The Ugly Guys, Highway Shoes

Raffaele Galli
3 minuti di lettura

THE UGLY GUYS
Highway Shoes
Conquest 
***1/2

Abbiamo conosciuto da poco questi Ugly Guys, un gruppo country-rock dell’Inghilterra del sud (con antecedenti nel pub-rock dei Kursaal Flyers) nato per issare il più in alto possibile la bandiera della musica scoperta ascoltando Hickory Wind dei Byrds. Li ritroviamo vivi e vegeti nonostante l’età avanzata di tutti i componenti, carichi della passione e dell’entusiasmo propri di chi affronta la vita con spensieratezza e slancio, senza fare calcoli sul futuro: atteggiamento tipico di chi si sente ancora in forze e mostra di credere in ciò che fa. Incuranti, poi, della reazione suscitata dalla loro musica, perché questa è spontanea e diretta, frutto non del calcolo ma di sensazioni e stati d’animo del momento, tesa semplicemente a dar sfogo alla loro passione.

Il quintetto, capitanato dal vocalist Paul Shuttleworth e dal pedal steel player Vic Collins, ha inciso infatti questo nuovo Highway Shoes, che ci permette di confermare (senza esitazioni) un giudizio positivo sul loro operato. È l’ottavo album di studio e li vede in azione con lo spirito combattivo di sempre e la sincera voglia di continuare il viaggio intrapreso da lontano. Non è un disco straordinario, ma una buona e godibile proposta, animata dall’unico intento di intrattenere ove possibile. Una mano tesa agli amici di vecchia data, con i quali si hanno in comune i gusti musicali.

14 i brani raccolti, la metà dei quali autografa. Tra essi spiccano la title-track, convincente country-rock a firma collegiale sulla vita di un vecchio troubadour ancora entusiasta di recarsi on the road, e Hotter Than a Two Dollar Pistol, vivace rock & roll che scorre con gusto; Bobby Joe’s, spigliato cajun con il violino in primo piano, ed El Vicar, eccellente strumentale di Collins (condotto dalla sua pedal steel). Drinking Socially è la rivisitazione, in chiave honky-tonk, di un brano dei Kursaal Flyers (ai tempi lato B della celebre Little Does She Knows), mentre fra le composizioni altrui fanno bella mostra di sé quelli di Mickey Jupp, pub-rocker molto caro al gruppo (I Should Be Lovin’ This, brillante rock and roll del ’78, e When I Meet My Maker, riflessione gospel e bluegrass sulla mortalità e i suoi effetti spirituali, in formato acustico) e le considerazioni sullo scorrere del tempo di Willie Nelson (Funny How Time Slips Away). Alle quali si aggiungono un tragico racconto country-folk di Mickey Newbury (San Francisco Babel Joy), la mordente protesta di Michael Murphey (Geronimo’s Cadillac, sulla forzata assimilazione culturale dei nativi americani) e una light ballad di Jimmy Webb dal sapore tex-mex (la pregnante Adiós).

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