Tinariwen live a Milano, 20/4/2026

Helga Franzetti
3 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Parte dalla città meneghina il tour italiano dei Tinariwen, per proseguire poi all’Auditorium Parco della Musica di Roma, e concludersi a Padova in meno di una settimana. Pionieri della musica Tuareg e del cosiddetto desert blues (definizione riduttiva), assistere a un loro concerto non significa solamente ascoltare dell’ottima musica suonata, ma diventa esperienza sensoriale e mentale innescata dalla loro ipnotica formula per chitarre. Lasciarsi coinvolgere dai suoni magnetici che Ibrahim ag Alhabib e compagni assemblano sul palco fa spazio a dimensioni emozionali dirette ad esprimere un messaggio universale, un’intera cultura che attraverso la musica ha trovato la sua forma di ribellione.

Sotto alle luci calde di un Alcatraz riempito da tante belle facce, anche se tagliato a metà, si respira un’atmosfera rilassata, fatta di giovani e generazioni che li hanno messi al mondo a condividere la sala come se fosse un unico, grande deserto di suoni. Il ritmo è ancestrale, immaginifico, ancorato al basso profondo di un Eyadou ag Leche avvolto nelle percussioni, che conduce ogni gioco: a tratti una cavalcata a ritroso, in altri momenti ognuno sembra compiere il suo viaggio, slegato, disunito dal gruppo, quando in realtà il tutto si amalgama nel risultato finale.

Accompagnato da tre chitarre di base e voci corali, il set vuole lo «sciamano» che danza flessuoso e l’inserimento occasionale di un’acustica dal suono pieno e corposo, maneggiata fra testi in call & response — cadenzati dalla lingua tamasheq — a raccontarci di identità, memoria e libertà. Armonie sempre in equilibrio, un suono perfetto (complimenti ai fonici) e un’alchimia che si respira anche fuori dal palco. Il sentire in crescendo esplode, dopo un excursus lungo una carriera intera, in un encore elettrico di danze selvagge e ritmi in levare, fra emozioni adrenaliniche su Soixante Trois (in riferimento all’anno della prima rivolta del «popolo blu» in Mali) e Chaghaybou, uno dei pezzi più potenti, ai tempi registrato nelle terre del Joshua Tree, in California, per la scelta forzata dell’esilio.

Il pubblico di Milano torna a casa soddisfatto, anche se la breve esperienza — un’ora e mezza scarsa — avrebbe potuto articolarsi su tempi maggiormente dilatati. Mi piace immaginare che su quel palco abbia vissuto la storia, dalle regioni subsahariane del Mali — la loro terra, la loro anima — ai campi profughi militarizzati in Algeria, quando decisero di scambiare i Kalašnikov con le chitarre. Tinariwen oggi nel mondo a portare un messaggio: che la musica unisce, la musica sa ancora parlare di ribellione e danzare libera dal potere. Dovremmo solo farlo tutti insieme.

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