Basta prenderlo tra le mani, Volver, il doppio LP di Aida Satta Flores, per capire di trovarsi davanti a un atto d’amore, non solo per la musica, ma soprattutto verso gli ascoltatori. I quali, una volta aperta la confezione gatefold del vinile, trovano una bella foto di Aida e Augusto Daolio, ritratti al bancone del mixer, nel 1992, durante le registrazioni del primo album della cantautrice palermitana, Il profumo dei limoni, prodotto dai Nomadi. Continuando nello scrutinio del nuovo lavoro — azione nostalgica, che rimanda subito, e sempre, alle stagioni gloriose in cui il vinile aveva ogni volta qualcosa da dire — le sorprese continuano: un 33 giri è in rigorosa laccatura nera, l’altro d’un bianco immacolato. Entrambi sono contenuti in buste dove, accompagnati da un toccante repertorio iconografico sui minori residenti in alcuni quartieri disagiati di Palermo, sono riportati i testi. E poi, che dire delle canzoni, un riepilogo (rivisitato) dell’intera carriera di Satta Flores, compendiata nei brani del primo e dell’ultimo disco? Sono, semplicemente, una meraviglia (trovate la mia recensione sul numero di gennaio del Buscadero), tali da far assurgere Volver, a mio modesto parere, al titolo di miglior album italiano del 2025. Ho voluto così intervistare Aida Satta Flores, per capire da dove abbia tratto la forza e l’ispirazione per un prodotto di tale levatura.

Volevo farti i complimenti per il tuo commovente disco, realizzato con cura e amore.
Grazie, mi è costato due anni di fatiche e difficoltà. Mentre lo registravo mi sono rotta quattro vertebre e ho dovuto dirigere alcune corali [il disco vede la partecipazione di orchestra e cori, ndr] dal telefono dall’ospedale! Però è un disco pieno di gioia e speranza.
Spiegami la foto di copertina e il titolo, Volver.
È una foto che mi ritrae a cinque anni, scattata da mio zio Nello. Come vedi, io esco dall’ombra e vado verso la luce, perché proprio in quel momento stavo andando a trovare mia mamma, appena uscita dal coma. Simbolicamente, io uscivo dall’ombra per tornare alla luce. Volver è un verbo spagnolo e significa «tornare», «ritornare», ma senza nostalgia. Girare, in eterno cambiamento: questo è ciò che mi sostiene. Tutti dovrebbero tutelare i propri semi e semenze, ma questa conservazione implica, in sé, anche un perenne cambiamento. Non significa solo tornare indietro, ma andare avanti continuamente, senza perdere niente del passato, arricchendolo delle nuove esperienze, maturate soprattutto nell’abbraccio della conoscenza del «diverso da sé». Questo disco è una sorta di concept solo per quanto riguarda i testi, mentre musicalmente, anche se sono una cantautrice, mi sono avvalsa di ben otto arrangiatori, includendo una pluralità di menti e identità musicali. Come in un bouquet floreale, dove accanto a un’orchidea c’è il fiore di campo. È un urlo di protesta contro l’odierno appiattimento della musica italiana, che va inesorabilmente a schiantarsi contro un suono unico ed omologato. Da qui anche il coinvolgimento di due corali diverse, per indole e storia, come la Corale Settima Polifonia e la Cantoria del Teatro Massimo di Palermo.
Le canzoni, benché provengano da due dischi precedenti, sono state registrate ex-novo assieme ai ragazzi del Conservatorio di Palermo.
È stato bello, ma anche molto duro. Pensavo che dall’incontro con i ragazzi sarei ringiovanita, invece mi sono trovata quasi invecchiata. Perché oggi molti giovani, non tutti fortunatamente, sono tristi: pare se ne stiano in un guscio da cui faticano ad uscire. Ragazzi che conoscono la tecnica dello strumento, ma non sanno nulla del mondo musicale che dovranno poi affrontare. Non sanno nulla della SIAE, del diritto d’autore, dell’organizzazione del proprio lavoro prima artistico, poi promozionale, delle edizioni musicali etc.
Parlami della tua carriera, ormai quarantennale. Sei partita dal palco di Sanremo, hai quasi toccato il cielo con un dito, ma poi ti sei ritagliata una nicchia da cantautrice di culto. Com’è andata?
Sono stata per ben tre volte a Sanremo. L’ultima fu nel 1992, quando cantai una canzone fortemente profetica e ripresa anche su Volver, Io scappo via. Infatti, non ho più messo piede e voce sul palco dell’Ariston, anche se ora mi piacerebbe tornarci. Perché Sanremo, per me, è quella cittadina ligure ricca di serre e di fiori… E poi c’è il Premio Tenco, più allineato alla cantautrice che sono. Il mio esordio al Festival della Canzone Italiana risale al 1986, con Croce del Sud: vi partecipai di diritto, avendo vinto l’anno precedente il festival Voci Nuove di Castrocaro. Feci ritorno alla kermesse, per un colpo di fortuna, nel 1989: allora frequentavo, a Roma, un giro di artisti e «qualcuno» mi volle a tutti i costi a Sanremo. Cantai Certi uomini sotto la produzione di Peppe Vessicchio e Gino Paoli. La terza volta, nel 1992, con Io scappo via — primo singolo tratto dal mio debutto discografico prodotto dai Nomadi, Il profumo dei limoni — forse ci arrivai per merito. Ormai ero davvero una cantautrice. Il problema è che nella mia carriera musicale — definizione che non amo — pur avendo sempre avuto progetti artistici ben definiti, non ho avuto, invece, un progetto definito dal punto di vista manageriale, o produttori capaci di costruire e indirizzare il mio percorso artistico. A distanza di anni, però, devo dire che, anche restando alla periferia del mondo dello spettacolo, sono riuscita ad autoprodurre dischi di cui sono fiera, come Bellandare, del 2015. Ma tornando alla tua domanda, quel «toccare il cielo con un dito» è accaduto davvero, oggi, con Volver: non so dire se sia il mio disco più bello, ma con oltre 80 giovani musicisti del Conservatorio e tanti ospiti famosi, è sicuramente il più «condiviso».
Nella tua carriera mi sembra di poter individuare due numi tutelari, Franco Battiato e Augusto Daolio.
La canzone Unn’è è dedicata a Franco Battiato, al quale sono stata molto legata anche se ci frequentavamo saltuariamente. Prende spunto da un sogno (lucido) che ho fatto il 18 maggio 2021, nella sua ultima alba terrena; mi ha riportato alla mente un’immagine degli anni Ottanta. Ai tempi, io venivo di tanto in tanto a Milano per presentare i miei provini alle case discografiche — il mondo musicale che contava, risiedeva nel capoluogo lombardo. Lì frequentavo due amici, Franco Battiato ed Eugenio Finardi. Eravamo tutti alla ricerca di uno sbocco per la nostra musica e giravamo, tra Piazza Duomo e la Galleria, con le cuffiette e i walkman. Ricordo che Franco mi disse, «è inutile che tu faccia due viaggi della speranza l’anno a Milano, devi stabilirti qui, come ho fatto io, e continuare a insistere. Vedrai che ce la fai. Io ti aiuterò suonando le tastiere, arricchendo i tuoi scarni provini con la chitarra acustica». Non lo ascoltai. Con Volver chiedo scusa alle mie canzoni, spero di farle girare come forse meritano. Per quanto riguarda Augusto, mi piace molto la foto di Roberto Serra riportata all’interno del disco, quella che ci ritrae al mixer mentre ascoltiamo Un bersaglio al centro, brano su cui lui, benché stesse già malissimo, volle cantare a tutti i costi. Inoltre, proprio durante le registrazioni, il 23 maggio del 1992, mia madre mi telefonò in studio per dirmi dell’attentato a Giovanni Falcone: scrissi di getto Qui la mafia non c’è, Augusto se ne innamorò all’istante e decise di cantarla tutto da solo. Purtroppo, in 33 anni, i Nomadi, nei loro archivi, non l’hanno ritrovata; in questi 33 anni io l’ho cantata molte volte, anche con i Modena City Ramblers a una manifestazione di Libera sui terreni confiscati alla mafia. Ho quindi chiesto che sul disco la cantasse Cisco, voce potente. Augusto mi ha insegnato due cose: ad amare il vino rosso e a non vergognarmi delle cose semplici.
Cosa nutre la tua musica, la tua arte?
Penso di avere un debito morale con le infinite mie canzoni, «ergastolane» dalla nascita. Composi la prima all’età di sei anni; a oggi ne ho scritte oltre 350, di cui solo una sessantina sono finite su disco. Ho l’urgenza di comporle e cantarle. Pensa che io, pur non essendo jazzista, avrei già pronte le partiture di un futuro disco jazz, su musiche di Peter Wegele [pianista austriaco specializzato in musiche da film, ndr], intitolato Suoni tra l’indaco e il tuono. Il nutrimento della mia arte è il filo conduttore dei miei ultimi progetti, e di quelli imminenti: il concetto dell’importanza del Fai la tua parte, un progetto multimediale che ambisce a contagiare i nostri giovani, istruendoli sull’importanza di rompere il proprio «guscio» dall’interno, ognuno con i propri «semi e semenze», rispettando le diverse identità, in opposizione all’omologante suono «unificato», il cui condizionamento ha trasformato gli ascoltatori in ottusi «clienti» di un mercato unico. Il mio sogno è quello fare incontrare la parte «orizzontale» della vita — quella in cui gli esseri umani vengono trattati come merce, o al massimo come «utenti» — con la parte «verticale», che dovrebbe insegnare una vera evoluzione, che sappia farci usare il tempo concesso in vita per fare tesoro della nostra umanità. Non esiste nessun progresso senza evoluzione umana.
La chiacchierata con Aida è continuata a lungo, in lei ho trovato una forza e una passione (forse una missione) non comuni per il suo ruolo di cantautrice. Alla fine, comunque, non ha potuto sottrarsi alla domanda sui cinque album da isola deserta.
Guarda, noi stiamo in Italia e ti elenco solo artisti italiani. Tango dietro l’angolo di Mimmo Locasciulli, Anime salve di Fabrizio De André, tutta la discografia di Franco Battiato, La pianta del tè di Ivano Fossati e Rimmel di Francesco De Gregori per motivi affettivi, perché divenni cantautrice dopo aver ascoltato la sua Bene. Poi, se me lo consenti, aggiungo il mio Bellandare.




