In un’assolata, ancorché ventosa, domenica di fine marzo, capita di potersi organizzare un piccolo festival personale, grazie agli orari d’inizio differenti dei vari concerti e la complicità, pervasa da un pizzico di follia (al pari di quella del sottoscritto) di un amico, disposto a muoversi tra location diverse. La giornata arriva alla fine di una settimana di concerti davvero intensa (e che in effetti, almeno in parte, continuerà nella successiva), a certificare l’area milanese come quella più ricca, in Italia, di eventi e spettacoli della più diversa natura.
Si parte dunque alle 16, proprio a Milano, presso il Motelsalieri di Fabio Quaranta, non un albergo come il nome farebbe pensare, bensì uno spazio (guidato con gusto da questo stilista di moda e designer, appassionato d’arte e musica) che è sia un laboratorio creativo, che un luogo adatto a esposizioni e a concerti intimi, spesso di chitarristi acustici, ma non solo (tra quanti sono passati da qui segnaliamo almeno Sir Richard Bishop, Alasdair Roberts, Six Organs of Admittance, Richard Youngs, Baby Dee, Jandek, per capirci). Concerti sempre gratuiti, previa prenotazione via mail o attraverso Eventbrite, da gustarsi in uno spazio semplice ma affascinante (tenete d’occhio la pagina Instagram per venire a conoscenza di cosa vi si svolge). Pure oggi c’è un chitarrista, l’inglese James Blackshaw, un maestro del fingerpicking, di recente tornato con un nuovo album (Unraveling in Your Hands) dopo una pausa decennale. Per un’ora circa, ci siamo fatti ammalliare dalle sue melodie incantatorie, certamente più debitrici della tradizione folk albionica che non del primitivismo americano (che pure non gli è del tutto estraneo, così come certa musica indiana). Lavora molto più di mano destra che di sinistra, attraverso un arpeggiare che dà corpo a melodie estatiche, solitamente organizzate tramite un tema, attorno al quale variare. Come sempre qui (almeno le volte in cui ci sono stato io), Blackshaw suona senza amplificazione, ma non è un grosso problema, vista la facilità con cui ci si perde nella sua musica e visto il rispetto e l’attenzione del manipolo di persone accorse. Bravo!

Subito dopo, ci si butta in autostrada, direzione Circolo Gagarin di Busto Arsizio, in provincia di Varese. Essendo domenica, c’è traffico, ma non quanto quello che ci sarebbe stato a quest’ora in settimana. Al Gagarin (uno dei due soli veri club rimasti a fare una programmazione live seria in provincia di Varese – l’altro è il Black Inside di Lonate Ceppino), la domenica hanno questa bella abitudine di far suonare alle 19, per quelli che senza esserlo fino in fondo vengono definiti matinée. Oggi è di scena Massimo Silverio, uno dei più originali ed esaltanti singer songwriter usciti dall’underground italiano. I suoi due dischi usciti per l’ottima Okum (Hrudja e Surtùm) sono tra le cose migliori si siano sentite in Italia (ma non solo) negli ultimi anni e pure i suoi spettacoli dimostrano l’estrema bontà della proposta. La sua performance è parte della bella rassegna Sogliæ – Suoni di Confine (della quale abbiamo già scritto e che speriamo abbia un seguito) e, com’è giusto che sia, raccoglie una buona partecipazione di pubblico. Lui alla chitarra e alla voce, Manuel Volpe a synth ed electronics e il funambolico Nicholas Remondino alla batteria, praticamente sempre «preparata» (con oggetti di ogni tipo appoggiati ai tamburi e un variegato set di bacchette, fruste di saggina e altro con cui percuoterli). Le melodie cantate in falsetto e in quella misteriosa lingua che è il carnico, s’immergono in un suono magmatico e potente, dove gli arpeggi della chitarra si perdono tra i suoni bassi e pieni dell’elettronica pilotata con perizia da Volpe e tra le figure ritmiche sempre improntate all’originalità più assoluta da quel fuoriclasse che è Remondino. Le canzoni sono visionarie, evocative, portatrici di grande intensità. Una conferma del suo grande talento (e miglior concerto della giornata).
Infine, la serata la si chiude tornando a Milano, al Biko, un club piuttosto famoso per non essere posto dove i concerti iniziano prestissimo. Ovviamente in quest’occasione vengo smentito e, alle 21:45 spaccate, faccio giusto in tempo a sedermi sullo sgabello, che Joachin Cooder e Adriano Viterbini prendono posto sul palco e iniziano a suonare. Il primo imbraccia l’electric mbira (per intenderci, una sorta di kalimba più grossa elettrificata) e canta, mentre il secondo è impegnato alle varie chitarre elettriche e ai controcanti. Il musicista italiano (oltre che da solista, lo ricorderete senz’altro quale membro di Bud Spencer Blues Explosion e I Hate My Village) è un partner perfetto per la musica del figlio del grande Ry: le traiettorie del blues, così come quelle delle sonorità africane, sono del tutto nelle sue corde, unite a una tendenza davvero originale nel trovare qualche suono di chitarra un po’ meno classico del solito. Cooder, personaggio che ispira subito naturale simpatia, è un grande storyteller e lo dimostra attraverso i piccoli racconti che usa come introduzione alle canzoni che esegue. Storielle a volte un pizzico surreali, che vedono protagoniste delle bambole che prendono vita, una casa costruita su una discarica, i ricordi d’infanzia legati alla musica per banjo di Uncle Dave Macon, la grande passione per le train songs. Sono tutte cose che confluiscono in quel misto di blues, suggestioni afro e cantautorato roots che compongono la sua musica, nella quale s’infilano diverse riletture di brani altrui e che lui rende speciali attraverso l’utilizzo del suono del suo strumento. Il punto debole rimane (per me) un po’ la voce, eccessivamente gentile e forse un filo anonima, soprattutto per le cose più ruspanti e blues, ma davvero non ci si può lamentare e la performance scorre via in maniera estremamente piacevole. Dopo di loro, ci sarebbe stato anche l’indie folk dell’italiano TUM, ma per oggi va bene anche così. Non si è ancora cenato, e alla fine quello finisce con l’avere la precedenza.



