Vanessa Tagliabue Yorke, Yōkai 妖怪 Monogatari 物語(feat. Fabrizio Bosso)

Andrea Trevaini
32 minuti di lettura

VANESSA TAGLIABUE YORKE
Yōkai 妖怪 Monogatari 物語(feat. Fabrizio Bosso)
Azzurra Music 
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Seguo da qualche anno il percorso discografico di quest’artista italiana degna di standing internazionale: la brava, eclettica e sempre sorprendente cantante jazz (mai definizione fu più riduttiva) Vanessa Tagliabue Yorke, di cui ho già recensito alcuni dischi (tutti riusciti), non delude neanche in quest’occasione. Il suo percorso artistico è variegato e comprende anche le attività di scrittrice, scultrice, pittrice.

Nel nuovo Yōkai 妖怪 Monogatari 物語, cerca di unire il suo amore per il jazz della tradizione con la cultura giapponese dei demoni medioevali yōkai e il risultato, a tratti assolutamente geniale, conferma tutte le qualità dell’autrice. L’accompagnano, in questo percorso tra mitologia e misticismo, Fabrizio Bosso (tromba), Achille Succi (flauto giapponese, clarinetto basso), Enrico Terragnoli (chitarra, synth, tastiere) e Danilo Gallo (basso, balalaika bassa).

Il concept si basa sul percorso iniziatico di una ragazza — Sayuri, uccisa per gelosia da un samurai — la cui anima si trasforma in uno spettro demone yōkai chiamato Furaribi, che cerca il senso della sua morte e il riscatto di una vita stroncata troppo presto. Talvolta sembra di essere alle prese con una specie di Commedia dantesca mescolata ai romanzi cavallereschi d’amor cortese, però vissuta nell’antichità giapponese in cui si diceva che queste presenze interagissero con il mondo reale.

Vanessa compone così brani influenzati dalle sonorità orientali più rarefatte e contemplative, su testi da lei scritti in giapponese: mescola poi queste canzoni con brani di trad-jazz prevalentemente americano (ma non solo) e li inseriscono senza soluzione di continuità nel flusso onirico dei suoni, colonna sonora di un mondo immaginario altresì raffigurato in un libro, accompagnato dai disegni della stessa musicista, i cui capitoli recano i medesimi titoli delle tracce dell’album. Queste descrivono il percorso interiore dello spirito nel fronteggiare il proprio femminicidio e la marginalizzazione di chi è diverso, verso una forma di affrancamento destinata a risolversi in un alfine pacificato dissolvimento.

Troviamo così le sonorità del flauto giapponese nell’esotica Kōjō no Tsuki 荒城の月 e la tromba di Bosso in versione free a introdurre la Furaribi ふらり火 dedicata alla protagonista, con strofe (in lingua nipponica) in cui Vanessa canta «Siamo come fuoco tremolante / errando nella notte / lasciamo il passato / non possiamo tornare». I ricordi della vita precedente, accompagnati da sonorità eteree, emergono in Kono michi この道, poi il viaggio prosegue negli spazi siderei e qui arriva l’autografa Somewhere Among the Stars, con la tromba ad abbracciare la fragilità del canto. Nella conclusiva White Phoenix, la «viaggiatrice» al centro di questi racconti viene avvolta dal fuoco, da cui forse rinascerà proprio come la fenice egizia. Ogni canzone «in giapponese» si alterna a uno standard jazz col quale Vanessa Tagliabue Yorke rende omaggio ad alcuni capisaldi della propria formazione come Caterina Valente (la classica The Breeze and I, altrimenti nota come Andalucía, del cubano Ernesto Lecuona, con un Bosso in grande spolvero), la cantante ucraino-americana Sophie Tucker (una deliziosa versione in stile New Orleans dello standard Blue River, con preziosi inserimenti del clarinetto basso e del contrabbasso), Betty Carter (la struggente Beware My Heart) o Sheila Jordan (Dat Dere, brano soul-jazz di Bobby Timmons). Si finisce in gloria con una sorprendente rilettura (cantata anche in giapponese) del compositore milanese Giovanni D’Anzi, Tu Musica Divina 心を満たすあなたの声, che segna il ritorno sulla terra dello spirito (o demone) Furaribi.

Liriche e note dei brani interagiscono flessuosamente con gli stralci provenienti dalla mitologia orientale, dispiegando una tela di perfetto e inatteso sincretismo musicale. Su tutto, ovviamente, giganteggia la voce di Vanessa, sempre a suo agio sia nei toni dolci sia in quelli drammatici e negli omaggi alle regine — minori, ma eccelse — del jazz.

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