Josh Klinghoffer si fa strada giovanissimo nella scena musicale di Los Angeles, quando era, per sua definizione, un «piccolo nerd della musica che […] aveva lasciato la scuola superiore e passava le giornate a suonare la chitarra». A diciassette anni entra nei Bicycle Thief di Bob Forrest e conosce John Frusciante, dando inizio a un sodalizio umano e musicale che lo porterà a collaborare ai suoi dischi, a seguirlo nei Red Hot Chili Peppers e, nel 2009, a prenderne il posto nella band. Dal 2019, dopo il ritorno di Frusciante, Klinghoffer prosegue il proprio percorso solista, parallelamente a una lunghissima serie di collaborazioni con Iggy Pop, Eddie Vedder, Pearl Jam, Elton John, Brandi Carlile e Jane’s Addiction, molte delle quali insieme ad Andrew Watt. Nell’intervista, il polistrumentista e turnista racconta A Drop in the Ocean, uscito lo scorso 12 giugno, quarto album sotto il nome Pluralone, e il percorso che lo ha portato verso una musica sempre più essenziale, appartata e vulnerabile. Un disco attraversato dai nodi del tempo e dell’età, dalla perdita e dal confronto con sé stesso. Josh parla con franchezza disarmante del suo modo di scrivere e comporre oggi, delle difficoltà del processo creativo e di quella sensazione, nuova per lui, di non avere più «tutto il tempo del mondo». Nella lunga chiacchierata si parla anche del nuovo album a cui sta lavorando, del ricordo di Taylor Hawkins, del rapporto con l’amico produttore Eric Palmquist e delle collaborazioni degli ultimi anni. E soprattutto di Andrew Watt, che gli ha permesso di mettere in discussione alcune abitudini e di ampliare la propria prospettiva sul lavoro in studio. Fino a guardare avanti. Al futuro della propria musica e alla necessità di trovare un nuovo modo di fare tutto.
Come è nata l’idea di realizzare un disco come A Drop in the Ocean, con atmosfere così delicate, raccolte e quasi completamente acustiche?
Riesco a individuare esattamente il momento: il giorno in cui è morto Tony Allen [30 aprile 2020; batterista e direttore musicale della band di Fela Kuti, Africa ’70, dal 1968 al 1979, e tra i fondatori dell’afrobeat, ndr]. Ero seduto davanti al computer quando mi arrivò un messaggio di Flea: Tony ci aveva lasciati. Ero un grandissimo fan del suo modo di suonare e in quel momento presi una chitarra acustica e, subito dopo aver cercato il testo, registrai una versione molto sommessa di Poison, la canzone che Tony aveva realizzato con Flea e Damon Albarn. Era finita su un disco chiamato Rocket Juice & The Moon [dell’omonimo supergruppo, ndr], ma per parecchio tempo avevo avuto una versione ancora grezza del brano, prima che finissero quel disco, e avevo un affetto particolare per quella canzone. Era l’inizio della pandemia e avevo cominciato a pubblicare cover online. Questa la caricai praticamente dieci minuti dopo aver ricevuto la triste notizia. Uno dei primi commenti fu qualcosa del tipo: «Dovresti fare un intero album così». Lo lessi e pensai che fosse una buona idea. Quello fu il seme.

E poi quel seme come ha preso forma?
L’anno successivo passai qualche mese a New York con soltanto una chitarra acustica. È lì che sono nate molte di queste canzoni. In quel periodo, in quel momento.
Nei tuoi lavori precedenti eri spesso attratto da arrangiamenti più stratificati e complessi. Quando hai cominciato a lavorare a questo disco, invece, sentivi già il desiderio di andare verso qualcosa di più essenziale?
Con il passare del tempo mi interessano registrazioni sempre più essenziali, più scarne. Voglio sentire l’aria, lo spazio, la stanza. Sento comunque di aver arricchito queste canzoni un po’ più di quanto avessi inizialmente intenzione di fare, ma è comunque un passo in quella direzione.
Come nascono di solito le tue canzoni? Parti dalla musica o dalle parole?
La maggior parte delle volte, diciamo il 95% delle volte, parto dalla musica. Da una progressione di accordi o da un pattern ritmico che mi entusiasma, e da lì vado avanti.
È stato così anche per A Drop in the Ocean? Come hai costruito questi brani?Con questo album è stato lo stesso. Suonavo la chitarra acustica e mi imbattevo per caso in un ritmo di arpeggio o in una sequenza di accordi. A volte arrivano subito una melodia o qualche parola; altre volte do alla canzone un titolo provvisorio che le si addice e poi ci torno sopra il giorno dopo, con un’idea per il testo in linea con quel titolo scelto casualmente.
E quanto tempo può richiederti arrivare al testo definitivo?
A volte il testo, o buona parte di esso, arriva molto rapidamente; con altre canzoni, invece, scrivo e scrivo per anni, mi ritrovo con troppo materiale e poi devo tagliare e potare finché non comincia ad avere una qualche forma di senso. I testi sono sempre un po’ una fatica per me. Una metà di me è arrabbiata perché non posso limitarmi a borbottare belle cose senza senso per tutto il tempo.
Tornando al modo in cui hai costruito queste canzoni, ho notato che il fingerpicking gioca un ruolo centrale nel disco, soprattutto in brani come Simple Action e Too Much Time Gone By.
Il fingerpicking è sempre stato qualcosa che ammiro e su cui vorrei lavorare di più. Come per la maggior parte delle cose che mi riguardano, riesco a farlo in maniera abbastanza convincente, ma se illumini la scena con una luce un po’ più forte, la mia incapacità o le mie imperfezioni diventano piuttosto evidenti.
Ci sono musicisti o dischi che ti hanno influenzato particolarmente in questo senso?
Sono un grandissimo fan di Elliott Smith, quindi il suo modo di suonare è sempre presente quando mi ritrovo con una chitarra acustica tra le mani e senza un plettro. Anche il modo in cui Graham Coxon suona la chitarra acustica è stato una fonte d’ispirazione per me, per non parlare di tutti gli straordinari musicisti folk che hanno ispirato lui: Davey Graham, Bert Jansch, Richard Thompson e così via. Ho avuto l’onore di suonare un po’ con Daniel Lanois, e anche il suo modo di suonare è sempre stato una grandissima fonte d’ispirazione per me. Non usa mai il plettro. Ho sempre la sensazione che, quando non usi il plettro, si instauri un rapporto, quasi un dialogo, molto più stretto con la chitarra. Naturalmente c’è musica che richiede il plettro, ma ultimamente mi è piaciuto usarlo un po’ meno.
Nel disco ritorna spesso il tema del tempo che passa. Nelle note dell’album hai scritto: «Per la prima volta nella mia vita non sento più di avere tutto il tempo del mondo». Da dove nasce questa sensazione?
Queste sono state le prime canzoni che ho registrato nel mio studio. Inizialmente consideravo queste registrazioni delle demo, o meglio, erano registrazioni su cui continuare a scrivere. Solo dopo un po’ di tempo mi sono reso conto che mi piacevano troppo per registrarle di nuovo. Tuttavia, dato che la scrittura non era ancora completamente terminata, ci ho messo un po’ a sentire di avere davvero in mano queste canzoni. Quindi, durante la realizzazione di questo disco, c’è stata una sorta di lotta con il tempo.
Una «lotta con il tempo» legata anche al modo in cui lavori sulle canzoni?
Continuavo a lavorare e ad avere la sensazione di non essere arrivato agli obiettivi che mi ero prefissato. Poi, come accade di solito, la mia vita mi porta lontano da questa musica per un certo periodo e possono passare mesi, o anche un anno intero, prima che riesca a concentrarmi di nuovo completamente su di essa. Quindi tutto questo è successo durante la lavorazione del disco, sicuramente più che nei due precedenti, e poi c’è anche la questione della mia età. Per la prima volta sono, secondo alcuni, quello che si potrebbe definire… vecchio.
L’età ha cambiato il tuo modo di guardare al tempo?
Sono sempre stato il più giovane tra le persone che mi circondavano. Poi, anche quando sono cresciuto un po’, la mia vita è rimasta più o meno la stessa. Sono stato piuttosto bravo a evitare i tipici meccanismi della vita adulta – matrimonio e figli – quindi ho sempre sentito, in un modo o nell’altro, il vento della giovinezza alle mie spalle. Ma ora non più! Credo di aver cominciato a guardare il tempo con un po’ più di chiarezza. Quanto altro tempo posso dedicare a questo progetto? Quanti altri dischi posso fare? E, tristemente, quanti altri dischi posso permettermi di fare? La mia musica non ha mai generato neanche lontanamente abbastanza soldi e, man mano che mi allontano dal lavoro ben pagato di un tempo, ho cominciato a chiedermi fino a quando questo progetto possa essere sostenibile. Per la maggior parte del tempo, ho tenuto la testa tra le nuvole, sono rimasto bambino il più a lungo possibile. E, tra l’altro, intendo continuare a farlo. Ma la realtà ha un modo terribile e inesorabile di insinuarsi nella nostra vita. Il tempo è una delle più grandi realtà con cui dobbiamo confrontarci.
Se dovessi scegliere una sola canzone che per te racchiude meglio l’essenza di A Drop in the Ocean, quale sceglieresti?
Hmmm. Per me è difficile sceglierne una. Direi che il lato A è il cuore dell’album. La sequenza è in qualche modo cronologica, rappresenta abbastanza bene l’album. Quelle del lato A sono sempre state le canzoni che ero sicuro sarebbero finite sul disco. Direi che anche Ranting and Raving appartiene a quel gruppo, così come la canzone la precedente I Don’t Want to Let You Go, anche se quest’ultima ha impiegato un po’ più di tempo a trovare il suo posto. Non sono sicuro di stare rispondendo molto bene. Se dovessi sceglierne una, direi la prima, Feels Like I’ve Done Wrong, perché è sempre stata pensata come brano d’apertura e in qualche modo prepara il terreno per tutto il resto dell’album. Però quella canzone non è un brano per chitarra acustica, quindi non lo so. C’è qualcosa nelle prime sette canzoni che mi è sempre sembrato formare un gruppo inseparabile, sia dal punto di vista musicale sia da quello dei testi. Give si inseriva perfettamente, ma quella canzone era lì da circa vent’anni. Who What You era l’unica vera estranea, perché l’ho scritta un po’ dopo rispetto alle altre. Sadly è stata interessante, perché sapevo da sempre che quel brano musicale doveva essere su questo disco, benché non sapessi se in forma di canzone oppure di interludio. Alla fine, mentre camminavo per strada a Manhattan nel 2023, mi è venuto in mente anche il modo in cui cantarla, insieme all’idea di utilizzare la registrazione originale fatta con l’iPhone nel momento in cui mi si era presentata. Stupidamente, non ho annotato il testo che mi era venuto in mente durante quella passeggiata, quindi, quando è arrivato il momento di completare la canzone, l’ho ricostruito più o meno per come lo ricordavo. È una risposta un po’ tortuosa, ma spero che sia abbastanza vicina alla tua domanda.
Certo. A proposito di Sadly so che hai scelto di mantenere il pianoforte registrato a casa con un iPhone. Quanto è importante per te, oggi, l’idea di catturare le canzoni in presa diretta?
Come dicevo prima, in questo periodo mi interessano soprattutto registrazioni più grezze. Le demo, le versioni preliminari. Voglio sentirle senza pensare al pubblico o alla produzione. Anche questo album è comunque prodotto, ma ha un suono un po’ più raccolto rispetto ai miei dischi precedenti. Senza divagare troppo, non sono particolarmente interessato a partecipare alla musica come business, al fatto di andare in tournée, vendere, esibirmi. Probabilmente per spiegare questa cosa ci vorrebbe molto più. Ma sì, in questo periodo voglio ascoltare musica essenziale. Voglio sentire l’idea, non il prodotto. Voglio sentire qualcuno mentre sta cercando di capire qualcosa, non necessariamente quando ha già trovato la risposta. Continuerò a cercare di portare la mia musica in questa direzione. Forse non sarà così nel disco che sto quasi finendo, ma sicuramente in futuro [al momento dell’intervista, il nuovo album era programmato per ottobre 2026, ndr].

Per me Give è uno dei momenti più catartici del disco. Hai detto che l’hai scritta molti anni fa. Nonostante questo, si sposa benissimo con tutto il resto dell’album, in particolare quell’arpeggio così magnetico. Cosa ti ha fatto capire che fosse il brano giusto per questo lavoro? E altra domanda: nel corso del tempo è cambiata oppure è rimasta sostanzialmente invariata?
È cambiata e non è cambiata. È diventata più piccola. Gli accordi e la melodia sono rimasti gli stessi fin dall’inizio, ma mi sono ritrovato a toglierle continuamente degli strati. Ne ho registrato molte versioni e, alla fine, un giorno del 2023, credo, mentre ascoltavo l’ultima versione, mi sono reso conto che doveva diventare ancora più essenziale. Quella che era sempre stata una canzone per chitarra acustica è diventata una canzone per chitarra acustica accordata in Nashville tuning [consiste nel sostituire le quattro corde più basse della chitarra con corde più sottili, accordate un’ottava sopra rispetto alla normale accordatura: il risultato è un suono più brillante, arioso e simile a quello di una chitarra a 12 corde, ndr]. Nel momento in cui l’ho rifatta con questo suono più piccolo e delicato, ho capito che era esattamente come doveva essere. Ho continuato anche ad accorciarla, eliminando qua e là alcune battute. Era una di quelle canzoni in cui gran parte del testo era presente fin dall’inizio; la sfida consisteva nel trovare parole significative che potessero entrare nei pochi spazi rimasti. Una volta sistemate la chitarra accordata in Nashville tuning, è stato molto più facile trovare le parole delicate di cui aveva bisogno.
Nel disco è presente anche I Hope You Know, brano dedicato a Taylor Hawkins [il compianto batterista dei Foo Fighters, scomparso il 25 marzo 2022, ndr]. Ascoltandolo si percepisce una forte intensità emotiva. Che rapporto avevi con Taylor? Quanto eravate legati?
Be’, non ero legato a lui quanto lo erano alcuni dei miei amici, persone come Chad Smith, Andrew Watt e Chris Chaney, che sono tutti nella band di Eddie Vedder & The Earthlings con me. Poco prima di perdere Taylor, gli Earthlings erano in tournée e mi sembrava che Taylor fosse su FaceTime con uno di loro praticamente ogni giorno. Era quasi onnipresente. Conoscevo Taylor da molto tempo e gli ho sempre voluto un bene enorme. A volte ci telefonavamo e finivamo sempre per parlare per più di un’ora. Nel 2000 ci sentivamo spesso, quando ero in una band chiamata Bicycle Thief. Facevamo da supporto ai Foo Fighters e ai Red Hot Chili Peppers. Era sempre una persona dolce e premurosa. Mi dimostrò tantissimo affetto e sostegno quando lasciai i RHCP. Gli volevo davvero bene.
E tornando alla canzone, cosa hai voluto raccontare del vostro rapporto attraverso questo brano?
La mia più grande paura quando perdi qualcuno, anche in circostanze per certi versi simili a quelle in cui abbiamo perso Taylor, è che anche solo per un momento quella persona possa perdere di vista quanto amore ci fosse al mondo per lui. Naturalmente, questa è la mia interpretazione dell’esperienza di qualcun altro, quindi non sto dicendo che sia successo a lui. Ma la mia speranza, come dico nella canzone, è che lo sapesse. Che sapesse sempre quant’era amato.
L’album è stato registrato tra il tuo home studio e quello di Eric Palmquist, in un contesto molto intimo e familiare per te. Considerando che tu ed Eric vi conoscete da molto tempo, quanto ha influito la vostra amicizia sul processo di registrazione?
Prima di tutto, una piccola precisazione: il mio studio non è uno studio domestico, si trova semplicemente nella stessa strada del Palmquist Studios. Io ed Eric lavoriamo insieme ormai da molti anni e sento che la nostra amicizia cresce ogni giorno. Mi fido completamente di lui e gli voglio un bene enorme. Mi aiuta a liberarmi da certe mie tendenze a rimuginare e ad avvicinarmi all’essenza di una canzone. È una persona davvero premurosa e generosa e con lui mi sento completamente a mio agio. Spesso comincio a lasciare spazio alle voci oscure del dubbio e alla sensazione che tutto sia inutile, ma con Eric è difficile che prendano il sopravvento, perché è una persona così positiva e capace di sostenermi. Di recente mi sono chiesto se in studio riusciamo davvero a combinare abbastanza, visto che passiamo le giornate a parlare e ridere. È una persona speciale.
Come nasce oggi una canzone di Josh Klinghoffer? E quanto è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto ai primi dischi firmati Pluralone, da To Be One with You fino a A Drop in the Ocean?
In un certo senso è rimasto tutto uguale. Le stesse difficoltà ci sono ancora, ma direi che da allora ho acquisito un po’ più di sicurezza, semplicemente continuando a lavorare, e anche la mia gestione del tempo è migliorata… ehm… non lo so. La maggior parte della mia scrittura, o delle difficoltà che ho nello scrivere, ha a che fare con la gestione del tempo e con i miei terribili problemi di attenzione. Quello che è cambiato, o che è migliorato un po’, è che riesco a gestire leggermente meglio i limiti della mia mente. O per dirla in un altro modo, il suo essere un po’ distante da ciò che viene considerato «normale». Sono diventato un po’ più diligente e disciplinato nel tempo che dedico al lavoro.
Ti piacerebbe suonare questi pezzi dal vivo?
Sì, mi piacerebbe. Per quanto continui a resistere all’idea, sarebbe divertente. È solo che non mi entusiasma esibirmi da solo. Se riuscissi a mettere insieme un trio per suonare queste canzoni, mi piacerebbe moltissimo. L’idea di andare in giro da solo e dover «esibirmi» è semplicemente… eh.
Hai in programma altre date soliste nel prossimo futuro, come quelle che hai fatto nel 2022?
Sono sicuro che prima o poi lo farò.
Se per assurdo tu dovessi fare una scelta tra registrare solo in studio oppure suonare solo dal vivo, cosa sceglieresti? A cosa non potresti assolutamente rinunciare e perché?
Direi che, a giudicare dai fatti, sceglierei lo studio. Immagino che lo studio rappresenti la possibilità di creare qualcosa di nuovo, mentre suonare dal vivo presuppone di eseguire canzoni che le persone già conoscono.
Attualmente in quali altri progetti sei coinvolto? Ho capito che stai lavorando anche a un nuovo album previsto per ottobre.
Purtroppo, credo di aver mancato la scadenza per un’uscita a ottobre. Queste canzoni sono una combinazione di brani rimasti fuori dai due album precedenti, con forse anche qualche pezzo molto vecchio, come faccio sempre.
Puoi darci qualche anticipazione su questo nuovo disco, magari sulle tematiche dei brani?
Direi che, in maniera piuttosto vaga, ruotano attorno ai modi moderni in cui ci autodistruggiamo, o a quell’unico, enorme modo moderno in cui potremmo distruggerci e che, secondo me, viene colpevolmente poco discusso. Sono piuttosto altalenante nei confronti di questo disco. Per un po’ ho pensato di pubblicarlo insieme all’ultimo, ma non sono riuscito a mettere tutto insieme in tempo.
Cosa ti sta dando oggi, a livello creativo, la collaborazione con Andrew Watt? In cosa ha cambiato concretamente il tuo modo di lavorare in studio?
Andrew è una forza apparentemente inarrestabile. In tutto quello che fa sprigiona un’enorme quantità di energia ed entusiasmo. Riesce a creare gli ambienti più divertenti e stimolanti in cui lavorare e dare vita a qualcosa. Non sono sicuro che lavorare con lui abbia cambiato molto il mio modo di lavorare in studio, ma di certo amplia enormemente la mia prospettiva. Molte delle cose che mi ripeto, o delle regole stupide che mi impongo in studio, non valgono quando lavoro con Andrew. Lui ha un obiettivo diverso ed è divertente lasciarsi guidare da lui quando lavoriamo insieme. A volte mi ritrovo a chiedermi se farei le cose in modo diverso e, alla fine, mi piace molto il dialogo che questo mette in moto dentro di me. Mi ha aiutato molto a capire l’importanza di comunicare un’idea in modo chiaro. Ammiro la sua capacità di avere un’idea e di esprimerla direttamente e con sicurezza. È molto aperto ai miei suggerimenti e crea in studio un’atmosfera estremamente libera e aperta. È un lavoro di squadra e lavoriamo tutti insieme. Sono davvero impressionato dalla sua capacità di guidare gli altri. Gli voglio bene come a un fratello minore e sono immensamente grato di averlo conosciuto.
Con Watt hai lavorato con artisti molto diversi tra loro, da Iggy Pop ai Pearl Jam fino a Elton John e Brandi Carlile. In pratica, come cambia il tuo approccio quando entri in contesti così differenti? Ti adatti a ogni situazione oppure cerchi comunque di mantenere un tuo modo di suonare riconoscibile?
Non cerco mai di mantenere una presenza riconoscibile. Sono me stesso, quindi, per quanto possa essere bravo a fare imitazioni, sarò sempre me stesso. Passando da un contesto all’altro, trovo sempre che la cosa più importante sia servire le canzoni, ma più precisamente le persone che hanno dato vita a quelle canzoni. A meno che non dicano il contrario, sanno in quale direzione andare e io provo un enorme piacere nell’aiutare qualcuno a realizzare il più possibile la propria visione. Vorrei essere anche capace di lasciare che le persone collaborassero alla mia musica con la stessa facilità con cui lo fanno alcune delle persone straordinarie con cui ho lavorato. Se sapessi che gli altri provano la stessa cosa che provo io, probabilmente mi risulterebbe più facile, ma ci sono sempre persone più interessate a se stesse. E io non vorrei mai essere una di quelle persone.
Mi vengono in mente due canzoni alle quali hai collaborato anche nella scrittura: Strung Out Johnny, scritta insieme a Iggy Pop, e Something Special, che invece hai scritto con i Pearl Jam. Qual è stato il tuo contributo?
Sono due cose molto diverse. Potrei raccontarti nel dettaglio entrambe e spiegarti la differenza tra le due, ma, dal momento che sono canzoni pubblicate a nome di altri artisti, preferirei lasciare che siano loro a raccontarlo. Mi dispiacerebbe svelare il dietro le quinte della canzone di qualcun altro. Chiedimelo un’altra volta!
Ultima domanda prima di salutarci. Se dovessi immaginare il prossimo capitolo della tua musica, che direzione senti di voler esplorare? Quali risposte cerchi oggi nel momento in cui scrivi nuova musica?
C’è sempre altro da esplorare. La musica sarà sempre ciò in cui riverserò la maggior parte delle mie energie creative, ma forse è arrivato il momento di trovare un nuovo modo di farlo. Voglio dire: un nuovo modo di fare tutto. Non sono sicuro di cosa intendo, né se mi sto spiegando in modo chiaro, ma è già stato fatto tutto… e adesso?


