THE GRIP WEEDS
Soul Bender
Jem
***

A volte un disco possiede un valore che va al di là della sua qualità intrinseca: la cosa importante, come nel caso di alcune band revivaliste, è essere l’album giusto al momento giusto. Può accadere, infatti, che talvolta si vogliano rivisitare i propri luoghi preferiti, ma senza ricorrere ai classici del genere (ormai conosciuti a memoria). Quindi, un gruppo che per amore si dedichi al mantenimento di una vena antica, ovviamente con passione e sincerità, può fare al caso.
Prendiamo i Grip Weeds dal New Jersey, che celebrano il rock dei Sixties ormai da più di trent’anni, senza la pretesa di raggiungere i miti di cui si fanno epigoni, ma solo per ribadire il proprio amore verso quei suoni e di conseguenza fare felice chi si nutre di quello spirito. Quando ci si vuole abbandonare al desiderio impossibile di rivivere la summer of love, i loro dischi — caratterizzati da un suono solido, ovviamente ad alto tasso chitarristico e senza troppi fronzoli — sono un «porto sicuro» al quale approdare.
La title-track di Soul Bender riassume perfettamente il loro approccio: un riffone per cui i Kula Shaker ucciderebbero, un organetto acido, ritornello killer adornato da coretti, un intermezzo psichedelico con voce filtrata e un finale corale. Troppo derivativo? Certamente, ma già si sapeva. Quello che conta e «arriva» sono l’innocenza fanciullesca e il trasporto dei Grip Weeds.
Nell’album, l’amore per i ‘60 (e pure per i ‘70) si dispiega in 12 brani, non facendo mancare niente ai nostalgici: drumming incendiario alla Keith Moon, chitarroni alla Kinks, omaggi ai Byrds in Gene Clark (Broken Wing), il garage di Wake Up Time spezzato dalla melodia del ritornello, il pop maestoso e corale di Love Comes In Different Ways, beatlesiano fino al midollo e impreziosito da un organo alla Your Time Is Gonna Come. E poi gli Who che incontrano i Jam in Spinning The Wheel, la solida ballata Flowers For Cynthia (infiorettata da suggestive armonie vocali), una If You Were Here scintillante di jingle jangle con più di un richiamo a Chrissie Hynde e i suoi Pretenders.
Ma attenzione, la girandola di riferimenti può far pensare a un effetto fotocopia che la band di Kurt Reil riesce a evitare non accontentandosi di riprodurre certe sonorità, bensì ricordandosi di come l’epoca a cui si ispirano abbia fatto la storia perché si scrivevano grandissime canzoni. E i loro brani, pur rispettosi del canone e senza disdegnare qualche furba (o saggia?) citazione, sono decisamente all’altezza del compito che l’album si propone.
Perciò, Soul Bender merita un posto accanto ad altri nobili revivalisti come, per esempio, Mooon, Stairs o Chesterfield Kings. E quando vorrete lasciare il 2025 e dimenticare l’aria pesante che si respira, entrate nella capsula del tempo targata Grip Weeds. Lo sballo è garantito!


