The Dream Syndicate live a Segrate (MI), 24/1/2026

Mauro Zambellini
4 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Ennesima prova di forza dei Dream Syndicate, una band che dopo più di quaranta anni continua ad emozionare e sorprendere. Alla periferia di Milano, in un Magnolia gremito all’inverosimile, Steve Wynn e compagni hanno confermato che per essere ancora credibili devi avere belle canzoni, chitarre affilate, una sezione ritmica che è un treno che non sgarra di un secondo e un tastierista che con le sue alchimie si infila nel suono acido e distorto creato dal chitarrista Jason Victor, ampliando il senso di un rock dilatato nella psichedelia, nel jazz, nell’avanguardia, nel kraut. Soprattutto devi avere alle spalle una storia autorevole e coraggiosa, fatta di grandi album e di concerti che ti lasciano addosso la sensazione che il tempo si sia fermato e il mondo non sia cambiato.

Sappiamo che non è così, ma per una sera – fredda, buia, piovosa – i Dream Syndicate, nel rispetto del loro nobile nome, ti fanno credere all’impossibile e ti buttano addosso quello che è rimasto della speranza con la violenza estatica delle loro chitarre (Victor e Wynn), di un feedback dissonante, di un drumming metronomico  (Dennis Duck), di un bassista che balla e si contorce attorno al suo strumento (Mark Walton), di un cantante che ti racconta il rock n’roll come lo ha vissuto in prima persona (con i relativi alti e bassi del caso), con l’umiltà e il disincanto di chi non vuole essere un profeta ma uno di noi.

Un primo set basato sulle innovazioni degli ultimi album, titoli presi da These Times e How Did I Find Myself Here?: la cosmica Black Light, una mai così devastante e ipnotizzante How Did I Find Myself Here, una Out of My Head così fuori di testa da sembrare un lascito dei Velvet Underground, la dolce e “druggie” Like Mary, come Glide capace di rispolverare l’intero Paisley Underground (visto il suo essere contemporaneamente così diafana e tagliente), la tambureggiante e fisica 80 West, pretesto per sperimentalismi e jam nei quali i cinque si beano con cenni e occhiate complici del celestiale rumore che stanno creando. La consacrazione di quando la distorsione diventa poesia.

Dopo la pausa, una seconda parte tutta incentrata sulla riproposizione di Medicine Show, il loro album del 1984 e cardine dell’attuale tour a cui dà il titolo. Vanno in scena le sue storie noir e il suo romanticismo disperato, con la band che si diverte ad accelerare Daddy’s Girl, a indurire Armed With An Empty Gun, allungare in senso epico Merrittville, commovente al pari di Burn (il cui refrain è cantato da tutto il pubblico), per poi scatenarsi in una forsennata, stoppata e poi ripresa, John Coltrane Stereo Blues, apice della vocazione della band nel trascinare il pubblico in un vortice psico-sensoriale.

Encore senza nemmeno chiederlo e via con When You Smile, The Side I’ll Never Show (dall’album Ghost Stories) l’epocale Tell Me When It’s Over e la convulse ripresa di Let It Rain di Eric Clapton.

Concerto stratosferico, serata da ricordare.

Condividi questo articolo