Tupa Ruja, Contrast

Ernesto D Angelo
4 minuti di lettura

TUPA RUJA
Contrast
Filibusta Records 
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Nella recensione di Punti di Vista di Alessandro Di Liberto, apparsa sul nostro sito il 30 Aprile 2025, ribadivo quanto il jazz sardo fosse ben stabile nel mio cuore e rappresenti una delle realtà più vitali nel già vivido e fermentante panorama italiano. E proprio dall’Isola Felice provengono questi notevoli Tupa Ruja, quartetto guidato dalla cantante e compositrice Martina Lupi e da Fabio Gagliardi, multistrumentista con particolare inclinazione per lo didgeridoo e le percussioni, e completato da Mattia Lotini alle chitarre e bouzouki e Stefano Vestrini alla batteria e alle percussioni.

In origine, al tempo dell’iniziale Terra Mi Chiami (2007), la line-up consisteva solo nel duo Lupi-Gagliardi e tale è rimasta anche nel secondo album, dal titolo cartesiano di Suono dunque Sono (2011). Già per il loro primo album dal vivo, Impronte Live (2014), il duo coinvolse il batterista e chitarrista Alessandro Chessa. La svolta avvenne per il loro quarto lavoro, In Questo Viaggio (2019), che vedeva l’innesto del pianista degli Aires Tango Alessandro Gwis.

Adesso per la Filibusta Records (che ha pubblicato pure il disco del 2019), esce questo Contrast, lavoro estremamente vario e capace di inglobare influenze e lingue/linguaggi di derivazione assai eterogenea. La liaison con gli Aires Tango continua che è una meraviglia, infatti oltre al già citato Gwis sono ospiti di quest’opera pure Javier Girotto al sax soprano e alla quena (cioè il flautoandino) e Marco Siniscalco al basso.

La prima delle dieci tracce di quest’opera, di cui otto composte dalla cantante, è proprio Contrast, dov’è il sicilianissimo scacciapensieri a dischiudere questo friulanissimo traditional che diviene a poco a poco crogiolo di tempi dispari, konnakol, aborigenità oceanica, aeree carezze andine, melodie stordenti e visceralità mediterranea. A seguire vi è My perfect breath, pezzo che brilla per l’impasto psichedelico e per lo stile memore di Sandy Denny (e con un Lotini ispirato), mentre è il soprano di Girotto a dare direzione e Identità a Oua (scritta da Gagliardi), in lingua genovese, dove l’intero gruppo – con la Lupi strepitosa nel suo essere allo stesso tempo asciutta e pregnante – si perde in un vortice post-coltraniano in cui la quena aggiunge valore alla palese grandezza del pezzo (già presente, in altra versione, nel disco del 2019).

La ternaria circolarità ispanica di Mi alma si apre ad una festosa e malinconica danza di solare latinidad, a differenza di D’ali, nel quale il fatato violino dell’ospite Michele Gazich permea la sostanza poetica, tra medioriente e kletzmer, del brano. Sul filo della memoria si dipana F-rammenti, dalla furbastra cornice in 8/8 e dal cantato che rimarca la natura eternamente costruenda del ricordo, a cui fa da contraltare il curioso andamento pianistico in cinque (strepitoso Gwis) di Nina tu eres, tenera e sofferta composizione in spagnolo della cantante dedicata alla propria figliola. Sentita e profonda è La Distanza, in cui coesistono magnificamente l’eco della migliore tradizione cantautorale italiana, una rilevante capacità interpretativa e vocale, il solido architrave bassistico di Siniscalco e l’evocativo soprano di Girotto ch’è un ascensionale vortice emozionale.

Terminano l’album l’ancestralità anelante e trascendente di Los elementos, dove tra diplofonie, didgeridoo e xöömej si dialoga con orizzonti metafisici, e Como o ar do mar, spumeggiante equoreo canto em português che narra di nostalgiche attese del non ancora. Tupa Ruja, in sardo rifugio rosso, luogo dove trovare protezione e salvezza col colore del pàthos. Jazz etnico o world music sono solo etichette. In questo disco conta, (sol)tanto, la musica.

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