Un ricordo di David Riondino 1952-2026

Gianfranco Callieri
11 minuti di lettura

TANGO E ALTRI MIRACOLI
Un ricordo di David Riondino
1952-2026

Figlio di un maestro elementare e del rinascimento ideologico della Toscana degli anni Cinquanta, dove le Case del Popolo e l’impegno profuso nella ricostruzione del paese sembravano avanguardie di un modo nuovo d’intendere società e collettività, da giovane David Riondino aveva lavorato per dieci stagioni consecutive presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, e sempre lì, nella città dei suoi natali, si era contestualmente laureato (al DAMS) in Musicologia.

Nel 1973, dopo il colpo di stato con cui (sostenuto dalla CIA e dagli Stati Uniti) il generale Augusto Pinochet ebbe rovesciato il governo socialista di Salvador Allende (ammazzato dai golpisti), con la sorella Chiara aveva fondato il Collettivo Victor Jara, dal nome del cantautore cileno sostenitore della Unidad Popolar e anch’egli assassinato dai fascisti in quell’undici settembre di oltre mezzo secolo fa. Il primo e omonimo album, nel 1974 già caratterizzato da quel lunare intreccio di serietà e surrealismo che avrebbe accompagnato tutta la carriera di Riondino (basti pensare alla travolgente Mi piaci, Fanfani), uscì per il Circolo Ottobre di Lotta Continua, dando inoltre il “la” a una serie di recitativi, concerti e spettacoli teatrali portati in giro, in tutt’Italia, attraverso il circuito della controinformazione (memorabile il Kuore beffardamente ispirato al povero Edmondo De Amicis). In quel contesto, David aveva conosciuto due sopraffini uomini di teatro come Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, allora meglio noti come Magazzini Criminali, e li aveva portati con sé alla neonata Materiali Sonori di San Giuseppe Valdarno, una cooperativa sotto la cui egida i MC avrebbero registrato la «drammaturgia sonora» di Crollo nervoso (1980), ossia il disco più dirompente e avant in tutta la storia della musica italiana, e il nostro il secondo, ultimo album del suo collettivo, lo stralunatissimo e quasi patafisico Non vi mettete a spingere (1979).

Nel frattempo, innamorato com’era delle musiche latinoamericane e del loro peculiare intreccio di timida allegria e malinconico sfinimento, Riondino aveva iniziato a coltivare l’idea di darsi alla canzone d’autore e i primi esperimenti li aveva portati avanti con la coetanea Maria Luisa Colombo detta “Lu” (con la quale sarebbe poi entrato in causa, ma questa è un’altra storia), ma la loro Maracaibo — storia solo apparentemente innocua e scanzonata di una spogliarellista creola, in realtà trafficante d’armi legata a Fidel Castro — venne nel 1975 giudicata «scomoda» dalla discografia italiana in blocco, salvo poi essere riarrangiata in chiave Italo-disco (nel 1981, da Mario Saroglia della Carosello) e diventare un tormentone indistruttibile delle cui liriche non s’è più preoccupato nessuno. Tranne Fabrizio De André e la PFM, che interessatisi a Riondino lo vollero in apertura ai concerti al Palasport di Firenze e al Teatro Tenda di Bologna dai quali fu tratto l’epocale Fabrizio De André in concerto: Arrangiamenti PFM (1979-1980); non solo, perché Patrick Djivas e Franz Di Cioccio si occuparono della sezione ritmica in tutte e otto le canzoni di David Riondino (1979), esordio solista dell’autore battente la bandiera dell’Ultima Spiaggia di Ricky Gianco e Nanni Ricordi nonché quella di un umorismo bizzarro e imprevedibile, svelto a demolire le mode correnti (Re dei punk, Diabolico rock) come a farsi beffe dei cantautori più rigidamente impegnati (Lo gnegno) o a celebrare le atmosfere tropicali (Samba ’78). Spiccavano, in quell’album, le strofe lunghe e malincomiche della disincantata Ci ho un rapporto, sconfessione piuttosto amara di troppe teorie sul poliamore ai tempi molto in voga (non a caso Riondino l’avrebbe interpretata anche tra i fotogrammi di Maledetti vi amerò [1980], esordio dietro la mdp di Marco Tullio Giordana e radiografia impietosa di tutti i “tic” della sinistra post-sessantottina/settantasettina) ma soprattutto precoce dimostrazione del talento del nostro per l’esprimersi in «ottavina», o ottava rima, un endecasillabo mutuato dai poemi cavallereschi e ancora invalso nelle feste di paese dell’alto Lazio o della Toscana aretina che avrebbe reso immortale il capolavoro Mantova, assieme alla dolente Linea d’ombra l’episodio più bello del terzo Tango dei miracoli (1987), allegato al Tango diretto da Sergio Staino (inserto satirico dell’Unità da cui nascerà poi Cuore), recante il basso di Steve Piccolo dei Lounge Lizards e corredato da un sontuoso libretto con illustrazioni esclusive di un Milo Manara non ancora soverchiato dal proprio (indubbio) virtuosismo.

In mezzo, un «monte» di cose, come si direbbe a Firenze: dal secondo (e classicissimo) Boulevard, nel 1980 prodotto da Shel Shapiro, a una parte in La notte di San Lorenzo (1982) di Paolo e Vittorio Taviani (dov’era il fascista Giglioli, trafitto dalle frecce in una sequenza passata alla storia), fino all’aggregarsi alla compagnia milanese dei figli del Rabelais lombardo Dario Fo, ossia il Claudio Bisio e il Gigio Alberti con cui interpreterà la sitcom di Italia 1 Zanzibar (1988), il Paolo Rossi col quale condividerà teatri, palcoscenici e l’opera seconda di Gabriele Salvatores, Kamikazen: Ultima notte a Milano (1987). Prese a riempire le sale, da solo, con lo spettacolo gaberiano di teatro, parole e canzoni da cui fu tratto un Racconti picareschi (1989) a passo di carica, preludio forse involontario e nondimeno irresistibile al decennio per lui più frenetico, quegli stregati anni ’90 dove, in seguito alla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, un po’ tutta la satira italiana piomberà nell’inevitabile polarizzazione oggi tramutatasi in voragine, dimostrando però di saperlo fare con rabbia, poesia e creatività adesso impensabili.

E infatti, in quel periodo Riondino si fece fare una copertina da Andrea Pazienza (Non svegliate l’amore [1991], molto bello e triste), diede alle stampe i suoi dischi migliori (tra l’altro antitetici, perché tanto era torrenziale, pirotecnico ed espressionista Temporale [1994], tanto Quando vengono le ballerine? [1995] suonava essenziale e dimesso), si fidanzò con Sabina Guzzanti, mandò sold-out i teatri con Antonio Catania e Dario Vergassola, fece l’attore per Staino e per Enrico Ghezzi, si portò amici e affetti nell’amata Cuba e immortalò, da regista (in Cuba Libre: Velocipedi ai tropici [1997], per la prima e l’ultima volta), le scombinate peripezie di un gruppo di una troupe amatoriale animata dal desiderio di girare nell’isola un remake di Ladri di biciclette.

Negli ultimi tempi, lontani i giorni di João Mesquinho, il sedicente cantautore dell’alegria do Brasil abituato a esprimersi in un rutilante idioma italo-portoghese ed esperto nell’arte di comporre canzoni di una sola nota (personaggio spesso ricorrente al Maurizio Costanzo Show), morto l’amico Stefano Benni, disgregatosi il gruppo di combattenti della risata che dalle pagine di Linus, Comix e Smemoranda sembravano l’unica alternativa valida al berlusconismo più senile, Riondino non smise di allestire progetti e iniziative, ma diradò drasticamente le proprie apparizioni. Fece una pessima figura quando, dopo aver investito quasi mezzo milione di euro all’estero tramite Gianfranco Lande (salito al disonore delle cronache come «il Madoff dei Parioli»), cercò di farli rientrare a Roma servendosi del contestato scudo fiscale del governo Berlusconi quater, ma accettò con dignità e senza improbabili autoassoluzioni tutto lo scorno conseguente.

Anche per quello, preferiva avvalersi della radio (grande amore riscoperto), da cui ha continuato fino all’ultimo a sovrapporre basso corporeo e altezze dei sogni, degli ideali (anche traditi), delle utopie irrealizzabili, sempre mescolando cultura popolare e popolana con il sale della vita di tutti i giorni, con la letteratura, con la musica, con lo stare al mondo oscillando tra gioia e rivoluzione, tra battute e melanconia che qui sotto l’amico Francesco Caltagirone ricorda con parole, alle quali mi associo, molto più appropriate e poetiche delle mie:

Arrivederci David, artista fra gli artisti du Paradis, Pierrot dei mari della luna, fenomenale improvvisatore da bruscello, mago incantatore della parola, fratello delle maschere, campione della parodia, poeta e trovatore, giullare senza bandiera, pifferaio di ogni libertà, sorridente Arlecchino senza guinzagli e padroni, caustico e irriverente con quella delicatezza che si addice ai «cor gentili», arrivederci João Mesquinho, possa tu condividere l’empepada de cajaju assieme al pane degli angeli, cantore di un dolce stilnovo così moderno, nato ispirato rimatore, versificatore per vocazione e ispirazione olimpica. Arrivederci bardo dell’attimo, acuto osservatore della natura e degli uomini, armato solo di una bacchetta e di un sottile sghignazzo. Ricorderemo le tue soavi ballate, Clopin di una gioiosa Corte dei Miracoli, le tue canzoni argute e ristoratrici, il tuo esclusivo e misterico senso dell’amore, prima fra tutte la fantastica Linea d’ombrache ti aveva schierato assieme al fiore degli chansonnier. Il tuo sorriso illuminerà ancora i privilegiati che hanno conosciuto l’estro della tua arte, le ali di una stupefacente, inossidabile ispirazione. Arrivederci azzurro principe di tutti gli artigiani della bellezza, chi avuto la ventura di conoscerti ancora si accompagnerà con te.

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