Essere testimoni di un pezzo di storia della musica, a prescindere da come vada, è comunque qualche cosa che si può raccontare ai propri figli. Quando si tratta di avere la possibilità di assistere a un concerto degli Who, la band iconica che ha fatto Woodstock, l’era del Mod inglese, che ha fecondato i suoni del rock britannico con le sue continue sperimentazioni, dopo essere cresciuti nell’epoca sbagliata, perché non farlo?, seppur consapevoli che il tempo passa inesorabile per tutti, su questo non c’è dubbio.
Ormai ottantenni, ognuno dei sopravvissuti potrà ben dire di essere arrivato fino a qui attraverso un grande amore per la musica, non senza combattere quel logorio che ha spinto molti altri guerrieri a ritirarsi dalle scene, se non a lasciare questo mondo prima di invecchiare. Ma se poi (al di là di un’età anagrafica che non lo avrebbe forse più permesso), sai anche che sarà The Song Is Over – The Farewell Tour, non puoi che cedere alla tentazione di farti questo gran regalo. Due sole date in Italia, il 20 Luglio a Piazzola sul Brenta, nei pressi di Padova, e martedì 22 a Milano, trampolino di lancio per il tour mondiale che nei prossimi tre mesi toccherà Gran Bretagna e Nord America.
Così, in una serata di un estate tanto italiana (aerei sopra la testa, sciami di zanzare, pit, contropit e tribune numerate), quanto affettivamente multiforme, i figli di un’intera epoca e i discendenti del popolo del rock, si riuniscono entusiasti in grembo al “nuovo” Parco della Musica di Novegro, che, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici e destinato ad espandere l’offerta culturale della città meneghina, resta una buona idea, almeno fino a quando la fase di rodaggio sarà ultimata (una disposizione interna ancora discutibile) ma che ha le dimensioni adatte ad un evento come questo.
In fremente attesa giovani e meno giovani, chiacchierando di una leggendaria band che stava di lì a poco per salire sopra al palco, vengono folgorati alle 22 precise (orario previsto per l’inizio del concerto) dallo schermo dietro al set che proietta l’immagine di Ozzy Osbourne, immancabile omaggio ad alimentare un’emozione già incontenibile. Il pubblico accoglie i musicisti con un corale fragore, mentre le parole di Daltrey, dopo i saluti, vanno a dedicare il primo brano al mito di The Madman. Townshend attacca il riff di I Can’t Explain, quel singolo che nel ‘65 mostrava un fulgido sussulto destinato a diventare il prologo di una grande epoca. Complice l’età anagrafica e probabilmente quella percepita, la partenza è un poco scricchiolante, ma dentro a una gioiosa e confortevole atmosfera, la band saprà scaldarsi poi a dovere.
Certo impeto e visione sono attenuati rispetto a “qualche anno fa”, ma l’animo da “vecchi rocker” è ancora arzillo e scalpitante, come mostrano i vivaci guizzi di Who Are You e Love Ain’t For Keeping, nonchè l’energia di uno fra i miei brani preferiti, The Seeker, con quel blusaccio sciolto e sbarazzino un po’ alla Stones che scorre sulla ritmica del pezzo. Il settetto, che vede in formazione Simon Townshend (fratello di Pete) alla chitarra, Jon Button al basso, Loren Gold alle tastiere oltre che da John Hogg ai cori e Scott Devours alla batteria, aumenta gradualmente intensità arrivando a mostrare i denti su pezzi come Pinball Wizard, dal meraviglioso Tommy, e Behind Blue Eyes, aiutato dall’effetto scenico delle immagini che scorrono alle loro spalle.
La voce solista del frontman Roger Daltrey emerge sugli acuti zeppeliani di The Real Me e più avanti dentro alla potenza di Love, Reign Oe’r Me, ma a tratti si concede dei pit stop affidandosi ai colleghi ben impostati con i cori sulle melodie. Una cavalcata fra i successi di carriera, quando la restituzione adrenalinica sembra calare un poco nella parte centrale, forse volutamente più modesta per stabilizzare un po’ le pulsazioni, passeggiando fra le acustiche di I’m One (con qualche problema al jack), la teatralità di I’ve Had Enough e il funk psichedelico di Eminence Front e per poi riprendere a scaldare il pubblico sull’inno di My Generation, che esplode tutta la vitalità di una vecchia band di ragazzini con la voglia di gridare in faccia al mondo “siamo qui”.
Arie più sofisticate, a specchio di quell’immaginifico e glorioso viaggio che è stata la loro musica, e un dito sullo schermo che ci punta uno per uno con See Me, Feel Me, fino a una You Better You Bet che fa ballare tutta la platea, mentre il microfono di Daltrey inizia a roteare sulla Baba O’Riley che tutti conosciamo, e Pete Townshend a circondurre il braccio come furono i tempi d’oro.
È poi la volta di Won’t Get Fool Again (altro brano che la sottoscritta annovera fra i preferiti dell’intero repertorio) e il finale, non poteva essere altrimenti, suggellato da una malinconica The Song Is Over, capace di evocare una profonda nostalgia per quell’età che dannatamente sognava ancora il suo futuro. La storia del rock, in un martedì di luglio, ha attraversato una Milano estiva e polverosa, lasciando la sua impronta dentro a emozioni e sensazioni di un’intera platea al suo cospetto.


