The Strokes, Reality Awaits

Raffaele M. Petrino
8 minuti di lettura
Foto © Lino Brunetti

THE STROKES
Reality Awaits
RCA/Sony
***1/2

Non sono mai stato un grande fan degli Strokes. E ciò nonostante riconosca che Is This It, il loro esordio del 2001, sia un gran bel disco di rock and roll e la band abbia avuto un ruolo da precorritrice (assieme ai White Stripes) nella scena grazie alla quale, all’inizio degli anni Duemila, abbiamo riscoperto la centralità delle chitarre elettriche. Gli Strokes, in particolare, si occupavano di portare alle nuove generazioni il suono newyorkese di band come Velvet Underground, Modern Lovers e Television. Coordinate sonore irresistibili per chi ama un certo tipo di rock asciutto e affilato, a cui i ragazzi facevano corrispondere un’immagine iconica, perfetta per le prime pagine dei giornali di settore (e no). Nata all’interno di un’esclusiva scuola privata, la band era riuscita a scansare le accuse di eccessiva coolness grazie alla bontà di un disco capace di mettere d’accordo tutti (o quasi: il sottoscritto considera ancora oggi scellerato il trattamento riservato alla voce di Julian Casablancas in quell’album).

Tuttavia, esaurita la spinta dell’esordio, era stato facile ridimensionare il «fenomeno» Strokes: da un lato perché «padrini» di una scena non certo rivoluzionaria (all’interno della quale peraltro le band più interessanti non erano certo quelle a loro affini, ma le poche non orbitanti intorno alle chitarre, da Tv On The Radio e Liars a LCD Soundsystem), dall’altro perché a quel primo vagito i ragazzi avevano fatto seguire lavori sempre meno convincenti, finendo per diventare (a detta di molti) la classica band «da un solo disco». Già il successivo Room on Fire perdeva brillantezza nella scrittura, ma aveva almeno il merito di affinare il suono della band, cristallizzando un’identità sonora che poggiava per lo più sugli intrecci delle chitarre di Nick Valensi e Albert Hammond Jr. Seguivano una serie di lavori incerti e poco convincenti: da First Impressions on Earth (2006) che flirtava ancora con il sound di Room on Fire, a opere brancolanti, a tal punto in cerca di una direzione certa da far supporre la strada si fosse ormai definitivamente smarrita (penso ad Angles del 2011 o a Comedown Machine del 2013). Inevitabile, a quel punto, vedere diradarsi le pubblicazioni e i ragazzi cercare nuove strade: soliste (Albert Hammond Jr, Julian Casablancas o il bassista Nikolai Fraiture come Nickel Eye) o con altre band (i Voidz di Casablancas). Nel 2020, poi, l’incontro con Rick Rubin, produttore dell’ondivago The New Abnormal e oggi di nuovo al mixer per Reality Awaits,che (diciamolo subito) consideriamo per la band un risveglio inaspettato.

Mai gli Strokes avevano suonato così centrati e a fuoco, con una scrittura così ben calibrata e un sound che non si perde in svolazzi, ma rimane focalizzato su di un mood efficacemente trasmesso all’ascoltatore. Una tensione emotiva che attraversa brani costruiti per accumulo di intensità (Psycho Shit, Falling out of Love, Liar’s Remorse) o nati dal concedersi felici variazioni melodiche (Going to Babble on, Going Shopping, The Fruits of Conquest), senza mai affannarsi troppo alla ricerca di un refrain da far memorizzare, privilegiando trame elettriche e avvolgenti.

Inutile, però, ignorare l’elefante nella stanza, ovvero l’autotune che si ascolta in parecchi brani del disco. Una scelta che ha attirato su di sé tutte le attenzioni, per la presenza dello strumento in sé e per le modalità del suo utilizzo. Il quale sembra — come dire? — poco professionale, quasi si trattasse di un errore lasciato in bella vista con l’idea di evidenziare una sbavatura. Lo stratagemma, anziché corrispondere a un’ipotetica rappresentazione in musica del conflitto tra naturale e artificiale, andrebbe altresì ricondotto al lampante tentativo di autosabotaggio messo in cantiere dalla band, protagonista di un cupio dissolvi perfettamente distillato in ballate come l’iniziale Psycho Shit: brano sempre più deformato, in parallelo all’incremento della sua intensità, da un impiego dell’autotune in un certo senso «sgradevole», eppure in grado di renderne il climax ancor più forte e viscerale. Una trovata efficace, del tutto intonata a una canzone sospesa tra immagini predatorie (Like a bird of prey / that you like only from a safe distance away / my talons shine in the sun / like poisonous wine / Your eyes are mine), imperiose rivendicazioni di poetica (Only my beloved songs will define me) e spietate ricognizioni del mondo (You kill your prey from your nest / From behind a desk, psycho shit / you have no honor or no balls).

Una maschera grottesca che si stempera nella malinconia quasi radioheadiana di Dine N’Dash, segnata da un’amarezza delicata, che sa di perdita e nostalgia, ma non rinuncia a inquietanti confessioni circa le fantasie di violenza alberganti nei nostri istinti. Non mancano poi i riff di chitarra tipicamente strokesiani: come in Lonely in the Future, impietosa e ironica descrizione di uno star system che cerca solo di seguire la moda (… but you would not recognize art in any age) o in Going to Babble on, la cui linea melodica a presa rapida non rinuncia a un’amarezza di fondo (Forget the things that they did / Obey the words that the say / Get it on my desk on time / Got plans, I’m going online) e fa il paio con Going Shopping, in cui la voce di Julian, opportunamente spiegazzata come un abito sgulacito, riflette sull’impossibilità di sottrarsi ai desideri imposti dalla società dei consumi. Liar’s Remorse odora di nu-soul, mentre The Fruits of Conquest ricorda i Rolling Stones più sinuosi e conduce alla melodia ariosa e desolata di Tyrants of the Mellow Moon, che sembrerebbe ricercare un rilancio vitalistico, ma tradisce una mancanza di energia tutta esistenziale.

Reality Awaits certifica insomma l’avvenuta maturazione della band, in grado di sposare perfettamente le proprie dinamiche musicali con le tematiche affrontate nei testi e gestire così al meglio la sinergia emotiva tra liriche e musica. Julian Casablancas e soci hanno forse smesso di sentirsi imprigionati in quella vecchia fotografia che li vedeva in perenne giacchetta di pelle e scarpe Converse: hanno usato l’autotune in modo talmente maldestro (e allo stesso tempo, talmente funzionale allo scopo) da scrollarsela di dosso per sempre. Speriamo le cose si facciano adesso finalmente interessanti.

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