Foto: Lino Brunetti

In Concert

The Growlers live a Milano, 12/02/2020

Dei Growlers ricordavo soprattutto un divertente concerto al Circolone di Legnano, risalente all’ormai lontano novembre 2013. All’epoca la band californiana aveva appena pubblicato l’ottimo Hung At Heart, terzo album di una discografia che oggi ne conta il doppio, senza contare EP e materiali vari di contorno, e di certo non poteva vantare il seguito che oggi, per il sottoscritto un po’ a sorpresa, ha.

Se infatti in quell’occasione fummo forse un centinaio scarso, stavolta i Growlers si sono ritrovati di fronte un Magnolia andato sold out con settimane d’anticipo, tanto da far ipotizzare lo spostamento del concerto nei più capienti Magazzini Generali. Alla fine così non è stato, ma rimane comunque impressionante questo successo per una formazione che non avremmo creduto così popolare e che sui media nostrani non è che abbia mai avuto chissà quale particolare copertura.

Avrà contato il passaparola o chissà quale altro canale, tra i mille oggi a disposizione, a indurre a questa massiccia presenza, ma della cosa non si può che essere contenti, perché Brooks Nielsen e compagni di certo sono una compagine divertente che merita di essere vista e sentita, come vi potrà dire chiunque sia stato presente a un loro show.

S’inizia prestissimo stasera, tanto è vero che quando arrivo sul posto il gruppo d’apertura – i SUO, progetto della musicista di Brooklyn, Saara Untracht-Oakner, di cui mi hanno detto bene – ha già suonato. Quando i Growlers arrivano sul palco sono appena le 21:30 e ad accoglierli c’è un boato, cosa che fa capire fin da subito da quanto il pubblico italiano li stesse aspettando.

Erano infatti almeno sei anni che mancavano dalle nostre parti e lo stesso Nielsen ha finito per scusarsi per la lunga assenza. Dopodiché, per due ore buone, la band, in formazione a sei (due chitarre, basso, tastiere, batteria e voce), ha fatto sfilare la bellezza di ben venticinque canzoni, tratte da un po’ tutto il repertorio, prediligendo giusto un po’ di più gli ultimi City Club (2016) e Natural Affair (2019).

Misto di garage, psichedelia, surf, pop e rock – da loro definito Beach Goth, come la loro stessa etichetta – la musica dei Growlers si profila sempre melodica e accattivante, dove l’elemento oscuro (che comunque in filigrana è presente) rimane in qualche modo celato dietro il fare naive e informale di un frontman quale Nielsen e tra le pieghe di una musica mai urticante, quanto piuttosto portatrice di una luce abbacinante che è quella delle spiagge californiane.

A volte ricordano non poco il rock degli Strokes (complice anche una certa somiglianza nelle voci dei due cantanti), in altre colorano il tutto con twanging guitars, con un po’ di teatralità o con qualche esotica sfumatura da cabaret mitteleuropeo, qui e là escono dal seminato abbandonando la linearità del formato canzone per lanciarsi in qualche improvvisazione strumentale in cui liberare il loro lato più psichedelico.

In tutte le occasioni risultano coinvolgenti e assai godibili, badando più alla sostanza musicale, che non a chissà quale spettacolo da mettere in scena. Durante un brano fanno salire un ragazzo del pubblico a suonare il basso al posto del bassista (e se l’è cavata pure egregiamente), ma al di là di qualche battuta tra un pezzo e l’altro, a parlare qui è stata soprattutto la musica, per una serata all’insegna di un pop rock sbarazzino e leggero. Giusto quello che ogni tanto ci vuole per liberarsi la mente dalle fatiche e le brutture del quotidiano vivere.

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