TIMBER TIMBRE
Interview Vol.II
Hot Dreams Publishing Inc.
***½

Ho scoperto i Timber Timbre per caso. Ero nella hall di un hotel di Parigi, a notte fonda. A un certo punto è partita una canzone che mi ha completamente steso: una voce baritona, vellutata, ipnotica, avvolta in un riverbero umido. Era Black Water. Non sapevo chi fossero, né da dove venissero, ma nemmeno un mese dopo mi ritrovai sotto il palco, in Italia, a guardarli suonare dal vivo. Da quel momento non li ho più lasciati. Ironia della sorte, Interview Vol. II, nuovo lavoro di Taylor Kirk, è uscito il 31 ottobre (non a caso per Halloween), proprio mentre ero di nuovo a Parigi e non poteva davvero esserci luogo più adatto per un ascolto così autunnale e spettrale.
I Timber Timbre si sono sempre spinti oltre la forma canzone, flirtando con brani strumentali e improvvisazioni dal fortissimo potere visivo. Con quest’ultima produzione, Kirk ha oltrepassato definitivamente la soglia. Dopo il magnifico Lovage (2023) e il precedente Interview Vol. I (2024), questo EP rappresenta l’approdo più radicale di una ricerca sempre più sperimentale, a tratti cinematografica, rétro, satura di celluloide. Registrato agli Studio Cimetière di Quyon, Québec – un’ex chiesa sconsacrata che pare uscita dal Nosferatu di F.W. Murnau – il Vol. II è composto da tre soli brani, interamente strumentali, e pubblicato (per ora) solo su Bandcamp.
È un lavoro che può turbare o addirittura far scappare l’ascoltatore al primo minuto. Chi non è aggiornato sugli ultimi sviluppi del complesso canadese, rischia il disorientamento. Ma chi conosce Kirk, rimasto di fatto una one man band (anche se in questo EP compaiono altri musicisti), sa che questa pubblicazione parallela alla discografia ufficiale fotografa perfettamente la sua attuale ispirazione: una musica tra folk oscuro, jazz pulviscolare, sospesa in un universo lo-fi e noir ambient, dove il suono è sempre filtrato da quella patina consunta a cui ormai siamo abituati, volutamente registrato su nastro alla vecchia maniera.
Amnesia introduce l’atmosfera: un loop inquieto, sintetizzatori ed echi malinconici in dissolvenza. Paraphernalia — oltre 10’ di pura immersione — è il cuore dell’opera: una notturna marcia di spettri tra riverberi jazzati, accenni swamp folk e improvvisi scarti rumoristi che evocano la musica noir di Tom Waits e guardano di certo più a David Lynch che a Leonard Cohen. Chiude Booger, dove percussioni e synth liquidi si inseguono fino al buio totale: un brano visivo, accompagnato da una pellicola ossessiva in cui una strada notturna accelera fino a dissolversi nel nero.
Risulta difficile dire se Interview Vol. II sia un nuovo punto di partenza o di arrivo: più probabilmente un vicolo cieco, volutamente imboccato. Di sicuro racconta con chiarezza dove si trova oggi Taylor Kirk: a registrare (ma anche filmare) le proprie ossessioni con la nonchalance di chi non ha più paura di restare solo nel buio e pubblicare tutto ciò che gli passa per la mente. Anche gli incubi più terribili.


