Ty Myers, Heavy on the Soul: the FAME Sessions

Gloria Tubino
4 minuti di lettura

TY MYERS
Heavy on the Soul: the FAME Sessions
Columbia/Sony
***1/2

Ty Myers ha 18 anni e tendo sempre a dimenticarlo: la sua voce morbida si insinua nell’ascolto restituendomi l’immagine di un disinvolto bluesman dalla carriera decennale anziché quella di un giovane curioso, appassionato, che non si considera un cantante country ma un musicista libero di esplorare ogni forma e melodia per creare un insieme di accordi legati l’uno all’altro pur arrivando da generi diversi. Già l’anno scorso, con il debutto di The Select, avevamo apprezzato le sue doti come compositore (alcuni brani li aveva scritti intorno ai 12 anni!), ma soprattutto come chitarrista. Stupisce che un ragazzino ancora acerbo possa mostrare così grande disinvoltura nell’approcciarsi alla scrittura, creando brani dall’aria vissuta, inseriti in melodie raffinate, con una gradita abbondanza di chitarra acustica.

Il nuovo Heavy on the Soul è un susseguirsi di brani che scavano nella storia della musica, vi affondano le radici e risalgono in superficie, esplodendo in un tripudio di country raffinato, soul viscerale e blues elegantemente ribelle. Non poteva essere diversamente: l’album è stato registrato presso i FAME di Muscle Shoals, in Alabama, un luogo magico e capace di trasformare semplici accordi in classici senza tempo. La presenza impalpabile di Aretha Franklin, Etta James, Wilson Pickett ha aiutato Myers a trovare la giusta dimensione.

Morning Comes padroneggia un ralenti disarmante, che si trasforma in emozione nelle mani dell’autore; Don’t You Know e Come on Over, Baby trasmettono l’energia di una chitarra blues e di una voce magnetica, capaci di dissipare ogni dubbio sulla bravura del musicista. Myers dà il meglio di sé nelle ballate e Message to You, nata durante una vacanza alle Barbados, con quella voce ruvida e la steel di Tom Bukovac, promette passione, è un brano interpretato con il cuore in mano. La traccia più grintosa è Two Trains (Little Feat), in collaborazione con Markus King: due personalità dominanti che offrono, con le loro chitarre, un assaggio di paradiso funky blues.

Sfumature graffianti permeano canzoni come Gone Too Long e Bad Guy — ancora una volta, ci chiediamo come possano essere state concepite da un diciottenne. Il nume tutelare John Mayer serpeggia lungo Game Called Love, in cui la voce si fa decisa e il ritmo incalza, donando spensieratezza, mentre Leaving Carolina o Songs for You risultano un po’ stagnanti, insipide se non per qualche riff di chitarra. Più apprezzabile Through a Screen, nella quale la sezione d’archi e uno struggente pianoforte provocano un senso di abbandono, piacevole e necessario.

Si arriva in fondo con Good Morning Paris, intro evanescente e una sinfonia in crescendo che ricorda i Goo Goo Dolls e rafforza sempre di più la mia convinzione che Ty Myers sia tra gli artisti più talentuosi in circolazione. Teniamocelo stretto.

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