Thundercat, Distracted

Ernesto D Angelo
4 minuti di lettura
Di Bruce from Sydney, Australia - Thundercat, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=67000028

THUNDERCAT
Distracted
Brainfeeder 
***1/2

Uno dei maître à penser della nu black music è senza dubbio Thundercat, nom de plume di Stephen Bruner, bassista, cantante e polistrumentista quarantunenne di Los Angeles. Dopo gli inizi punk-metal nei Suicidal Tendencies (coi quali suonò dal 2002, per due lustri), già dal 2008 il suo range di collaborazioni iniziò ad ampliarsi, coadiuvando personalità come Erykah Badu, Anderson Paak, Bilal e soprattutto Kendrick Lamar: la partecipazione ad un brano di quest’ultimo gli varrà un Grammy. Nel 2011 pubblica il suo primo disco, The Golden Age of Apocalypse, a cui partecipa parte del collettivo Get Down — Kamasi Washington, suo fratello Ronald Bruner jr., Cameron Graves e Brandon Coleman — ma sarà col quarto It Is What It Is (2020) che Mr. Bruner vincerà, nel marzo del 2021, il Grammy per il miglior progressive R&B album.

Passati sei anni, il nostro ci offre questo Distracted, 15 tracce di un policromo universo sonoro fortemente virato verso il radio friendly e con numerosi ospiti. A produrre gran parte dei brani c’è Greg Kurstin, sound designer di tanti successi di Adele, Foo Fighters e Paul McCartney, nonché artefice di una non disprezzabile «poppizzazione»dell’album. Ma la sostanza non manca. È infatti un piacere ascoltare uno smart groovester come JD Beck «danzare» le linee bassistiche del leader (sotto le vigili invenzioni di DOMi Louna alle tastiere) nell’iniziale Candlelight. Così come si ammicca un po’ troppo a Rick James in No More Lies, che ospita i Tame Impala: come dire, psychedelic pop meets melodic funk.

Si viene presi invece dal magone, per la presenza del compianto rapper Mac Miller (grande amico di Thundercat) ascoltando She Knows Too Much, in cui il sax di Maurice Brown, le tastiere di Taylor Graves e la linea di basso che evoca I Wish di Stevie Wonder imprimono carattere al brano. Evidente back to the past è I Did This to Myself (non a caso prodotta dal fidato Flying Lotus), fortemente funkadelica e col contributo del rapper Lil Yachty, mood presente pure in Funny Friends, con A$AP Rocky, che sembra un pezzo 2.0 di George Clinton cogli Ohio Players (ospite Beck Hansen).

Efficace l’apporto dei Lemon Twigs in What Is Left to Say, che si rifà al pop dei ‘70/’80 (tipo i Chicago di Peter Cetera), invece I Wish I Didn’t Waste Your Time, Anakin Learns His Fate, Walking on the Moon, Pozole e This Thing We Called Love (quest’ultima con Channel Tres) sono forse i momenti riflessivi (o, se preferite, «di stanca») del disco, non lontani dal nu soul più MOR. Mentre in Thunder Wave, con ospite la splendida Willow, si fa il verso (ci credereste?) al blue-eyed soul e, dal canto loro, A.D.D. Through the Roof (sul tema dell’ADHD) e Great Americans strizzano l’occhio al Glasper di Black Radio. In chiusura c’è una ballata soul-gospel alla Take 6, cioè You Left Without Saying Goodbye, ironica e amara.

Una meditata «distrazione»? Sarà il tempo a dirlo.

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