Tori Amos live a Milano, 5/5/2026

Andrea Tacchetti
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Foto © Rodolfo Sassano

Benvenuti al culto di Tori Amos! Certi artisti non sono fatti solo per essere ascoltati ma per essere adorati: può essere  dovuto a un senso di irraggiungibilità che richiama una divinità lontana, ma non è certo il caso di Tori Amos. A lei basta, infatti, sedersi al piano con il suo modo di suonare unico, viscerale e conturbante, per dare inizio a un rituale che cattura gli spettatori. E non importa se da dietro le quinte non emerge più la ragazza indomabile di una volta. ma una signora  decisamente imborghesita sui suoi tacchi alti e con l’abito firmato svolazzante; no, perché non si tratta di una questione estetica o di bellezza, ma di essenza performativa e fascino, cose che si hanno o no e se le si possiede non svaniscono con il passare dell’età o dello stile di vita.

L’ispirazione può andare e venire e nel caso di Amos, per molto tempo, è calata decisamente, anche se negli ultimi anni abbiamo assistito a dei progressi notevoli dal punto di vista della qualità degli album pubblicati; per non parlare della voce, inevitabilmente soggetta all’usura del tempo, in particolare quando, come quella di Tori, si raggiungevano altezze siderali.

Ma quando sei come Tori Amos, non importa se canti a tonalità più basse, se non riesci più a emanare l’energia fisica della giovinezza o se il brano che esegui non è all’altezza delle tue cose migliori, perché dal palco emanerai sempre un magnetismo irresistibile. Grazie a quel quid, quella fiammella che può smorzarsi, ma non si spegne.

E Amos lo ha dimostrato in due ore di concerto, ad esempio proprio alla resa di canzoni poco famose di due degli album più vituperati, ovvero il travolgente funky di Witness tratto da The Beekeeper e l’estasi collettiva del bis di Big Wheel da American Doll Posse; i tre brani tratti dal nuovissimo In Times OF Dragons hanno invece confermato anche dal vivo l’ottima impressione dell’ultima uscita.

Ovviamente non potevano mancare i pezzi forti dei suoi album migliori, su tutte una Winter da lacrime e una toccante Pretty Good Year sul fronte della ballade, l’inevitabile Crucify dall’arrangiamento modificato prima dell’esplosione finale e una God alla dinamite che ha fatto muovere nei bis il pubblico ormai tutto in piedi.

È doveroso parlare, infine, della band guidata dal basso del fido Jon Evans, che funge anche da direttore musicale e da arrangiatore, e della vera rivelazione della serata, ovvero il trio di coriste; voci che non si limitano a fare (appunto) cori e controcanti ma, dato che dato il fisiologico calo di tonalità del cantato di Tori (che si è anche un pochino arrochito), vanno da una parte a rafforzare la voce solista e dall’altra a colmare quei vuoti “in alto”, con una resa davvero straordinaria, anche per via agli arrangiamenti sopraffini.

Insomma, è bello sapere che nonostante le vicende discografiche alterne e l’apparente pacificazione che sembrava trasparire dai suoi lavori, la fiammella di Tori Amos sul palco brucia sempre, anche grazie a una band con la quale appare esserci non solo un ottimo affiatamento, ma anche un legame forte.

Perciò ancora una volta, bentornata Tori!

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