Vadislav Delay Quintet, vd5 + You-On, New Side

Ernesto D Angelo
4 minuti di lettura
Foto © You-On Bandcamp

VLADISLAV DELAY QUINTET
vd5
We Jazz 
***

YOU-ON
New Side
12XU 
***1/2

Ci sono dubbi circa l’inemendabile caratteristica, da parte della finnica We Jazz o dalla 12XU fondata da Gerard Cosloy di Matador, di produrre dischi dalla singolare peculiarità creativa? Non credo. E i due dischi che sto ultimamente ascoltando con regolarità ne sono una prova lampante. Mi riferisco a vd5 del Vladislav Delay Quintet e a New Side degli You-On.

Delay (che in realtà si chiama Sasu Ripatti), cinquantenne, è un rinomato DJ e sperimentatore elettronico finlandese che ha già alle spalle più di trenta album pubblicati (tra i quali la colonna sonora del film Borg McEnroe insieme a Jonas Struck), di cui la metà a suo proprio nome. Da anni porta avanti una musica, di forte impronta glitch, in cui il free jazz è speziato da inserti minimal, ambient, house e dub, ingredienti tutti di un mix al contempo straniante e ammaliante. Questo vd5, grazie alla presenza di Maria Bertel al trombone, Max Loderbauer al pianoforte (anche processato MIDI), oltre al fido Lucio Capece al sax soprano, al sax a coulisse e al khene (più Derek Shirley al contrabbasso), continua il discorso da tempo iniziato col quartetto, una musica per certi versi ieratica e ialina, per altri materica e oscura. I dieci brani hanno gli elementari nomi numerici di two, twelve, nineteen, nine, fourteen, thirteen, twenty, fifteen, ten e three. Ognuno con un proprio fascino particolare. A me hanno maggiormente convinto il nitore deflagrante di two, il robotico call and response ornettiano di twelve, lo Steve Lacy post-industriale di nine, l’accidentato techno dagli inattesi inserti shabasoniani di thirteen, l’equorea quiete di twenty e il magmatico sovrapporsi sonico di fifteen.

Di altra natura è New Side del duo You-On, sodalizio artistico avutosi tra la pianista giapponese (ma NY based) Masami Tomihisa e il batterista australiano Jim White (uno dei tre eccentrici Dirty Three, anche lui stanziale nella Big Apple). Il significato degli ideogrammi giapponesi che danno nome al progetto è divertirsi/giocare col suono. E ciò, in effetti, accade. Ma la cosa che soprattutto colpisce dei due è questo riuscire a ricondurre nell’oggi il portato creativo appartenuto a coppie come Cecil Taylor e Tony Oxley, Don Pullen e Milford Graves e, ancora, Marilyn Crispell e Gerry Hemingway. Allora eccoci pervasi dalla ponderata spazialità di Fallen Colours, dallo swing ossessivo intercalato da embrionali cluster di Searchlight, dal multiforme rimpiattino fake Twenties di The Walk, dalla reattiva e virulenta colloquialità di Verbatim, dai preziosi melodismi circuìti da malandrine spazzole di End-Side, dal convulso traintime defluente in ricercate incongruenze di Sorting the Rain, dall’incessante, fantasioso decostruire di Mistral e, in chiusura, dall’iterativo infittimento e diradamento di disegni ritmico-melodici di Location One.

In breve, due opere che rigenerano, con non radi sprazzi poetici, parti congrue del vocabolario del jazz meno orientato alla convenzionalità.

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