foto: Lino Brunetti

In Concert

Un Altro Festival 2015, Milano

Rinuncia alla sua propaggine bolognese, quest’anno, Un Altro Festival, per concentrarsi solo su Milano, nell’usuale location del Magnolia. E, al contrario di quanto avvenuto l’anno scorso, dove l’affluenza di pubblico era stata così così, per fortuna stavolta sono accorsi in molti a gustarsi questa bella due giorni di musica, contrassegnata da una line up capace di stare perfettamente in equilibrio tra nomi di richiamo e qualità delle proposte (come un festival che ha voglia di consolidare la propria esistenza dovrebbe in effetti sempre fare). Grossa presenza anche di giovanissimi – e per fortuna! a volte si ha la sensazione che la musica stia diventando, qui da noi, faccenda per “vecchi” – che non hanno avuto paura di sfidare una calura di tipo africano, che non ha accennato a calare granché neppure dopo il tramonto. Programma (giustamente, a mio parere) limitato a quattro/cinque gruppi a serata, alternati su due diversi palchi, in modo da ridurre al minimo le attese tra una performance e l’altra.

La prima sera, quella del 7 luglio, si è aperta con lo show degli inglesi Fyfe (in realtà prima c’erano i Dardust, però sono arrivato tardi), trio guidato dal cantante e chitarrista Paul Dixon, dedito ad un pop dalle moderne inflessioni R&B e dalle sonorità sia chitarristiche che elettroniche, base per melodie efebiche e, quantomeno a primo ascolto, non particolarmente incisive. Un po’ perché non è proprio la mia “tazza di the”, un po’ per una tenuta del palco fin troppo timida, i Fyfe mi hanno lasciato del tutto indifferente. Molto, molto meglio Christopher Paul Stelling, cantautore americano di base a Brooklyn, fresco di pubblicazione del suo terzo album, primo per la Anti. Armato solo della sua chitarra acustica e di un tamburo a pedale, ha letteralmente sputato sugli astanti il suo ruvido e ruspante cantautorato folk. Grandi linee melodiche, una tecnica chitarristica di rilievo, una scrittura in bilico tra old time music e la grinta dei primi Mumford & Sons (in una versione che mi verrebbe da definire punk), nonché un palpabile carisma da entertainer, i punti a suo favore. In alcuni pezzi è stato raggiunto sul palco da una ragazza (a seconda voce e percussioni), cosa che ha aggiunto ulteriori sfumature alla musica di un personaggio che ha saputo conquistare un pubblico che, con ogni probabilità, fino a quel momento manco sapeva della sua esistenza. Bravo! Subito dopo di lui è stata la volta delle Ibeyi, le gemelle franco-cubane figlie del compianto percussionista del Buena Vista Social Club, Anga Diaz. Le avevo già viste a Barcellona ed il loro concerto è stato essenzialmente lo stesso. Ad ogni modo, loro sono carinissime ed ispirano istantanea simpatia. Le canzoni, messe a punto solo tramite le loro voci, il piano e delle percussioni, sono più che buone e vederle dal vivo è in definitiva un piacere, vista la freschezza indubbia della proposta. Headliner di questa prima serata erano però gli Of Monsters And Men. Sul palco sono in metà di mille, ovviamente con Nanna e Raggi, i due cantanti, davanti, al centro della scena. In versione live, le loro canzoni rimangono decisamente simili che su disco, ma, tolto questo aspetto, questa è la dimensione in cui danno il loro meglio, diventando definitivamente trascinanti, spingendo al singalong, inducendo il pubblico a ballare sui lori dinamici e propulsivi intrecci acustico/melodici. Scaletta ricca, che non ha mancato di appoggiarsi sulle canzoni del nuovo album, così come sui classici dell’esordio che li ha fatti conoscere. Un po’ folk, un po’ indie, sempre inequivocabilmente pop, la musica degli Of Monsters And Men forse non può realmente dirsi originale, ma è tutt’ora in grado di suonare fresca e pimpante, divertente, con delle gran belle canzoni, non effimera, in definitiva, piacevolissima.

La sera successiva, mi perdo (ancora) il primo concerto – quello degli italiani Brothers In Law – e arrivo in tempo per quello di Eaves. Joseph Lyons è qui senza la sua band e quindi sul palco presenta le canzoni del suo ottimo What Green Feels Like con il solo ausilio di una chitarra acustica. La limpida bellezza delle sue canzoni rimane, anche se, probabilmente, in un contesto del genere, senza averle conosciute prima, un po’ della loro poesia finisce col perdersi nel brusio generale. Ha promesso di tornare full band e quindi ci concediamo il lusso di dare un giudizio più circostanziato per quell’occasione. Si presenta da solo sul palco anche Damon Gough aka Badly Drawn Boy, ma lui un po’ d’esperienza in più ce l’ha e non ha problemi a toccare il cuore con le sue canzoni. Un tempo era un beniamino di pubblico e critica, oggi appare come uno che ha perso il treno del successo vero, anche se l’impressione che ha dato è stata quella di uno che il talento ce l’ha ancora tutto attaccato addosso. Follemente vestito con l’immancabile cappello di lana, felpa e gilet di pelle di daino (con una temperatura di oltre 30 gradi!!) per una quarantina di minuti ha rispolverato le sue immortali vecchie canzoni, piazzandocene in mezzo qualcuna più recente, dividendosi tra chitarra acustica, elettrica e pianoforte. Impagabile il momento in cui ha apostrofato (cantando con l’aiuto dei suoi fans) il grosso del pubblico, rimasto davanti all’altro palco in attesa dell’arrivo di Hozier (hey voi, siete davanti al palco sbagliato, c’è un concerto gratis qui etc etc). Un grandissimo! E arriviamo così proprio ad Hozier, il cantautore irlandese baciato da un’incredibile successo di pubblico tanto che, senza tema di smentita, la sua Take Me To The Church è uno di quei pezzi che conosce pure mia madre o la mia vicina di casa. Prime file composte da un pubblico di ragazzine in delirio che, fin quasi da prima che salisse sul palco, hanno dato ampio sfogo alla potenza dei propri polmoni. Non sapevo cosa aspettarmi da uno come Hozier e, devo dire, alla fine sono state più le luci che le ombre. Non è solo un figaccione, ma ha pure una bella voce ed un pugno di canzoni che, pur senza rivoluzionare nulla, sono dotate di discreta scrittura e non scivolano via senza lasciare traccia. Anche chitarrista e con una numerosa band alle spalle, Hozier si è palesato cantautore più di sostanza di quello che pensavo; certo, qualche passaggio musicalmente troppo mainstream o qualche arrangiamento inutilmente boombastic sono risultati essere non proprio il massimo, ma in generale il tutto è rimasto nell’alveo di un pop-rock venato di soul, efficace, capace di andare anche oltre il mero intrattenimento di classe o, peggio, il pop impersonale. Oltre alle sue canzoni, pure un paio di cover: Problem di Ariana Grande (tollerabile a fatica) ed una invece ben più interessante Illinois Blues di Skip James, presentato quale uno dei musicisti che lo ha più influenzato. Inutile dirlo, delirio generalizzato quando ha suonato Take Me To The Church.

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