Seguo da molti anni, e con grande interesse, il percorso artistico dei Big Big Train, forse la più interessante band prog attualmente in attività nel Regno Unito. Nati agli inizi degli anni Novanta per iniziativa di Gregory Spawton (basso, chitarra 12 corde, Mellotron), tutt’ora alla guida della band, dopo aver inciso cinque dischi i BBT trovarono l’assetto definitivo con l’entrata del cantante David Longdon e del batterista Nick D’Virgilio. Dopo un periodo dedicato prevalentemente a incidere dischi di successo (in studio), ripresero la strada del palcoscenico nel 2015 e nel 2019 conclusero il loro tour UK con un acclamato concerto all’Hackney Empire di Londra. Seguirono due eccellenti dischi come Common Ground (2021) e Welcome to the Planet (2022), sebbene la tragedia fosse dietro l’angolo: il cantante Longdon morì nel 2021, in seguito a una caduta accidentale (in casa), e la band si prese un periodo di riflessione, decidendo infine di continuare con un nuovo vocalist, appunto Alberto Bravin. Con Bravin incisero The Likes of Us (2024), cui seguì un’intensa presenza on stage, per giungere poi, a fine 2025, al loro primo concept album, intitolato Woodcut.
Alberto, grazie per l’intervista. Cominciamo con il tuo CV musicale?
Ho vissuto per un po’ a Londra, dove ho studiato canto moderno. Verso la fine del millennio precedente sono tornato a Trieste e sono entrato nella band dei Sinestesia. Durante un concerto di supporto a Carl Palmer, nel 2004, incontrammo Franz Di Cioccio, cui sfrontatamente consegnammo il nostro demo. Dopo una settimana, Franz ci telefonò perché la nostra musica gli era piaciuta. Così diventò il produttore dei due dischi dei Sinestesia. Quando Mussida lasciò la PFM, ed entrò nella band il chitarrista Marco Sfogli, Di Cioccio mi propose di aggregarmi a loro in qualità di cantante e multistrumentista. Per me fu sia il coronamento di un sogno sia, al contempo, un salto mortale perché il mio primo concerto con la PFM fu quello del Primo Maggio a Roma, nel 2015. Poi cominciò un’avventura durata 10 anni, con due dischi in studio e centinaia di concerti in tutto il mondo.
Quando arrivò la chiamata dei Big Big Train?
Fu del tutto casuale. Pensa che, nel 2015, il bassista Gregory Spawton era venuto a Londra, a un concerto della PFM, e si era segnato il mio nome. A dire il vero, si era appuntato proprio «cantante della PFM». Dopo la tragica morte del cantante dei BBT nel 2022, Gregory mi cercò e mi chiese se fossi interessato a un’audizione. Io ero un loro estimatore e, dopo averci riflettuto un po’, mi presentai. E superai la prova. A quel punto, le due attività — PFM e BBT — non potevano coesistere, così decisi di voltare pagina e fare qualcosa di nuovo.
Com’è stato inserirsi in una band composta da inglesi, americani, olandesi, svedesi e norvegesi?
Sono stato fortunato. Con gli altri c’è stata subito intesa e l’atmosfera si è rivelata immediatamente rilassata e accogliente. Tutti mi hanno fatto sentire a casa. Come sai, la band è un po’ una famiglia, specie se andiamo in tour, nella corriera, tutti insieme. E noi facciamo così. Per il resto, visto che siamo internazionali, quando non siamo in tour ci incontriamo una volta al mese. Anche il pubblico mi ha subito accolto bene nonostante l’eredità di David fosse molto pesante, io cerco di non imitarlo e porto nei concerti la mia italianità.
Ti sei mai chiesto come mai, di fatto, le migliori band prog siano state inglesi e italiane?
In effetti, ce ne sono anche di americane e dei paesi nordici. Però, forse hai ragione, almeno storicamente. Negli anni Settanta ci fu questa fioritura. Genesis, Gentle Giant, Yes, King Crimson, VDGG e Banco, PFM, Orme, Area. Negli altri momenti storici l’Italia ha copiato gl’inglesi, mentre in quel periodo UK e Italia sono cresciute insieme, con tanto di scambio culturale tra i musicisti. Molte band inglesi ottennero, agli esordi, più successo in Italia che in patria. Per esempio, Genesis e VDGG. E ci fu anche il fenomeno inverso: Banco e PFM videro i loro dischi ripubblicati in Inglese dalla Manticore.
Parlami del vostro Woodcut.
Io e Greg eravamo in tour a Oslo e andammo a vedere il Museo Munch, dove avemmo modo di vedere alcuni lavori da lui realizzati con la tecnica dell’incisione (woodcut). Questo tipo linguaggio artistico ci ha incuriosito, perché chi lo adotta deve intagliare il legno in negativo, il che porta poi a stampare quello che non ha intagliato, in un’inevitabile compresenza di positivo e negativo, bello e brutto, yin e yang. Così, pensammo di fare un concept-album descrivendo un’artista che intaglia il legno per fare un’incisione e magicamente si ritrova all’interno della foresta da cui proviene il legno. Insomma, una specie di intreccio tra Pinocchio e L’esorcista [ride, ndr]. L’artista, protagonista della vicenda benché non venga mai chiamato per nome, si trova così a vivere in una specie di dimensione magica — quello dell’arte — e ha ripensamenti, dubbi, entra in una crisi personale, non è convinto di poter avere successo. Ma continua a inseguire i suoi sogni. Concepita l’idea, io ho sviluppato il progetto dal punto di vista musicale, prendendo le idee di tutti e cercando di collegarle, creando in pratica una «mega-canzone» che ha entusiasmato la band al completo. Sono così diventato, di fatto, il produttore del disco. Poi Greg Spawton, da sempre lyricist della band, scrittore geniale, ha creato i testi delle diverse canzoni che componevano il mega-brano originario, anche con l’aiuto della violinista Clare Lindley. Per registrare l’album ci siamo quindi riuniti in USA, allo Sweet Water Sound dell’Indiana, uno studio di registrazione pazzesco, e abbiamo provato e registrato il disco tutti insieme, nella stessa stanza. Per l’80% si tratta di una registrazione live in studio.

Ascoltando il disco, sono rimasto sorpreso dal missaggio, che cerca di non fare prevalere i solisti, ma propone un sound di gruppo.
Sì, quando ho arrangiato i vari brani sono stato molto attento a rendere compatto il sound dei Big Big Train. Tenendo sempre in mente l’esecuzione live, che non deve privilegiare troppo i solisti e tenere gli altri musicisti in stand by, bensì permettere di creare un nostro wall of sound dove tutti siano protagonisti.
Quali sono i tuoi cinque dischi per l’isola deserta?
Io sono un grande fan dei Beatles, per cui comincio da loro indicando Revolver. Poi il secondo omonimo dei Queen, quello del 1974. Viva la Vida or Death and All His Friends dei Coldplay, Day for Night degli Spock’s Beard e Images and Words dei Dream Theater.
Avete in programma un tour promozionale per Woodcut?
Sì, faremo un tour europeo che toccherà anche l’Italia per due date, saremo al Teatro Astra di Schio, in provincia di Vicenza, il 9 ottobre 2026. Il giorno dopo, al Phenomenon Club di Fontaneto d’Agogna, a ovest di Novara.



