’oscurità spezzata da Snake Man, Pt. 1 & 2. Nate Hilts, il portavoce della band con il quale avevamo fatto quattro chiacchiere il mese scorso, ha esordito con un classico: «Hello! Noi siamo i Dead South». A quel punto mi è scappato un sorriso: nell’intervista l’artista mi aveva rivelato, quasi con autoironia, di non saper mai cosa dire al pubblico. Ebbene, mentiva spudoratamente. Non appena ha preso il ritmo, Nate si è rivelato un intrattenitore nato, capace di tenere in pugno l’Alcatraz con un carisma che farebbe invidia a un venditore di elisir miracolosi del secolo scorso. Altro che «non so cosa dire»!
Senza perdere tempo, la band è entrata nel vivo con la sincopata 20 Mile Jump. Nate ha poi svelato un retroscena che ha quasi rischiato di far saltare tutto: a causa di problemi di salute di uno dei membri, Colton Crawford, il tour rischiava di esser annullato. A «salvare il fondoschiena» ai compagni è arrivato Caelum Scott. La storia ha dell’inverosimile: Caelum ha imparato a suonare il banjo guardando suonare proprio Colton. Un segno del destino che ha permesso alla band di suonare per la seconda volta a Milano.
L’affiatamento è apparso incredibile: i quattro si sono stretti spesso in un cerchio al centro del palco, riavvicinandosi ai microfoni solo quando necessario. Sulle note di Boots, Scott è passato al mandolino intensificando la dinamica, mentre Caelum scandiva il tempo alla grancassa, facendo ballare l’intero Alcatraz.
Il momento più goliardico è arrivato con Time for Crawlin’ e The Recap: tra uno stop ritmico e l’altro, gli artisti si sono scolati birra e whiskey incitati dal pubblico al grido di «Giù! Giù!». Nate ha poi scherzato con i presenti, chiedendo chi venisse da Milano e chi da fuori, prima di lanciare l’unica cover della serata (per la prima volta suonata live): una versione magnifica di People Are Strange dei Doors. «Se facciamo errori è colpa di Caelum perché è nuovo», ha ironizzato Nate, mentre qualcuno dal fondo urlava scherzosamente: «Suonate You Are My Sunshine!».
Tra una domanda e l’altra, qualcuno grida: «il nuovo album?». La band svela che ha registrato ad Abbey Road, ed uscirà a febbraio. «Ora basta domande che il botteghino è chiuso!» – annuncia l’artista. Si arriva al gran finale. Quando partono le note di In Hell I’ll Be in Good Company, il rito della lattina di birra aperta in sincrono scatena il delirio. Dopo un bis concesso a gran voce e un selfie di rito, la serata si è conclusa.
Ma il vero spirito Chains & Stakes si è manifestato sulla via del ritorno. La chiusura dell’A8 ha costretto una parte del pubblico a deviazioni su statali secondarie, regalando alla sottoscritta il brivido di una gomma a terra in una città che definire fantasma ha quasi dell’ironico. Ritrovarsi a trafficare con il cric a mezzanotte con l’eco del banjo nelle orecchie è stata l’esperienza più vicina al vecchio West che la provincia di Milano potesse offrirmi. Magnifici Dead South. Meno magnifica la mia ruota di scorta.


