Foto: Rodolfo Sassano

In Concert

Vampire Weekend live a Milano, 9/7/2019

C’è la folla dei grandi eventi a presenziare al ritorno dei Vampire Weekend in Italia. L’ultima volta era stata nel 2010, tour di Contra, nove anni fa, una vita in pratica, specie per una band la cui intera carriera ancora non tocca i quindici anni in totale. Nel frattempo Ezra Koenig e compagni hanno pubblicato altri due album – portando a quattro il totale – divenendo affermate star alternative, con i loro album in vetta alle classifiche di Billboard e un passaggio d’etichetta che con l’ultimo Father Of The Bride li ha visti passare da XL Recordings a Sony Music.

Unica data italiana questa del Magnolia e infatti c’è chi si è sobbarcato anche un discreto viaggetto per essere qui stasera, testimonianza di un affetto verso una band che per un motivo o per un altro ben raramente ci ha incluso nei suoi tour. Non si può comunque dire che non abbiano ricambiato al calore tributatogli dal pubblico nel concerto di questa serata, ben due ore e mezza di mediamente ottima musica, una generosità in termini di durata a cui non si è purtroppo più abituati.

Nessun opening act e quindi, puntualissimi, alle 21 salgono sul palco. Formazione allargata a sette elementi, con Ezra (voce e chitarra), Chris Baio (basso e voce) e Chris Tomson (batteria e percussioni) accompagnati dal chitarrista solista Brian Robert Jones (con super capigliatura afro), dai tastieristi Will Canzoneri e Greta Morgan (la seconda anche a chitarra e percussioni) e da Garrett Ray alla seconda batteria e alle percussioni. Il frontman ha ancora il viso pulito e l’aspetto di un ragazzino, complice una mise ben poco da rocker, con felpetta da yacht club, bermuda e sandali ai piedi. L’attacco è con Simpathy tratta dal nuovo disco, ma visto che subito dopo partono una splendida Cape Code Kwassa Kwassa, Unbelievers e White Skies, brani tratti dagli altri tre album della loro discografia, si capisce subito che il concerto sarà un lungo exscursus su tutta la loro carriera. L’impressione data da queste prime canzoni è che anche dal vivo i Vampire Weekend rimangano sostanzialmente una band pop ruotante attorno all’universo melodico architettato da Koenig, il vero deus ex machina della formazione. La sua voce è infatti particolarmente alta nel mix, in modo da far rifulgere la bellezza delle melodie, mentre poco si coglie la ricchezza sonora di una band che, essendo composta da sette elementi e con il surplus di una doppia batteria, dovrebbe suonare ben più potente e sontuosa di quanto non faccia.

Le cose, infatti, cambiano parecchio in quei momenti in cui aprono le maglie del classico formato canzone e si abbandonano a lunghe parti strumentali. Succede in una lunga Sunflower, trasformata in una febbricitante jam dove rifulge l’abilità tecnica di una band che ben sa come si suona, con grande interplay tra tutti gli strumenti, specie nel dialogo tra le chitarre di Jones e quella di Koenig; oppure nella cover di New Dorp. New York dei SBTRKT, pulsante affondo funk dagli echi disco psichedelici dove francamente era impossibile tenere il culo fermo.

In questo miscuglio di pop song che, idealmente, ti teletrasportano di peso su una spiaggia tropicale con palme sullo sfondo e un mojito in mano e qualche momento in cui sono usciti dal seminato facendo fluire le parti strumentali si è consumato l’intero concerto. Forse un pizzico fin troppo simili alle versioni in studio le prime (la stragrande maggioranza), tanto che è stato impossibile non rilevare uno scarto evidente con le seconde, di media più esaltanti. Forse è un voler guardare il pelo nell’uovo il mio, visto che comunque la serata è stata piacevolissima, divertente, capace d’instillarti dentro autentica gioia, ma in qualche frangente la sensazione che non abbiano utilizzato del tutto i musicisti a disposizione c’è stata. 

Koenig non è esattamente uno scatenato animale da palco, ma, a parte in quel paio d’occasioni dove, spero ironicamente, ha usato in maniera abbastanza ridicola un vocoder, è il perno attorno cui tutto gira. Sono le sue melodie l’anima vera dei Vampire Weekend, col tempo diventate sempre più raffinate, tanto da far venire in mente possibili anime affini quali i Dirty Projectors (nell’ultimo album qualche somiglianza c’è). Tante le canzoni splendide eseguite, a partire da una Bambina bizzarramente suonata due volte di fila (gli è sembrata un’ottima idea, visto che il titolo è in italiano), passando per le bellissime Unbearably White, Harmony Hall o Jerusalem, New York, Berlin (tutte dell’ultimo album, ma cantate in coro e accolte dall’entusiasmo riservato ai classici), fino all’inevitabile, contagiosa A-Punk. 

Nel lungo bis, dopo una favolosa Obvious Bicycle fusa a Son Of A Preacher Man (uno di quei momenti di gradita improvvisazione), per farsi perdonare la lunga assenza fanno scegliere al pubblico tre canzoni tra quelle non suonate (ecco allora sfilare Giving Up The Gun, un accenno di I Think Ur A Contra e Oxford Comma), prima del gran finale con Worship You e Ya Hey, quest’ultima richiesta anche dal pubblico, ma non presa in considerazione visto che faceva già parte della scaletta ufficiale (quando si dice l’onestà!).

In totale, come dicevamo, due ore e mezza di concerto, ventinove canzoni, una qualità media molto buona, con qualche picco che ha fatto intravedere cose ancor più grandi. Hanno promesso che non faranno passare altri dieci anni. Speriamo sia davvero così.

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